La natura, o l’evoluzione se preferite, ci ha fornito di un bellissimo sistema immunitario, che ogni giorno ci protegge da innumerevoli attacchi da parte di agenti patogeni, della maggior parte dei quali non ci accorgiamo nemmeno. Con HIV, però, le cose si complicano parecchio. Il sistema immunitario reagisce all’infezione, anche con grande forza, ma HIV è particolarmente bravo a sfuggirgli: muta rapidamente, riesce a sottrarsi almeno in parte al riconoscimento e, particolare non proprio secondario, colpisce proprio alcune delle cellule che coordinano la risposta immunitaria. Alla fine, nella grande maggioranza delle persone, il nostro sistema immunitario da solo non riesce a controllarlo.
Eppure rimane uno strumento formidabile. Sappiamo persino che esistono persone nelle quali riesce, in circostanze particolari, a tenere HIV sotto controllo senza terapia: i controller. Per questo una parte importante della ricerca sulla cura parte da una domanda apparentemente semplice: se il sistema immunitario non ce la fa da solo, possiamo aiutarlo? Potenziarlo, orientarlo, togliergli alcuni freni o fornirgli strumenti migliori per riconoscere HIV e le cellule che lo contengono?
È qui che entrano in scena i bNAbs.
La prima volta che ho sentito parlare di bNAbs ero appena uscito da un simposio sull’aumento di peso associato ad alcuni farmaci antiretrovirali. Quando qualcuno cominciò a parlare di “bi-en-abs”, per qualche secondo pensai che fossimo passati a qualche forma di ginnastica per gli addominali. Per fortuna me lo sono tenuto per me.
In realtà bNAbs significa broadly neutralizing antibodies, anticorpi ampiamente neutralizzanti, e con gli addominali non hanno proprio niente a che fare. Hanno invece parecchio a che fare con una delle domande più interessanti della ricerca sulla cura di HIV: possiamo aiutare il sistema immunitario a fare ciò che, da solo, nella maggior parte delle persone non riesce a fare abbastanza bene?
Per capire perché questa strada interessa tanto la ricerca dobbiamo però fare un piccolo passo indietro. Se nella maggior parte delle persone il sistema immunitario non riesce a controllare HIV da solo, esistono alcune eccezioni che ci dimostrano che, almeno biologicamente, quel controllo è possibile.
I più noti sono gli elite controller: persone con HIV che riescono a mantenere spontaneamente una carica virale molto bassa o non rilevabile senza assumere terapia antiretrovirale. Sono pochi e non costituiscono affatto il modello clinico a cui dovrebbero aspirare le persone con HIV, anche perché il controllo della viremia non significa necessariamente assenza di infiammazione o di altre conseguenze dell’infezione. Ma per chi studia la cura rappresentano una specie di esperimento naturale: se il loro sistema immunitario riesce a fare qualcosa che quello della maggior parte di noi non riesce a fare, vale la pena capire come.
Una parte importante della risposta riguarda i linfociti T CD8+. Quando funzionano bene, queste cellule sono in grado di riconoscere una cellula infettata da HIV e di ucciderla. Il problema è che HIV non rimane fermo ad aspettare di essere riconosciuto. Può modificare attraverso le mutazioni le proteine che il sistema immunitario utilizza per individuarlo e, nel tempo, la stimolazione continua può portare alcuni CD8+ a perdere progressivamente efficienza.
È quello che viene chiamato immune exhaustion, esaurimento immunitario. Il termine può far pensare a cellule semplicemente “stanche”, ma il fenomeno è più preciso: i linfociti continuano a esistere e possono ancora svolgere alcune funzioni, però proliferano meno e diventano meno efficaci nell’eliminare le cellule infette. HIV, insomma, non deve necessariamente distruggere tutte le nostre difese; gli basta renderne una parte meno capace di fare il proprio lavoro.
Togliere i freni al sistema immunitario
Una delle ragioni per cui i linfociti T possono perdere efficacia è legata ai cosiddetti immune checkpoint, meccanismi che regolano l’intensità e la durata della risposta immunitaria. Non sono un difetto del nostro organismo, tutt’altro: funzionano come una sorta di freno che impedisce al sistema immunitario di rimanere continuamente attivato e di finire per danneggiare i nostri stessi tessuti.
Uno dei checkpoint più studiati è PD-1 (Programmed cell death protein 1), una proteina presente sulla superficie dei linfociti T. Quando PD-1 incontra uno dei suoi ligandi, tra cui PD-L1, trasmette alla cellula un segnale inibitorio che ne riduce l’attività. In condizioni normali è un sistema di controllo prezioso; durante un’infezione cronica come HIV, però, la stimolazione persistente può associarsi a un’elevata espressione di PD-1 e contribuire a quello stato di disfunzione ed esaurimento immunitario nel quale i CD8+ diventano progressivamente meno capaci di proliferare e di eliminare le cellule infette[1]. È proprio questo il meccanismo richiamato nello STEPS.
Da qui nasce un’idea piuttosto intuitiva: se il sistema immunitario ha il freno tirato, possiamo provare ad allentarlo? È il principio del checkpoint blockade: utilizzare anticorpi che bloccano l’interazione fra PD-1 e i suoi ligandi nel tentativo di restituire funzionalità alle cellule T exhausted. È una strategia che conosciamo soprattutto dall’oncologia, dove gli inibitori dei checkpoint immunitari hanno modificato profondamente il trattamento di diversi tumori.
Nell’HIV la situazione è ancora sperimentale. I primi dati nell’uomo sono arrivati soprattutto da persone con HIV che ricevevano farmaci anti-PD-1 per il trattamento di un tumore: questi studi hanno mostrato che il blocco di PD-1 può modificare alcuni meccanismi legati alla persistenza di HIV e influire sul reservoir.[2][3] Negli ultimi anni, però, la ricerca è andata oltre. Nel 2025 uno studio di fase 1b ha sperimentato budigalimab, un anticorpo anti-PD-1, direttamente in persone con HIV in terapia antiretrovirale. Durante un’interruzione analitica della terapia, sei degli undici partecipanti che avevano ricevuto il regime più completo hanno mostrato un rebound ritardato, un picco di carica virale relativamente basso e/o un periodo di controllo del virus senza ART. Due hanno mantenuto una carica virale inferiore a 200 copie per millilitro fino alla fine dello studio, rispettivamente per 204 e 252 giorni. Sono numeri molto piccoli e gli stessi ricercatori precisano che non è possibile concludere che il controllo sia stato causato dal farmaco, ma il risultato suggerisce che intervenire sull’exhaustion immunitaria meriti di essere ulteriormente studiato.[4]
Nei modelli animali i risultati sono arrivati più lontano: nel 2024, per esempio, il blocco combinato di PD-1 e IL-10 ha consentito a nove macachi su dieci di controllare il rebound di SIV per oltre 24 settimane dopo l’interruzione della ART. È un risultato intrigante, ma ancora preclinico e ottenuto combinando due interventi.
Un lavoro pubblicato nel 2026 ha aggiunto un altro tassello. Studiando persone con HIV e tumore trattate con pembrolizumab, i ricercatori hanno osservato che il blocco di PD-1 può riorganizzare diverse componenti della risposta immunitaria, coinvolgendo non soltanto i CD8+ ma anche meccanismi antivirali legati agli interferoni. In un sottogruppo di partecipanti questa risposta si associava a una riduzione del reservoir. Il dato forse più interessante è proprio la variabilità della risposta: non tutti reagiscono allo stesso modo e alcune caratteristiche immunologiche presenti già prima del trattamento sembrano influenzarne l’effetto.[5]
Ma qui emerge già una prima difficoltà che accompagnerà tutto questo articolo: potenziare il sistema immunitario non significa semplicemente renderlo più aggressivo. Quei freni esistono per una ragione e rimuoverli può avere conseguenze. La sfida è molto più sofisticata: riuscire a rafforzare una risposta specifica contro HIV senza provocare un’attivazione immunitaria eccessiva o indiscriminata.
E torniamo ai bNAbs
Abbiamo lasciato i bNAbs all’inizio dell’articolo, dopo aver chiarito che con gli addominali non hanno nulla a che fare. È arrivato il momento di capire perché questi anticorpi suscitino tanto interesse nella ricerca sulla cura di HIV.
Il nostro sistema immunitario produce anticorpi contro HIV già nelle prime fasi dell’infezione. Il problema è che HIV è un bersaglio straordinariamente mobile: replica rapidamente, accumula mutazioni e genera continuamente varianti. La risposta anticorpale impara a riconoscerlo, il virus cambia; arrivano nuovi anticorpi, vengono selezionate nuove varianti capaci di sfuggirgli. Tra HIV e sistema immunitario si instaura così una sorta di inseguimento evolutivo che può durare anni.[6]
Ed è proprio durante questo lungo confronto che, in una minoranza delle persone con HIV, succede qualcosa di particolare. Alcuni linfociti B producono progressivamente anticorpi sempre più sofisticati, capaci di riconoscere punti dell’envelope di HIV che il virus può modificare con maggiore difficoltà. Dopo numerose mutazioni e successive selezioni di questi stessi anticorpi possono emergere i broadly neutralizing antibodies: anticorpi capaci di neutralizzare non soltanto una variante di HIV, ma un numero molto ampio di ceppi differenti.[7]
Il problema è che questa evoluzione richiede generalmente anni e avviene mentre HIV continua a evolvere a sua volta. È una corsa nella quale il sistema immunitario può arrivare a costruire un’arma formidabile quando il virus presente nell’organismo ha già imparato a sfuggirle. Per questo la comparsa spontanea dei bNAbs, per quanto biologicamente affascinante, di norma non permette alla persona che li ha sviluppati di controllare l’infezione.
Ed è qui che la ricerca ha cambiato prospettiva. Se alcune persone riescono a produrre anticorpi con caratteristiche tanto eccezionali, perché aspettare che lo stesso processo avvenga spontaneamente in ogni individuo? I ricercatori hanno isolato questi anticorpi dalle persone che li sviluppavano, li hanno studiati, riprodotti e successivamente modificati per aumentarne, per esempio, la durata nell’organismo. A quel punto è diventato possibile somministrarli ad altre persone con HIV.[8]
In altre parole, con i bNAbs non stiamo semplicemente cercando di “rafforzare” genericamente il sistema immunitario. Stiamo prendendo una delle sue risposte migliori, sviluppatasi naturalmente ma troppo lentamente e solo in alcune persone, e proviamo a fornirla già pronta.
Non soltanto neutralizzare il virus
La funzione più immediata dei bNAbs è quella suggerita dal loro stesso nome: neutralizzare HIV. Questi anticorpi riconoscono particolari regioni dell’envelope, la struttura che il virus utilizza per legarsi alle cellule e penetrarvi. Legandosi a questi punti vulnerabili possono impedire al virus di entrare in nuove cellule e quindi interrompere una parte del ciclo dell’infezione. È un meccanismo diverso da quello dei farmaci antiretrovirali, ma il risultato che si cerca di ottenere è in parte analogo: impedire a HIV di continuare a propagarsi da una cellula all’altra.[9]
Ma un anticorpo non serve soltanto a riconoscere un bersaglio. Possiede anche una regione, chiamata Fc, che può interagire con altre componenti del sistema immunitario. Quando un bNAb riconosce l’envelope esposto sulla superficie di una cellula infetta, la sua regione Fc può contribuire a richiamare cellule effettrici, come le NK, e favorire l’eliminazione della cellula attraverso meccanismi come l’ADCC, la citotossicità cellulare dipendente da anticorpi. Altre cellule, tra cui i macrofagi, possono invece partecipare alla fagocitosi del bersaglio.[10]
Per la ricerca sulla cura questo secondo effetto è particolarmente interessante. Neutralizzare il virus impedisce nuove infezioni cellulari; contribuire a riconoscere ed eliminare cellule che già producono HIV potrebbe invece esercitare una pressione anche sulla popolazione di cellule infette. Quanto questo meccanismo contribuisca realmente all’efficacia dei bNAbs nell’uomo è ancora oggetto di ricerca e non va sopravvalutato: la neutralizzazione rimane la loro funzione meglio dimostrata, mentre il peso aggiuntivo delle funzioni Fc può variare a seconda dell’anticorpo e del contesto.[11]
Il problema dell’escape virale
A questo punto i bNAbs potrebbero sembrare quasi l’arma ideale: riconoscono HIV, possono impedirgli di infettare nuove cellule e possono anche contribuire a richiamare altre componenti del sistema immunitario contro quelle già infette. Ma HIV ha una caratteristica che abbiamo già incontrato più volte: cambia, e lo fa abbastanza rapidamente da poter sfuggire anche ad anticorpi molto potenti.
Ogni bNAb riconosce infatti una particolare regione dell’envelope. 3BNC117, per esempio, colpisce una zona vicina al sito utilizzato da HIV per legarsi al recettore CD4; 10-1074 riconosce invece una regione differente, associata al loop V3 e agli zuccheri che lo circondano. Se nel virus sono già presenti varianti meno sensibili a uno di questi anticorpi, oppure se durante la replicazione emergono mutazioni che modificano sufficientemente il suo bersaglio, quelle varianti acquistano un vantaggio: l’anticorpo neutralizza i virus sensibili, mentre quelli resistenti possono continuare a replicarsi. È la selezione di un escape virale.[12]
Non è soltanto una possibilità teorica. I primi studi con un singolo bNAb hanno mostrato esattamente questo fenomeno. Con il bNAb 3BNC117, per esempio, l’interruzione della ART poteva essere seguita da un rebound più tardivo rispetto a quanto normalmente osservato, ma nella maggior parte dei partecipanti i virus che riemergevano mostravano una maggiore resistenza all’anticorpo. In altre parole, un bNAb poteva esercitare una forte pressione su HIV senza riuscire a impedirgli, alla fine, di trovare una via di fuga.[13]
La risposta è stata, ancora una volta, la combinazione. È lo stesso principio generale che ha trasformato la terapia antiretrovirale: rendere molto più difficile per HIV trovare contemporaneamente diverse vie di fuga. Se utilizziamo due bNAbs che riconoscono punti differenti dell’envelope, una variante resistente al primo può essere ancora vulnerabile al secondo; per sfuggire a entrambi, il virus deve superare contemporaneamente due pressioni selettive differenti.
È proprio quello che si è cercato di fare combinando i bNAbs 3BNC117 e 10-1074. In uno studio di fase 1b, nove persone il cui reservoir conteneva virus sensibili a entrambi gli anticorpi hanno ricevuto la combinazione durante un’interruzione analitica della terapia. La soppressione virale è stata mantenuta per un periodo compreso fra 15 e oltre 30 settimane, con una mediana di 21 settimane, e non sono emersi virus resistenti a entrambi gli anticorpi.[14] Era una dimostrazione importante: combinare bNAbs diretti contro bersagli differenti poteva rendere l’escape molto più difficile.
Qui serve una precisazione importante. Neppure due anticorpi cancellano magicamente il problema della resistenza. Bisogna che il virus della persona sia sensibile agli anticorpi utilizzati e che questi rimangano nell’organismo a concentrazioni sufficienti. Se uno dei due scompare più rapidamente, può crearsi di fatto una fase di monoterapia durante la quale HIV torna ad avere una via di fuga più semplice.
Per cercare di far durare più a lungo i bNAbs nell’organismo sono state sviluppate versioni modificate, indicate dalla sigla “LS”. Il nome deriva da due modifiche introdotte nella regione Fc dell’anticorpo: in due punti precisi della sua struttura, gli aminoacidi originariamente presenti vengono sostituiti rispettivamente con leucina (L) e serina (S) da cui “LS”. Le modifiche, indicate tecnicamente come M428L e N434S, permettono all’anticorpo di essere riciclato più efficientemente dalle cellule invece di essere degradato, prolungandone così l’emivita e quindi la permanenza nel sangue[15]. Quando incontreremo nomi come 3BNC117-LS e 10-1074-LS, dunque, quel suffisso ci dirà che stiamo parlando delle versioni a più lunga durata di quegli anticorpi.
RIO: mettere i bNAbs alla prova
Ed eccoci a RIO. Il nome non ha nulla a che fare con il congresso AIDS 2026 che si è svolto a Rio de Janeiro: RIO è il nome di uno studio clinico britannico nato per capire se due bNAbs a lunga durata d’azione, 3BNC117-LS e 10-1074-LS, possano contribuire a mantenere HIV sotto controllo quando viene sospesa la terapia antiretrovirale.
Il protocollo, infatti, prevedeva proprio la somministrazione dei due anticorpi e successive interruzioni analitiche della terapia, durante le quali i partecipanti venivano attentamente monitorati per osservare se e quando HIV tornasse a replicarsi. Nell’agosto 2026 sono stati pubblicati i risultati principali.
Tuttavia, prima di vedere che cosa è successo in RIO, voglio fermarmi su quelle parole: interruzione analitica della terapia, o ATI (analytical treatment interruption).
Per una persona con HIV la cosa può apparire quasi paradossale. Da anni sappiamo che una terapia antiretrovirale efficace va assunta con continuità; sappiamo che mantiene HIV soppresso, protegge la nostra salute e, quando la carica virale è stabilmente non rilevabile, impedisce la trasmissione sessuale del virus. Poi arriva uno studio sulla cura e chiede a persone perfettamente undetectable di fare ciò che normalmente viene loro raccomandato di non fare: sospendere la ART.
Non è, naturalmente, un’interruzione lasciata al caso. Una ATI è una procedura sperimentale programmata all’interno di un protocollo di ricerca, con controlli molto frequenti della carica virale, monitoraggio clinico e criteri prestabiliti che determinano quando la terapia deve essere ripresa. Ma resta un’interruzione della terapia e, nella maggior parte dei casi, sappiamo che prima o poi HIV tornerà a replicarsi.
Il motivo per farlo è scientificamente molto solido. Finché una persona continua ad assumere la ART e HIV rimane non rilevabile, non possiamo sapere se a controllare il virus siano ancora i farmaci oppure l’intervento sperimentale che stiamo studiando. Per scoprirlo bisogna togliere, temporaneamente, la protezione della ART e osservare che cosa accade. Quanto tempo passa prima del rebound? La carica virale torna rapidamente ai livelli precedenti oppure rimane più bassa? Esistono persone nelle quali il virus continua a essere controllato anche senza terapia? Per molti studi sulla remissione queste sono domande alle quali, almeno oggi, non sappiamo rispondere senza una ATI. Scientificamente lo capisco, ma come persona con HIV trovo molto meno semplice il passaggio successivo: essere io quella persona undetectable che accetta di sospendere una terapia che funziona e aspettare di scoprire se HIV tornerà a replicarsi.
Perché accettare?
Resta una domanda che, almeno per me, è difficile evitare: perché una persona con HIV, in terapia efficace e stabilmente undetectable, dovrebbe accettare di sospenderla sapendo che con ogni probabilità il virus tornerà a replicarsi?
Gli studi che hanno interrogato direttamente i partecipanti alle ATI mostrano che una delle motivazioni principali è l’altruismo: contribuire alla ricerca, aiutare altre persone con HIV e partecipare concretamente alla ricerca di una cura. Ci sono anche curiosità scientifica, interesse per ciò che accadrà al proprio organismo e, inevitabilmente, la speranza che proprio quell’intervento possa funzionare. In uno studio statunitense, per esempio, la fiducia nel gruppo di ricerca e nei propri medici aveva un ruolo importante nella decisione di partecipare.[16]
Ma sapere razionalmente che HIV probabilmente tornerà non significa necessariamente essere preparati a vederlo accadere. In uno studio statunitense, la maggior parte dei partecipanti dichiarò di avere sottovalutato l’impatto emotivo dell’interruzione della terapia: durante la ATI comparvero incertezza e sensazione di perdita di controllo, insieme alla preoccupazione per il possibile ritorno della trasmissibilità di HIV.
Altri studi sono ancora più eloquenti. Persone che erano undetectable da anni hanno descritto frustrazione, paura, rabbia o un senso di fallimento quando hanno visto risalire la propria carica virale. Alcune avevano sperato che l’intervento sperimentale riuscisse a mantenerle undetectable più a lungo; la ripresa della ART poteva quindi essere vissuta contemporaneamente come una sconfitta e come un sollievo, perché significava tornare alla sicurezza di una terapia che sapevano funzionare.[17]
C’è poi una questione che per una persona sessualmente attiva non è affatto secondaria. Quando HIV torna a replicarsi, viene meno la condizione sulla quale si basa U=U e bisogna quindi affrontare nuovamente il rischio di trasmissione ai partner. In uno studio britannico su persone che avrebbero potuto partecipare a ricerche con ATI, proprio la possibilità di trasmettere HIV era la preoccupazione più frequente: la indicava l’89% degli intervistati.[18]
Per questo credo sia importante non raccontare l’ATI semplicemente come una procedura necessaria per misurare un endpoint. Il rebound è certamente un dato scientifico: ha un tempo, una carica virale, una curva che può essere confrontata fra gruppi. Ma per la persona che partecipa allo studio è anche il ritorno di un virus che gli esami avevano continuato a definire non rilevabile, magari già anche da molti anni. Le due cose accadono nello stesso momento e fanno entrambe parte della ricerca sulla cura. Così come ne fanno parte il coraggio e la disponibilità delle persone che accettano di esporsi a questa incertezza perché quella ricerca possa andare avanti.
E allora, che cosa è successo in RIO?
RIO ha arruolato 68 persone con HIV che avevano iniziato la ART nelle fasi precoci dell’infezione e avevano una carica virale soppressa. Metà ha ricevuto i due bNAbs a lunga durata d’azione, 3BNC117-LS e 10-1074-LS; l’altra metà un placebo. Né i partecipanti né i ricercatori sapevano chi avesse ricevuto gli anticorpi. Dopo l’infusione, le persone eleggibili hanno interrotto la ART e sono state seguite per osservare quando si sarebbe verificato il rebound virale.
La differenza fra i due gruppi è stata notevole. A venti settimane dall’interruzione della ART, nel gruppo che aveva ricevuto i bNAbs il virus era tornato a replicarsi in 8 persone su 34; nel gruppo placebo era successo in 30 su 34. In altri termini, il 75% delle persone trattate con i bNAbs non aveva ancora avuto un rebound, contro appena l’11% di quelle che avevano ricevuto il placebo. Il rischio di rebound risultava ridotto del 91%.[19]
Ma il dato che trovo più interessante arriva osservando queste persone più a lungo. Il tempo mediano al rebound è stato di circa 4,6 settimane con il placebo e di 45,4 settimane con i bNAbs. Sette partecipanti che avevano ricevuto gli anticorpi erano ancora senza ART e senza rebound a 96 settimane o oltre; soprattutto, a quel punto le concentrazioni dei bNAbs erano ormai stimate al di sotto della soglia considerata terapeuticamente efficace. Cinque di loro, al momento dell’analisi, continuavano la ATI tra 98 e 195 settimane.
Questo cambia parecchio l’interpretazione del risultato. Ritardare il rebound finché nel sangue circolano quantità sufficienti di anticorpi può essere considerato soprattutto un effetto farmacologico: al posto della ART, sono i bNAbs a tenere sotto pressione HIV. Ma se in alcune persone il controllo continua quando gli anticorpi sono ormai scesi sotto le concentrazioni ritenute efficaci, diventa plausibile che sia successo qualcosa di più: l’intervento potrebbe avere modificato il rapporto fra HIV e sistema immunitario in modo da favorire un controllo che persiste oltre l’azione diretta degli anticorpi. È un segnale particolarmente interessante, ma riguarda sette persone e non dimostra ancora quale meccanismo lo abbia prodotto.
E qui tornerei alla domanda con cui abbiamo iniziato l’articolo: possiamo aiutare il sistema immunitario a controllare HIV? RIO ci dice che, almeno in alcune persone e in condizioni molto selezionate, aiutare il sistema immunitario a controllare HIV senza ART è possibile. Dopo decenni nei quali abbiamo imparato quanto HIV sia capace di sfuggire alle nostre difese, non mi sembra affatto un risultato da poco.
Ma dobbiamo anche dire molto chiaramente che il reservoir non è stato eliminato e RIO non dimostra che HIV sia scomparso dall’organismo. È un risultato importante nella ricerca sulla cura; non è ancora una cura.
HIV cure — la serie
- Il reservoir non è solo un nascondiglio
- Shock and kill: quando svegliare HIV non basta
- Possiamo potenziare il sistema immunitario contro HIV?
- Un vaccino per chi HIV ce l’ha già?
- E se invece lo lasciassimo dormire?
- Possiamo cancellare HIV dal DNA?
[1] Day CL, Kaufmann DE, Kiepiela P, et al. PD-1 expression on HIV-specific T cells is associated with T-cell exhaustion and disease progression. Nature. 2006;443:350–354. doi:10.1038/nature05115.
[2] Uldrick TS, Adams SV, Fromentin R, et al. Pembrolizumab induces HIV latency reversal in people living with HIV and cancer on antiretroviral therapy. Sci Transl Med. 2022;14(629):eabl3836. doi:10.1126/scitranslmed.abl3836.
[3] Lau JSY, McMahon JH, Gubser C, et al. The impact of anti-PD-1 immunotherapy on HIV reservoir and anti-viral immune responses in people living with HIV and cancer. Cells. 2022;11(6):1015. doi:10.3390/cells11061015
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[5] Talla A, Azevedo JLLC, Latif MB, et al. Innate antiviral and immune functions associated with the HIV reservoir decay after anti-PD-1 therapy. Nat Med. 2026;32:505–517. doi:10.1038/s41591-025-04139-y.
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