Dopo aver seguito l’evoluzione della prevenzione dell’HIV, dal preservativo alla PrEP a lunga durata, e aver esaminato le promesse dei vaccini e le possibilità della prevenzione combinata, possiamo tornare alla domanda che attraversa questo percorso: dove possiamo arrivare? Le conoscenze e gli strumenti disponibili consentono già di ridurre profondamente la diffusione dell’HIV, ma il risultato dipende da decisioni che riguardano finanziamenti, organizzazione dei servizi e libertà delle persone di parlare della propria salute sessuale.

Il futuro, quindi, va immaginato tenendo insieme il progresso scientifico e il mondo nel quale dovrebbe trovare applicazione. I tagli alla cooperazione sanitaria internazionale, le guerre e le disuguaglianze possono ridurre le opportunità aperte dalla ricerca, fino a compromettere risultati che sembravano acquisiti. Anche per questo la prevenzione resta una questione politica, nel senso concreto delle scelte che rendono una possibilità accessibile oppure la lasciano fuori dalla vita delle persone.

Un obiettivo ambizioso che ha un significato preciso

I progressi sono reali, ma il punto di partenza rimane impegnativo: secondo le stime UNAIDS, nel 2025 circa 1,2 milioni di persone hanno acquisito HIV e 570.000 sono morte per cause correlate all’AIDS. Circa 32,1 milioni di persone ricevevano una terapia antiretrovirale, su 41 milioni che vivevano con HIV. Dietro questi numeri convivono un’enorme conquista e una distanza ancora ampia fra chi può beneficiare delle cure e chi ne resta escluso.[1]

L’obiettivo internazionale di porre fine all’AIDS come minaccia per la salute pubblica entro il 2030 indica una riduzione delle nuove infezioni e dei decessi correlati all’AIDS del 90% rispetto al 2010. Raggiungerlo significherebbe cambiare radicalmente il peso dell’epidemia, senza far scomparire il virus o rendere superflui prevenzione e trattamento. La strategia UNAIDS 2026–2031 mantiene inoltre gli obiettivi 95–95–95: il 95% delle persone con HIV dovrebbe conoscere la propria diagnosi, il 95% delle persone diagnosticate ricevere la terapia e il 95% di quelle in trattamento raggiungere la soppressione virale.[2]

Queste percentuali descrivono passaggi successivi, ciascuno dei quali richiede servizi capaci di accompagnare le persone. Una diagnosi deve poter diventare accesso alla cura, e la cura deve poter proseguire anche quando cambiano casa, lavoro o condizioni di vita. Il trattamento ha anzitutto valore per la salute di chi vive con HIV; il suo beneficio preventivo rafforza il diritto a riceverlo e a mantenerlo, senza trasformare le persone in strumenti per raggiungere un indicatore epidemiologico.

Quanto possiamo ottenere con ciò che abbiamo

Alcune esperienze mostrano che l’impatto della prevenzione può andare oltre l’efficacia osservata nel singolo studio clinico. Nel Nuovo Galles del Sud, in Australia, il programma EPIC-NSW rese rapidamente disponibile la PrEP a migliaia di MSM. Nei dodici mesi successivi all’avvio del programma, le diagnosi di HIV in questa popolazione scesero da 295 a 221 rispetto ai dodici mesi precedenti, una riduzione del 25,1%. Era uno studio osservazionale: il dato documenta un calo associato a quell’espansione dell’accesso, all’interno di una risposta sanitaria più ampia.[3]

La stessa esperienza invita a guardare a chi resta fuori dai risultati migliori. La strategia sanitaria del Nuovo Galles del Sud per il 2026–2030 segnala che i progressi si sono concentrati soprattutto nelle aree centrali di Sydney, mentre persistono ostacoli nelle zone periferiche e rurali e fra le persone nate all’estero. Costi, distanza dai servizi, riservatezza e timori legati alla propria condizione migratoria possono restringere l’accesso anche dove il sistema ha ottenuto risultati importanti.[4]

Una media favorevole, quindi, va letta insieme alla distribuzione dei benefici. Il successo della prevenzione si misura anche nella capacità di raggiungere chi non frequenta già i servizi, non si riconosce nelle campagne o teme di essere giudicato. Sono proprio queste persone a rischiare di diventare meno visibili quando una riduzione complessiva delle diagnosi viene raccontata come un problema ormai risolto.

L’innovazione deve diventare una possibilità concreta

La ricerca può ampliare le scelte e rendere la prevenzione più compatibile con vite diverse. Le formulazioni a lunga durata aprono possibilità importanti, mentre un vaccino preventivo contro HIV rimane un obiettivo di ricerca e non è ancora disponibile.[5] Sarebbe però riduttivo aspettare la prossima scoperta senza migliorare l’accesso agli strumenti che già esistono: anche una formulazione molto efficace richiede diagnosi, personale, continuità dei servizi e la possibilità di scegliere liberamente se utilizzarla.

Lenacapavir permette di vedere quanto rapidamente una novità possa tradursi in programmi di prevenzione e quanto lavoro serva per distribuirne i benefici. Il Fondo globale riferisce che, a metà agosto 2026, quasi 100.000 persone in nove paesi africani avevano avuto accesso a questo farmaco per la PrEP.[6] Un accordo annunciato da Unitaid, CHAI, Wits RHI e Dr. Reddy’s prevede inoltre una versione generica iniettabile a 40 dollari per persona all’anno, con disponibilità prevista dal 2027 in 120 paesi a reddito basso e medio, subordinata ai passaggi regolatori e produttivi necessari.[7]

Quel prezzo riguarda la componente iniettabile del farmaco e non coincide con il costo dell’intero servizio; inoltre, la previsione di una fornitura futura non equivale a un accesso già garantito. Una politica di prevenzione deve occuparsi anche dei paesi esclusi dagli accordi, dei costi dei controlli e dei servizi che rendono possibile iniziare e proseguire la profilassi. Il valore dell’innovazione cresce quando aumenta il numero di persone che possono effettivamente beneficiarne.

Il progresso può essere interrotto da una decisione politica

Questa prospettiva si scontra con un arretramento già documentato. Il 27 luglio 2026, all’apertura della Conferenza mondiale AIDS di Rio de Janeiro, la stessa International AIDS Society denunciava una diminuzione del 25% dei finanziamenti dei governi donatori per la risposta all’HIV nel 2025. Il calo veniva attribuito alla riduzione del sostegno statunitense, con ritardi nei pagamenti e cancellazioni di progetti: le persone maggiormente esposte ne stavano già pagando il prezzo.[8]

Gli effetti dei tagli avviati dall’amministrazione Trump si sono manifestati fin dalle prime settimane del 2025. L’OMS segnalava la chiusura di centri precedentemente sostenuti dai fondi statunitensi che offrivano prevenzione, test e trattamento alle popolazioni maggiormente esposte.[9] Nel giugno 2026 UNAIDS richiamava un’indagine su 79 organizzazioni comunitarie in 47 paesi che documentava forti riduzioni dei servizi, compresi quelli rivolti agli uomini che fanno sesso con uomini e alle persone che svolgono lavoro sessuale.[10] Sono interruzioni osservate sul campo, con conseguenze per chi cerca assistenza oggi.

La responsabilità non si esaurisce negli Stati Uniti. Anche alcuni governi europei hanno ridotto i propri impegni: per il Fondo globale contro AIDS, tubercolosi e malaria, l’Italia ha promesso 150 milioni di euro per il 2026–2028, contro i 185 milioni del 2023–2025, circa il 19% in meno.[11] La Germania è passata da 1,3 miliardi a un miliardo di euro, circa il 23% in meno.[12] Si tratta di impegni triennali verso uno specifico fondo, ma il loro ridimensionamento mostra quanto sia insufficiente denunciare i tagli americani senza guardare alle decisioni europee e italiane.

La America First Global Health Strategy, presentata nel settembre 2025, dichiara apertamente di anteporre gli interessi degli statunitensi e propone accordi bilaterali per rendere gli Stati Uniti più sicuri, forti e prosperi.[13] La considero una strategia miope e pericolosa: subordinare la salute globale alla convenienza di un singolo paese indebolisce la cooperazione necessaria ad affrontare problemi che attraversano i confini. Il ridimensionamento del sostegno americano viene accompagnato da richieste di cofinanziamento che possono diventare insostenibili per i paesi coinvolti.

L’analisi di 18 memorandum pubblicata nell’agosto 2026 da Public Citizen e Partners In Health prevede, per i paesi considerati, una riduzione complessiva del finanziamento statunitense del 59% entro il 2030 rispetto ai livelli di riferimento precedenti ai tagli. Per il Malawi, l’impegno annualizzato di cofinanziamento richiederebbe nuove risorse equivalenti al 56% della spesa sanitaria complessiva del paese. Alcuni accordi prevedono ulteriori riduzioni del contributo americano se gli impegni nazionali non vengono rispettati: una transizione presentata come sostenibilità può così aggravare le difficoltà dei sistemi sanitari.[14]

Nel frattempo, una parte delle risorse già autorizzate non raggiungeva i programmi. L’inchiesta di Health Policy Watch del 18 settembre 2026 riportava oltre 3,6 miliardi di dollari stanziati dal Congresso per la salute globale ancora non erogati e una spesa PEPFAR inferiore di circa 2,3 miliardi a causa dei ritardi nei pagamenti. La stessa inchiesta descriveva la marginalizzazione delle organizzazioni comunitarie nei nuovi accordi tra governi, con conseguenze per chi opera nei servizi e conosce le persone che questi dovrebbero raggiungere.[15]

Come ho discusso in America First, un anno dopo: la responsabilità della IAS, questa trasformazione riguarda anche il ruolo delle istituzioni scientifiche.[16] A Rio la IAS denunciava i danni dei tagli e, nello stesso tempo, promuoveva una pre-conference nella quale il governo americano presentava la propria strategia e i nuovi accordi.[17] Chiedere conto di queste scelte fa parte della difesa di una prevenzione fondata sulla partecipazione delle comunità.

L’instabilità delle scelte di finanziamento riguarda anche la ricerca sulla prevenzione di altre malattie. Nell’aprile 2025 fu annunciata l’interruzione dei contratti dei centri regionali della Women’s Health Initiative, un programma che ha prodotto conoscenze importanti sulla salute delle donne, incluso il tumore al seno. La decisione fu poi revocata, come i ricercatori confermarono il 6 maggio. Lo studio ha potuto proseguire, ma la vicenda mostra quanto anche infrastrutture scientifiche costruite in decenni possano essere messe a rischio da una decisione amministrativa.[18]

Le guerre aggiungono distruzione e precarietà a questo arretramento. Nell’agosto 2025 Medici Senza Frontiere dovette sospendere le attività dell’ospedale di Zalingei, in Sudan, dopo un attacco armato, mentre era in corso un’epidemia di colera.[19] È un esempio concreto di come un conflitto possa interrompere l’assistenza proprio quando è più necessaria. La distruzione dei servizi, gli spostamenti forzati e l’insicurezza rendono più difficile garantire continuità anche alla prevenzione dell’HIV; per la ricerca, la perdita di strutture e la difficoltà di seguire le persone nel tempo compromettono le condizioni nelle quali produrre conoscenza.

In Italia la prevenzione deve trovare posto nei servizi

In Italia la prevenzione fatica ancora a trovare il posto che merita nell’organizzazione sanitaria e nella cultura collettiva. Evitare una malattia produce un risultato spesso poco visibile, mentre la necessità di curarla si impone con urgenza; questo squilibrio può favorire scelte che rinviano gli investimenti preventivi. È in questa contraddizione che prende forma l’immagine della prevenzione come cenerentola della sanità. Il quadro della spesa, però, richiede una lettura precisa: Health at a Glance 2025 dell’OCSE indica per l’Italia una quota destinata alla prevenzione del 4,6%, superiore alla media OCSE del 3,4%.[20] La percentuale va letta insieme alla capacità di rendere i servizi accessibili e di distribuire le opportunità sul territorio.

Le difficoltà di accesso hanno una dimensione documentata. Secondo Istat, nel 2024 il 9,9% della popolazione aveva rinunciato, nei dodici mesi precedenti, a visite o esami specialistici; il 6,8% aveva indicato le lunghe liste d’attesa fra le ragioni della rinuncia. Queste percentuali riguardano l’insieme delle prestazioni considerate, senza isolare gli accertamenti oncologici, ma mostrano quanto il diritto a una prestazione possa restare lontano dalla possibilità di ottenerla.[21]

Un approfondimento specifico viene dalla sperimentazione di AGENAS e Fondazione The Bridge, con le Università di Genova e Pavia. Nelle aziende partecipanti alla rilevazione campione di una settimana del 2023, soltanto il 57,4% delle mammografie prenotate in classe P risultava garantito entro i 120 giorni previsti. Il dato riguarda esclusivamente le aziende partecipanti e il periodo esaminato e non è, quindi, rappresentativo della situazione complessiva italiana. La sperimentazione evidenzia comunque possibili criticità nel rispetto dei tempi di attesa, che è più appropriato misurare a partire dal primo contatto per la prenotazione, poiché il tempo trascorso dalla prescrizione può dipendere anche da circostanze estranee all’organizzazione dei servizi[22].

Gli screening organizzati mostrano un’altra difficoltà. Nell’analisi GIMBE dei dati 2024 dell’Osservatorio Nazionale Screening, ha aderito allo screening mammografico il 50% delle donne invitate, con forti differenze territoriali. La mancata partecipazione ha ragioni diverse e non può essere attribuita automaticamente alle liste d’attesa o ai tagli: contano la comunicazione, la fiducia, la conoscenza dei programmi e la capacità dei servizi di accompagnare l’intero percorso.[23] Un’offerta gratuita, da sola, non garantisce che la prevenzione raggiunga le persone.

Anche per HIV resta molto lavoro da fare prima della diagnosi. L’ISS riferisce che nel 2024 il 59,9% delle nuove diagnosi italiane era tardivo, con meno di 350 linfociti CD4 per microlitro, e il 40,3% presentava meno di 200 CD4.[24] I dati preliminari dell’Emilia-Romagna per il 2025, presentati al convegno del Sant’Orsola di Bologna, indicano una quota di diagnosi tardive del 64,1%[25]. Sono nuove diagnosi che possono riguardare infezioni acquisite molto tempo prima: la distanza fra acquisizione del virus e riconoscimento dell’infezione rimane una parte essenziale del problema.

Una cultura nella quale proteggersi sia possibile

Il futuro della prevenzione dipende anche dalla possibilità di parlare di sesso senza dover prima dimostrare di essere persone rispettabili. Quando chiedere un test o informarsi sulla PrEP viene interpretato come una confessione di promiscuità, quando proporre un preservativo diventa un’accusa di tradimento, la prevenzione incontra ostacoli che nessun farmaco può rimuovere da solo. Le norme morali che regolano la sessualità entrano nei servizi e nelle relazioni, influenzando ciò che una persona si sente autorizzata a chiedere.

Per questo educazione sessuale, informazioni comprensibili e ascolto tra pari devono trovare uno spazio stabile. Un centro o un servizio community-based come i checkpoint, con con servizio di counselling e test, può offrire un luogo nel quale chiarire dubbi e affrontare paure che altrove resterebbero nascoste, accompagnando poi le persone verso la prevenzione o la cura di cui hanno bisogno. Questi servizi vanno sostenuti con finanziamenti prevedibili e collaborazioni strutturate con la sanità pubblica, riconoscendo le competenze delle comunità che li costruiscono.

La domanda su dove possa arrivare la prevenzione contiene dunque una domanda su quanto siamo disposti a farla arrivare lontano. La ricerca continua ad ampliare le possibilità, mentre le decisioni politiche possono sostenerle o restringerle; il nostro compito è pretendere che i progressi si traducano in servizi e opportunità anche per chi incontra più ostacoli. Un futuro con molte meno nuove infezioni da HIV è un obiettivo concreto, che richiede continuità di impegno e la capacità di correggere le scelte che lo allontanano.

Alla fine di questo percorso, la prospettiva più convincente è quella di una prevenzione che permetta alle persone di vivere la propria sessualità con maggiore libertà e sicurezza e in cui chi vive con HIV possa contare su cure e diritti duraturi.


Questo articolo fa parte di una serie dedicata alla storia scientifica della prevenzione dell’HIV.

  1. Prima dei farmaci: prevenire un virus che conoscevamo appena
  2. I farmaci diventano strumenti di prevenzione
  3. 1996: la terapia cambia anche la prevenzione
  4. 2000: la prevenzione farmacologica diventa realtà
  5. La PrEP arriva in Europa. L’Italia aspetta
  6. Positive prevention: chi deve prevenire che cosa?
  7. Genere, corpi, ricerca: chi entra negli studi?
  8. Dalla pillola alla prevenzione a lunga durata
  9. Prevenzione combinata: gli strumenti ci sono, le barriere restano
  10. Vaccini contro HIV perché li stiamo ancora aspettando
  11. Dove può arrivare la prevenzione?

[1] UNAIDS. Global HIV & AIDS statistics — Fact sheet. Dati 2025, aggiornamento luglio 2026. Fonte

[2] UNAIDS. Global AIDS Strategy 2026–2031. Obiettivi per il 2030. Fonte

[3] Grulich AE, Guy R, Amin J, et al. Population-level effectiveness of rapid, targeted, high-coverage roll-out of HIV pre-exposure prophylaxis in men who have sex with men: the EPIC-NSW prospective cohort study. Lancet HIV. 2018;5:e629–e637. doi:10.1016/S2352-3018(18)30215-7. Fonte

[4] NSW Health. NSW HIV Strategy 2026–2030. Sezioni sui divari territoriali e sull’accesso delle persone nate all’estero. Fonte

[5] NIH, HIVinfo. What Is a Preventive HIV Vaccine? Scheda informativa. Fonte

[6] The Global Fund. A Prevention Breakthrough: Historic HIV Innovation Delivered at Unprecedented Speed. 16 settembre 2026. Fonte

[7] CHAI. Unitaid, CHAI, Wits RHI and Dr. Reddy’s announce landmark agreement to make lenacapavir affordable in low- and middle-income countries. 24 settembre 2025. Fonte

[8] International AIDS Society. Funding for the global HIV response plunged in 2025, with devastating consequences. 27 luglio 2026. Dati KFF e UNAIDS sui finanziamenti dei governi donatori. Fonte

[9] World Health Organization. Protecting key populations from abrupt disruptions to essential HIV services. 27 febbraio 2025, aggiornamento 3 marzo 2025. Fonte

[10] UNAIDS. A perilous moment for the response to HIV warns UNAIDS. 12 giugno 2026. Indagine su 79 organizzazioni comunitarie in 47 paesi. Fonte

[11] The Global Fund. Italy — Government and Public Donors. Impegni per il 2023–2025 e il 2026–2028; aggiornamento 12 agosto 2026. Fonte

[12] The Global Fund. Germany — Government and Public Donors. Impegni per il 2023–2025 e il 2026–2028; aggiornamento 12 agosto 2026. Fonte

[13] U.S. Department of State. America First Global Health Strategy. 18 settembre 2025. Fact sheet riprodotto dal servizio Publicnow. Fonte

[14] Public Citizen, Partners In Health. Trump’s Bilateral Agreements Reshape Global Health Funding. 30 agosto 2026. Analisi di 18 memorandum. Fonte

[15] Cullinan K. Controversy, Secrecy and Suffering after Year One of the America First Global Health Strategy. Health Policy Watch. 18 settembre 2026. Fonte

[16] Mattioli S. America First, un anno dopo: la responsabilità della IAS. Attraverso HIV. 23 settembre 2026. Versione italiana e inglese. Fonte

[17] International AIDS Society. AIDS 2026 Daily Digest: Sunday, 26 July. Presentazione della pre-conference sui memorandum statunitensi. Fonte

[18] Women’s Health Initiative. WHI Funding Announcement. Comunicazioni del 21 e 25 aprile e del 6 maggio 2025. Fonte

[19] Médecins Sans Frontières. MSF suspends activities at Zalingei Hospital in Sudan following armed attack that left one dead and five injured. 20 agosto 2025. Fonte

[20] OECD. Health at a Glance 2025: Italy. Quota di spesa sanitaria destinata alla prevenzione: 4,6%, media OCSE 3,4%. Fonte

[21] Istat. Rapporto annuale 2025. Capitolo 2, § 2.6.3, p. 103. Rinuncia a visite ed esami specialistici nel 2024. Fonte

[22] AGENAS, Fondazione The Bridge, Università di Genova e Università di Pavia. Report sulla sperimentazione del monitoraggio ex ante delle prestazioni prenotate in attività istituzionale. Marzo 2024. Tabella 13 e considerazioni conclusive. Fonte

[23] Fondazione GIMBE. Screening oncologici: nel 2024 oltre 7,6 milioni di persone fuori dai programmi gratuiti. Comunicato del 14 luglio 2026, su dati dell’Osservatorio Nazionale Screening. Fonte

[24] Istituto Superiore di Sanità. Aggiornamento delle nuove diagnosi di infezione da HIV e dei casi di AIDS in Italia al 31 dicembre 2024. Notiziario ISS. 2025;38(11). Fonte

[25] Mattioli S. Al Sant’Orsola, le nuove strategie contro l’HIV dopo ICAR e AIDS 2026. Attraverso HIV, 25 settembre 2026. Dati preliminari dell’Emilia-Romagna per il 2025, presentati da Erika Massimiliani. Fonte