Il prezzo di una politica senza futuro.
Quanto costa allo Stato una diagnosi tardiva di HIV? Quanto pesano sui bilanci pubblici le infezioni che avremmo potuto evitare? E soprattutto, perché continuiamo a investire molto più facilmente nelle conseguenze delle malattie che nella possibilità di prevenirle? La risposta non riguarda soltanto la sanità, ma il modo in cui la politica interpreta le proprie responsabilità.
Cominciamo dai soldi
Due miliardi e trenta milioni di euro. È questa la spesa annuale che la gestione dell’HIV potrebbe raggiungere in Italia entro il 2030, secondo il rapporto Cambiare la traiettoria dell’HIV in Italia: prevenzione, equità e innovazione per un SSN sostenibile, presentato a Roma il 27 ottobre 2026 da Cencora e ViiV Healthcare. La proiezione, che ipotizza l’assenza di ulteriori interventi capaci di modificare significativamente l’andamento dell’epidemia, prevede una crescita dei costi del 3,6% all’anno. Non si tratta quindi della spesa attuale, ma di uno scenario economico costruito per rappresentare le conseguenze della mancata azione [1].
Il rapporto stima inoltre un costo sanitario diretto medio di circa 9.763 euro all’anno per persona con HIV. Considerando terapie, controlli, assistenza e gestione delle complicanze, il costo cumulativo nell’arco di 39 anni viene valutato in circa 222.675 euro. Sono stime ricavate da modelli economici, non importi identici per ogni persona, ma rendono immediatamente comprensibile una realtà: ogni nuova infezione comporta un impegno sanitario destinato a protrarsi per decenni.
Lo stesso documento richiama una cifra di circa 1,4 miliardi di euro associata alle nuove infezioni potenzialmente evitabili. È un dato significativo, ma richiede una precisazione: nel rapporto europeo dell’Office of Health Economics (OHE), al quale fa riferimento l’analisi italiana, questa cifra rappresenta una proiezione dei costi sanitari nell’intero arco della vita delle persone che riceverebbero una nuova diagnosi tra il 2025 e il 2030, secondo uno specifico scenario epidemiologico. Non è quindi una somma che il Servizio sanitario nazionale potrebbe semplicemente sottrarre alla propria spesa annuale del 2030, né un risparmio automaticamente conseguibile [2].
La distinzione è importante perché il valore economico della prevenzione non ha bisogno di essere sostenuto con somme improprie o risparmi presentati come garantiti. È sufficiente considerare che una parte delle nuove infezioni può essere evitata, che la diagnosi tempestiva riduce il rischio di complicanze e che un sistema capace di intervenire prima può risparmiare risorse da destinare ad altri bisogni di salute. Ma fin qui abbiamo guardato soprattutto ai costi sanitari e il conto non è ancora completo.
Il costo che non compare nel bilancio sanitario
Un ricovero ha un costo identificabile, un farmaco ha un prezzo, un esame diagnostico ha una tariffa. Sono tutte voci che un’amministrazione può registrare e inserire nei propri documenti contabili. Molto meno visibili sono i costi che ricadono sulle persone, sulle famiglie e sulla società.
Le giornate di lavoro perdute, le assenze per malattia, la riduzione della capacità lavorativa, l’eventuale perdita dell’occupazione, il tempo necessario per assistere un familiare, gli spostamenti per le visite mediche e le conseguenze economiche di una malattia diagnosticata quando ha già compromesso seriamente la salute non scompaiono soltanto perché non sono contabilizzati nella spesa del Servizio sanitario nazionale.
Il rapporto dell’OHE, aggiornato nel 2026, riporta per l’Italia stime di costi sociali compresi fra circa 4.819 e 9.971 euro annui per persona con HIV, sulla base di studi differenti i cui risultati sono stati ricondotti ai valori monetari del 2023 [2]. L’intervallo non rappresenta un costo aggiuntivo uniforme da sommare automaticamente alle stime sanitarie, perché gli studi utilizzano metodologie differenti. Mostra però che l’impatto economico dell’HIV si estende ben oltre la spesa pubblica per farmaci, visite ed esami.
Un’ulteriore conferma arriva dal white paper Prevenzione dell’HIV in Italia. Evidenze e prospettive di sistema per l’integrazione della PrEP long-acting, promosso dalla Fondazione MESIT e presentato nell’ottobre 2026. Il documento richiama un’analisi economica italiana, ancora in fase di pubblicazione, che stima il costo complessivo annuale dell’HIV in 993,96 milioni di euro, comprendendo sia i costi sanitari diretti sia quelli indiretti, per un onere medio di circa 6.626 euro per persona all’anno [8]. Si tratta di una valutazione differente dalla proiezione Cencora–ViiV Healthcare per il 2030, che non può essere direttamente confrontata con quest’ultima senza considerare le diverse metodologie. Resta tuttavia un’indicazione significativa: il costo economico dell’HIV per la collettività non coincide con quello sostenuto dal Servizio sanitario nazionale.
Un contributo particolarmente interessante arriva da uno studio pubblicato nel gennaio 2026 su Nature Communications, che ha analizzato i dati di 5.960 persone con HIV nei Paesi Bassi, confrontandoli con quelli di 59.600 persone della popolazione generale. I ricercatori hanno osservato, dopo la diagnosi, una riduzione media del reddito da lavoro di circa il 9%, equivalente a 3.584 euro all’anno, e una diminuzione delle probabilità di occupazione e delle ore lavorate. Le conseguenze occupazionali sono risultate più marcate per chi aveva ricevuto una diagnosi tardiva, pur essendo presenti anche fra le persone diagnosticate tempestivamente [3].
Naturalmente i dati olandesi non possono essere trasferiti automaticamente alla popolazione italiana, ma dimostrano che le conseguenze economiche dell’HIV non si esauriscono nelle fatture pagate dalla sanità pubblica e, soprattutto ricordano che, anche quando le terapie consentono di vivere a lungo e in buona salute, l’esperienza della diagnosi può continuare a incidere sulla vita professionale e sociale, anche attraverso lo stigma e le discriminazioni.
Il costo complessivo dell’HIV, quindi, non si esaurisce nelle spese registrate nei bilanci ospedalieri, ma si distribuisce fra Stato, imprese, famiglie e singole persone, con un peso economico che può diventare ancora più gravoso quando la diagnosi arriva tardivamente.
Quanto costa arrivare tardi?
Secondo gli ultimi dati nazionali disponibili dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 2024 in Italia sono state registrate 2.379 nuove diagnosi di HIV. Il 59,9% riguardava persone con meno di 350 linfociti CD4 per microlitro, una condizione che identifica la diagnosi tardiva secondo la definizione utilizzata nella sorveglianza epidemiologica. Nel 40,3% dei casi, i CD4 erano addirittura inferiori a 200, indicando una compromissione immunitaria avanzata [4].
C’è un altro dato che dovrebbe far riflettere: l’83,6% delle persone che nel 2024 hanno ricevuto una diagnosi di AIDS aveva scoperto di avere l’HIV nei sei mesi precedenti. Inoltre, il 43,5% delle nuove diagnosi di HIV è avvenuto in seguito alla comparsa di sintomi o al sospetto di una patologia correlata all’infezione [4]. In altre parole, troppo spesso il sistema arriva alla diagnosi quando la salute è già compromessa, anziché intercettare l’infezione attraverso un accesso tempestivo e regolare al test. Anche sul piano economico, il ritardo diagnostico presenta un costo aggiuntivo: secondo la stessa analisi italiana citata in precedenza, nei primi anni di trattamento i costi associati a una diagnosi tardiva sarebbero superiori del 30–50% rispetto a quelli di una diagnosi precoce [8]. È un divario che rende ancora più pressante una domanda: perché destinare risorse ad affrontare conseguenze che, almeno in parte, un accesso più efficace ai test avrebbe potuto evitare?
Perciò la domanda non dovrebbe essere soltanto quanto costa curare queste persone, ma quanto sarebbe costato raggiungerle prima. Quanto costa offrire un test HIV? Quanto costa un servizio territoriale aperto anche in orari compatibili con la vita lavorativa? Quanto costa un programma di informazione capace di raggiungere chi non si percepisce a rischio, chi incontra ostacoli linguistici o amministrativi, chi teme il giudizio di un professionista sanitario oppure non si sente a proprio agio in un ambulatorio ospedaliero?
Il confronto economico richiede analisi serie, perché anche la prevenzione ha costi organizzativi, professionali e farmacologici. Ma continuare a ragionare soltanto sul costo immediato di questi interventi, senza valutare le conseguenze della loro assenza, significa partire da un bilancio già incompleto.
La prevenzione non è soltanto un farmaco
La profilassi pre-esposizione, la PrEP, è uno degli strumenti più efficaci di cui disponiamo per prevenire nuove infezioni da HIV. In Italia la formulazione orale a base di tenofovir disoproxil ed emtricitabina è rimborsata dal Servizio sanitario nazionale dal 2023 [5]. Eppure la gratuità del farmaco non coincide necessariamente con l’accessibilità dell’intero percorso preventivo: contano anche i costi degli esami, gli orari di apertura, la distanza dai servizi, le modalità di prescrizione e la possibilità di ricevere informazioni e assistenza senza essere giudicati.
Sarebbe però un errore ridurre la prevenzione all’acquisto di nuovi farmaci, per quanto innovativi. La PrEP, i preservativi, i test rapidi, la diagnosi precoce, la PEP, l’informazione sulla salute sessuale e la terapia antiretrovirale efficace, che attraverso il principio U=U impedisce la trasmissione sessuale dell’HIV, fanno parte di una strategia complessiva. Sono strumenti differenti, che funzionano meglio quando vengono resi realmente accessibili alle persone.
In questa prospettiva, i servizi community-based non sono un complemento marginale dell’organizzazione sanitaria, ma una delle modalità attraverso cui la prevenzione può raggiungere persone che altrimenti rimarrebbero lontane dai percorsi tradizionali. I checkpoint, il counselling tra pari, gli interventi di prossimità e la collaborazione con le comunità consentono di costruire relazioni di fiducia, affrontare lo stigma e rendere più semplice l’accesso ai test e alla prevenzione. Lo stesso rapporto europeo dell’OHE riconosce il ruolo delle organizzazioni comunitarie nel raggiungere popolazioni che i servizi convenzionali incontrano con maggiore difficoltà [2].
Naturalmente anche questi servizi richiedono investimenti, personale qualificato, strutture, strumenti diagnostici e continuità finanziaria. Ed è proprio qui che nasce il problema: nella capacità delle istituzioni di considerarli una componente stabile della sanità pubblica anziché attività accessorie, da sostenere quando avanzano risorse e da ridimensionare quando i bilanci si fanno difficili.
Una politica che vede soltanto la prossima scadenza elettorale
A questo punto il ragionamento smette di essere prevalentemente economico e diventa inevitabilmente politico.
Se abbiamo strumenti efficaci per prevenire una parte delle nuove infezioni, se sappiamo che una diagnosi tardiva può comportare conseguenze sanitarie, sociali ed economiche più gravi e se disponiamo di modelli organizzativi capaci di raggiungere meglio le persone, perché la prevenzione continua a incontrare tante difficoltà nell’ottenere risorse adeguate e stabili?
Una parte della risposta potrebbe risiedere proprio nel modo in cui funziona la politica contemporanea, sempre più condizionata dalla necessità di produrre risultati immediatamente riconoscibili e spendibili nella competizione elettorale.
Acquistare un’apparecchiatura sanitaria, finanziare un nuovo trattamento o inaugurare una struttura produce un risultato visibile.
Esiste una delibera, un investimento documentabile, una prestazione erogata, tutti elementi che l’amministratore può presentare agli elettori per dimostrare di aver fatto qualcosa di concreto per la loro salute.
La prevenzione, invece, ha una caratteristica politicamente assai meno conveniente: quando funziona, il suo risultato è spesso qualcosa che non accade. Un’infezione evitata non produce una cartella clinica, un ricovero scongiurato non compare nelle statistiche delle prestazioni effettuate, una persona che non si ammala non diventa il volto riconoscibile di una nuova iniziativa sanitaria. E soprattutto molti risultati della prevenzione richiedono anni per essere valutati pienamente, talvolta ben oltre la durata di una legislatura.
Non è soltanto una supposizione. Nel 2022 Olivier Jacques e Alain Noël hanno pubblicato su Social Science & Medicine uno studio sulle scelte di investimento in prevenzione in 25 paesi OCSE, analizzando il periodo 1970–2018. La ricerca mostra come la spesa preventiva sia particolarmente vulnerabile alle politiche di austerità, proprio perché produce benefici diffusi nel lungo periodo e gode di una visibilità politica inferiore rispetto alla spesa per le cure [6].
Anche un rapporto pubblicato dall’Office of Health Economics nel giugno 2026 arriva a conclusioni analoghe, individuando nel breve orizzonte delle decisioni politiche e di bilancio, nella difficoltà di attribuire i risultati e negli incentivi istituzionali disallineati alcune delle principali cause del sottoinvestimento nella prevenzione [7].
In sostanza, il problema è conosciuto e studiato: un decisore politico può essere maggiormente incentivato a finanziare ciò che produce risultati immediati, mentre gli investimenti capaci di generare benefici a lungo termine rischiano di essere sacrificati.
Ed è qui che entra in gioco qualcosa che difficilmente troveremo in un rapporto di economia sanitaria: il senso dello Stato.
Perché governare non dovrebbe significare soltanto amministrare il presente, ma assumersi la responsabilità del futuro. Un politico dovrebbe essere disposto a investire in programmi i cui risultati matureranno quando non sarà più al governo, magari quando a raccoglierne i benefici politici sarà proprio il suo avversario alle elezioni successive.
Se invece l’obiettivo prevalente diventa la conservazione della propria posizione di potere, la prevenzione rischia di trasformarsi in un investimento poco attraente. Richiede denaro oggi, produce risultati domani e non garantisce alcun ritorno elettorale a chi ha avuto la responsabilità di finanziarla.
Non occorre immaginare che ogni amministratore faccia consapevolmente questo calcolo, né attribuire intenzioni individuali che non possiamo conoscere. Il punto è che il sistema politico può premiare proprio questo comportamento e che chi governa ha la responsabilità di non assecondarlo.
Quella che spesso viene definita miopia politica rischia dunque di essere qualcosa di più grave: una pochezza politica che confonde la gestione del consenso con il governo della cosa pubblica. Non necessariamente un’incapacità di comprendere i benefici della prevenzione, ma l’incapacità, o la mancanza di volontà, di attribuire loro il peso che meritano quando non producono vantaggi immediati per chi decide.
Curare chi si ammala rimane naturalmente un dovere inderogabile del servizio pubblico. Nessuno dovrebbe essere costretto a giustificare le proprie cure dimostrando di essere economicamente conveniente per lo Stato. Ma proprio per questo è politicamente inaccettabile mettere continuamente in competizione le risorse necessarie per curare e quelle necessarie per prevenire, come se la seconda non fosse parte integrante della tutela della salute.
Il prezzo della pochezza politica
Siamo partiti dai soldi, perché in una società nella quale ogni scelta pubblica sembra dover essere giustificata attraverso il suo costo economico, può essere utile utilizzare proprio quel linguaggio per mostrare le contraddizioni delle politiche sanitarie.
Abbiamo visto che l’HIV comporta costi sanitari rilevanti, che una parte delle nuove infezioni potrebbe essere evitata, che le diagnosi tardive aggravano le conseguenze della malattia e che il conto complessivo comprende anche perdite economiche che non compaiono nei bilanci del Servizio sanitario nazionale.
Ma il denaro non è l’unica cosa che si perde: una diagnosi tardiva può significare mesi di sofferenza, paura, isolamento, interruzioni della vita professionale e familiare, conseguenze sulla salute che avrebbero potuto essere almeno in parte evitate. Nessuna analisi economica potrà mai restituire pienamente il valore di quelle esperienze.
Se tuttavia scegliamo di ragionare esclusivamente in termini di costi, emerge comunque una contraddizione: continuiamo a considerare la prevenzione una spesa immediata da giustificare, mentre accettiamo con maggiore facilità i costi delle conseguenze che avremmo potuto evitare.
Non è soltanto una questione di efficienza amministrativa. È una questione di responsabilità politica, di capacità di programmare e, soprattutto, di concezione dello Stato.
Uno Stato non dovrebbe essere governato come una campagna elettorale permanente, nella quale ogni investimento deve produrre un risultato visibile entro la prossima scadenza delle urne. La salute pubblica richiede continuità, programmazione e la capacità di assumere decisioni che produrranno benefici anche per le generazioni successive.
Perché il problema non è soltanto quanto costa non prevenire l’HIV. È quanto siamo disposti a pagare, in termini economici e umani, per continuare ad accettare una politica che considera il proprio futuro elettorale più importante del futuro delle persone.
Note e fonti
[1] Cencora e ViiV Healthcare, Cambiare la traiettoria dell’HIV in Italia: prevenzione, equità e innovazione per un SSN sostenibile, ottobre 2026, in particolare pp. 17–19. Rapporto completo.
[2] Radu P., Hayes H., Tunnicliffe E., Mott D., Hampson G., Altering the Trajectory of HIV in Europe, Office of Health Economics, versione aggiornata al 2026. Per i costi italiani si vedano l’Appendice 2.5, p. 54, e l’Appendice 4, p. 61, contenente le proiezioni dei costi lifetime delle nuove diagnosi 2025–2030. Ricerca commissionata e finanziata da ViiV Healthcare. Rapporto completo.
[3] Tuiu A. et al., Labor Market Outcomes of People with HIV Pre- and Post-Diagnosis in the Netherlands, Nature Communications, 17, articolo 1110, 2026. Studio originale.
[4] Istituto Superiore di Sanità, Centro Operativo AIDS, Aggiornamento delle nuove diagnosi di infezione da HIV e dei casi di AIDS in Italia al 31 dicembre 2024, Notiziario ISS, vol. 38, n. 11, novembre 2025. Dati ufficiali.
[5] Agenzia Italiana del Farmaco, AIFA approva la rimborsabilità dei farmaci per la profilassi pre-esposizione a HIV-1 (PrEP), comunicato n. 704, 11 maggio 2023. Comunicato AIFA.
[6] Jacques O., Noël A., The politics of public health investments, Social Science & Medicine, 309, 115272, settembre 2022. DOI: 10.1016/j.socscimed.2022.115272. Studio originale.
[7] Tunnicliffe E. et al., Addressing the systemic challenges of underinvestment in prevention, Office of Health Economics, 8 giugno 2026. Rapporto originale.
[8] Quotidiano Sanità, «HIV. In Italia 15mila persone convivono con il virus senza saperlo. Sei diagnosi su dieci arrivano troppo tardi. Il costo sfiora un miliardo l’anno», 28 ottobre 2026. Articolo originale

