Ho letto un articolo apparso su POZ dedicato a una possibile novità nel campo della prevenzione HIV. Gilead ha presentato alla FDA la richiesta di autorizzazione per una PrEP orale da assumere una volta alla settimana. Se verrà approvata, si aggiungerà alle opzioni già disponibili e a quelle in sviluppo, confermando una tendenza che ormai appare chiara: il futuro della prevenzione HIV sarà probabilmente caratterizzato da una crescente possibilità di scelta.
Pillole quotidiane, pillole settimanali, forse pillole mensili, farmaci iniettabili a lunga durata. Non una soluzione unica per tutti, ma strumenti diversi per persone diverse.
Per noi italiani, naturalmente, si tratta ancora di scenari relativamente lontani. Anche nel migliore dei casi, tra approvazioni regolatorie, valutazioni europee e percorsi di rimborsabilità, passeranno probabilmente alcuni anni prima che queste innovazioni arrivino nella pratica clinica quotidiana.
Eppure non è stata la notizia a colpirmi.
La prima cosa che ho guardato è stata la fotografia.
L’articolo era illustrato dall’immagine di un uomo afroamericano anziano. Barba bianca, mani segnate dall’età, uno sguardo che sembrava raccontare una storia molto più lunga della notizia che accompagnava.
Sicuramente non è una scelta casuale.
Viviamo in un’epoca in cui la comunicazione sanitaria è studiata nei minimi dettagli. Ogni immagine viene scelta per trasmettere un messaggio. E allora quella fotografia mi è sembrata interessante proprio perché rompeva alcuni stereotipi.
Quando si parla di PrEP, infatti, l’immaginario dominante è spesso quello della giovinezza. Corpi atletici, persone sorridenti, sessualità vissuta come promessa di futuro. È raro vedere associata alla prevenzione HIV l’immagine di una persona anziana. Ancora più raro se quella persona appartiene a una minoranza etnica.
Non si tratta soltanto di una scelta comunicativa. In parte riflette anche la storia stessa della PrEP. Nel celebre studio iPrEx, pubblicato nel 2010 e considerato il primo grande trial internazionale che ha dimostrato l’efficacia della PrEP, i partecipanti erano maschi che fanno sesso con maschi e donne trans, con un’età media di circa 27 anni. Quell’immagine della prevenzione HIV – giovane, maschile e legata soprattutto alla comunità gay – ha contribuito a modellare per anni il modo in cui la PrEP è stata raccontata.
Oggi, però, la realtà è molto più complessa. La PrEP riguarda persone di età diverse, provenienze diverse e storie diverse. E forse proprio per questo la fotografia di un uomo afroamericano anziano mi è sembrata così insolita. Non perché rappresenti una categoria “speciale”, ma perché ricorda qualcosa che spesso dimentichiamo: la prevenzione non appartiene a una generazione, a un orientamento sessuale o a un gruppo sociale. Appartiene alle persone.
Inoltre quella fotografia arriva in un momento particolare della storia dell’epidemia. Per la prima volta, nei paesi ad alto reddito, la maggioranza delle persone con HIV ha superato i cinquant’anni. Sempre più spesso si parla di invecchiamento con HIV, di multimorbidità, qualità della vita, fragilità, salute mentale e salute sessuale in età avanzata. Le persone che negli anni Ottanta e Novanta difficilmente avrebbero immaginato di arrivare alla pensione oggi discutono di come invecchiare bene. Continuare a rappresentare HIV esclusivamente attraverso immagini di giovinezza rischia di raccontare un’epidemia che non esiste più.
Ma quella fotografia mi ha fatto riflettere anche su un altro aspetto.
Non soltanto su chi viene rappresentato quando parliamo di prevenzione HIV, ma anche su come vengono percepite le persone che scelgono di utilizzarla.
Perché, nonostante oltre dieci anni di evidenze scientifiche e raccomandazioni internazionali, la PrEP continua spesso a essere osservata attraverso una lente morale prima ancora che sanitaria.
In teoria la questione dovrebbe essere semplice. Una persona decide di ridurre il rischio di acquisire HIV e utilizza uno degli strumenti disponibili per farlo. Fine del ragionamento.
Nella pratica, però, non è sempre così.
Molte persone che utilizzano la PrEP raccontano ancora oggi di sentirsi giudicate. Non necessariamente in modo esplicito. Più spesso attraverso battute, allusioni o atteggiamenti che comunicano un messaggio implicito: se usi la PrEP, probabilmente fai una certa vita sessuale. E se fai una certa vita sessuale, forse meriti di essere osservato con sospetto.
È un meccanismo antico.
Per anni una donna che teneva dei preservativi nella borsetta non veniva considerata una persona prudente. Veniva considerata una donna disponibile. La pillola anticoncezionale è stata accusata di incoraggiare la promiscuità. La contraccezione d’emergenza è stata descritta come una scorciatoia per l’irresponsabilità.
Ogni volta il dibattito sembrava riguardare la prevenzione. In realtà riguardava il controllo della sessualità.
La stessa dinamica continua a riemergere, in forme diverse, anche nel dibattito sulla PrEP. Nessuno direbbe a una persona che assume farmaci per abbassare il colesterolo che lo fa perché mangia male. Nessuno accuserebbe una persona vaccinata contro l’influenza di cercare deliberatamente il contagio. Nessuno accuserebbe una persona vaccinata contro l’influenza di cercare deliberatamente il contagio. Almeno finché non si tratta di vaccini contro infezioni a trasmissione sessuale: in quel caso, improvvisamente, c’è sempre qualcuno più interessato alla vita sessuale della persona che alla prevenzione della patologia.
Come se la prevenzione fosse considerata virtuosa soltanto quando accompagna una sessualità ritenuta accettabile.
È una contraddizione che merita di essere osservata con attenzione.
Perché la storia della salute sessuale ci racconta esattamente il contrario. Le innovazioni che hanno prodotto i maggiori benefici non sono quelle che hanno limitato la sessualità delle persone, ma quelle che l’hanno resa più sicura. La contraccezione moderna non ha eliminato il desiderio. Ha ridotto il rischio di gravidanze indesiderate. La PrEP non elimina la sessualità. Riduce il rischio di HIV.
Forse è per questo che quella fotografia continua a sembrarmi più interessante della notizia stessa.
Non mostrava una pillola. Non mostrava una siringa. Non mostrava una tecnologia.
Mostrava una persona.
Un uomo anziano. Afroamericano. Con una storia che possiamo soltanto immaginare.
E forse è proprio questo il punto.
Possiamo discutere di farmaci settimanali, mensili o semestrali. Possiamo analizzare le strategie delle aziende farmaceutiche e la corsa all’innovazione. Possiamo interrogarci su quali strumenti saranno disponibili nei prossimi anni.
Ma alla fine il centro della questione rimane sempre lo stesso. Non la tecnologia.
Le persone che la utilizzano.

