Evidentemente l’attivismo non conosce ferie. O almeno il mio.

Sono a Maspalomas, Gran Canaria, sole, caldo, vacanza. Qualche giorno fa mio marito decide di farsi un tatuaggio. Troviamo uno studio, gli artisti sono bravi, i lavori che vediamo ci piacciono, le procedure di igiene e sicurezza sembrano assolutamente corrette e professionali. Insomma, tutto normale.

Finché non arriva il modulo da firmare.

Tra nome, data di nascita, documento e altre informazioni personali, c’è una dichiarazione che mi fa immediatamente drizzare le antenne: «I do not have diabetes, epilepsy, HIV, AIDS or any other communicable disease». In sostanza, per farti tatuare devi dichiarare, tra le altre cose, di non avere l’HIV.

Ora, uno potrebbe anche essere in vacanza e farsi gli affari suoi. Io evidentemente no.

Chiedo perché abbiano bisogno di conoscere lo stato sierologico del cliente. Mi rispondono che è previsto dalla legge e che comunque non c’è nulla di discriminatorio.

La seconda risposta mi incuriosisce quasi più della prima. Perché la domanda che mi viene spontanea è molto semplice: se una persona dichiara di essere HIV negativa, cosa fate di diverso? Non mettete i guanti?

Naturalmente no. Guanti, materiale sterile e precauzioni vengono utilizzati con tutti, come è giusto che sia. Con una persona HIV positiva, con una negativa e con quella che magari non fa un test da dieci anni e non ha la minima idea del proprio stato sierologico.

Quindi, a cosa serve saperlo?

Nel frattempo la faccenda comincia a interessarmi. Scrivo a Michael Meulbroek, del BCN Checkpoint a Barcellona, che mi conferma quello che immaginavo: in Spagna un’attività commerciale non può pretendere che una persona comunichi il proprio stato HIV. Controllo anche il regolamento delle Canarie. Il Decreto 154/2004 disciplina tatuaggi e piercing e prevede, giustamente, il consenso informato. Ma nel modello previsto dalla norma non c’è alcun obbligo di dichiarare di essere HIV negativi.

C’è anche un altro piccolo particolare. Lo stato sierologico è un dato relativo alla salute, quindi particolarmente protetto dal GDPR e dalla normativa spagnola sulla privacy. E nel modulo che ci hanno consegnato non trovo alcuna informazione su come questi dati vengano trattati.

A quel punto segnalo la vicenda ad Amigos Contra el SIDA (ACES), l’associazione di Gran Canaria che si occupa di HIV e dei diritti delle persone che vivono con HIV. Da Las Palmas mi rispondono molto rapidamente: considerano la pratica contraria alla legge, discriminatoria e lesiva dei diritti e, al rientro dalle ferie, valuteranno cosa fare.

La storia probabilmente avrà un seguito. Ma intanto mi lascia una riflessione.

Non credo affatto che in quello studio ci siano persone che passano le giornate pensando a come discriminare chi vive con HIV. Al contrario, ho visto professionisti bravi, che lavorano bene e adottano correttamente le precauzioni necessarie. Ed è proprio questo a rendere la vicenda interessante.

Lo stigma non arriva sempre con qualcuno che ti dice: «Tu hai l’HIV e qui non entri».

A volte è molto più banale. È una frase infilata anni fa dentro un modulo. Nessuno sa più bene perché sia lì, nessuno si domanda a cosa serva, ma tutti continuano a farla leggere e firmare.

E una persona con HIV, davanti a quella frase, cosa dovrebbe fare? Dichiarare un dato sanitario che non ha alcuna rilevanza per il tatuaggio? Chiedere cosa succede se risponde di sì? Oppure, molto più semplicemente e verosimilmente, mentire?

La cosa paradossale è che qualunque risposta dia, il tatuatore seguirà esattamente le medesime procedure di sicurezza.

Per questo continuo a pensare che tutelare i diritti delle persone con HIV sia importante anche nelle piccole cose. Perché lo stigma non vive soltanto nelle grandi discriminazioni. Sopravvive anche per inerzia, nelle abitudini, nelle procedure, nelle caselle di un modulo che nessuno si è più preso la briga di mettere in discussione.

Neppure sotto il sole di Gran Canaria.