Qualche anno fa, al termine di una conferenza, mi capitò di conoscere un sacerdote. Era seduto in fondo alla sala, un po’ in disparte. Indossava un clergyman grigio senza collarino. Mi sedetti accanto a lui e iniziammo a parlare.
Nel corso della conversazione mi raccontò di avere ricevuto una diagnosi di HIV. La diagnosi in sé non mi colpì particolarmente. Ho incontrato molte persone sieropositive e conosco bene il peso che quella notizia può avere nella vita di una persona. Quello che mi colpì fu altro.
Mi spiegò che la sua congregazione lo aveva sostanzialmente messo da parte. Non ricordo le parole esatte, ma ricordo molto bene la sensazione che provai osservandolo. Avevo davanti una persona che stava affrontando contemporaneamente la diagnosi, la paura del futuro, il timore del giudizio e la solitudine. Col tempo mi sono convinto che ciò che mi colpì così profondamente fu il riconoscimento di qualcosa di familiare.
Anche io avevo conosciuto la diagnosi. Anche io avevo conosciuto la paura, il giudizio, la vergogna e, in una certa misura, l’abbandono. Le nostre storie erano diversissime, ma in quel momento vedevo davanti a me una persona che portava sulle spalle un peso che conoscevo bene.
C’era però un elemento ulteriore. Secondo la dottrina della sua Chiesa, quel sacerdote aveva sbagliato. Aveva avuto un rapporto sessuale che non avrebbe dovuto avere. E adesso si trovava a gestire non soltanto una diagnosi HIV, ma anche il senso di colpa associato a ciò che era accaduto e la distanza di una comunità alla quale aveva dedicato la propria vita.
Ripenso spesso a quell’incontro perché, a ben vedere, contiene una domanda che va oltre la storia personale di quel sacerdote. Per anni ho sentito raccontare il ruolo svolto dalla Chiesa durante l’epidemia di “AIDS”. Le parrocchie che aiutavano i malati, i religiosi che visitavano gli ospedali, le organizzazioni caritative che offrivano assistenza quando molti altri si voltavano dall’altra parte. Tutto questo è vero e non ho alcuna difficoltà a riconoscerlo.
La domanda, però, è un’altra.
Che cosa accade quando HIV non riguarda più gli altri? Che cosa accade quando entra davvero in casa? Quando non si tratta più di assistere una persona malata, ma di scoprire che quella persona è uno dei tuoi?
Ogni volta che qualcuno prova a discutere criticamente il ruolo della Chiesa cattolica rispetto a HIV, prima o poi arriva la stessa obiezione.
“La Chiesa ha fatto anche tanto bene.”
È un’affermazione difficile da contestare. Nel corso degli anni ho conosciuto sacerdoti straordinari, religiosi che hanno assistito persone con AIDS quando molti altri si voltavano dall’altra parte, volontari che hanno dedicato tempo ed energie a chi era stato lasciato solo. Sarebbe intellettualmente disonesto fingere che tutto questo non sia esistito.
Eppure mi ha sempre colpito il modo in cui questo argomento viene utilizzato nel dibattito pubblico. Spesso sembra funzionare come una sorta di punto finale. Come se il bene compiuto da alcune persone rendesse superflua qualunque riflessione sul ruolo storico e culturale dell’istituzione alla quale appartengono.
Personalmente non ho mai avuto interesse a stabilire se nella Chiesa esistano persone buone o cattive. Mi sembra una domanda poco interessante. Le persone generose esistono ovunque, così come esistono persone meschine. La vera questione, almeno per quanto riguarda HIV, è un’altra.
Mi interessa capire quale ruolo abbia avuto la Chiesa nella costruzione di una cultura che continua a guardare alla sessualità attraverso la lente della colpa e del giudizio morale.
Nel corso degli anni ho imparato che chi arriva a un servizio HIV spesso pensa di parlare di un virus. Dopo qualche minuto scopre di stare parlando di sé. Parlano di desiderio. Parlano di vergogna. Parlano della difficoltà di accettare il proprio orientamento sessuale, di relazioni che non funzionano, di fantasie che non riescono a confessare a nessuno, di un corpo percepito come nemico o di una sessualità vissuta come qualcosa da controllare più che da comprendere.
In altre parole, parlano del modo in cui hanno imparato a guardare sé stesse.
Per questo faccio fatica a considerare HIV esclusivamente come una questione sanitaria. Certo, esiste un virus. Esistono modalità di trasmissione, terapie, strumenti di prevenzione e dati epidemiologici. Ma esiste anche tutto ciò che le persone portano con sé quando entrano in una stanza per chiedere un test o raccontare una paura.
E molto spesso quel bagaglio ha poco a che fare con la virologia e molto con la colpa.
Ricordo un uomo sposato, padre di due figli, che arrivò al servizio visibilmente provato dopo avere avuto un rapporto sessuale con una prostituta trans. Più che la paura di HIV, a colpirmi fu il modo in cui raccontava la propria storia. Continuava a ripetere la stessa frase:
“Ho tradito la mia famiglia.”
Parlammo a lungo. A un certo punto gli chiesi cosa intendesse esattamente per tradimento. Aveva tradito la moglie perché aveva avuto un rapporto sessuale con un’altra persona?
La domanda può sembrare banale, ma in realtà non lo è affatto. Sulla carta ci sposiamo per amore. L’amore dovrebbe rappresentare il fondamento stesso della relazione, ciò che la rende significativa e duratura nel tempo. Eppure continuiamo a identificare il tradimento quasi esclusivamente con il sesso.
La cosa mi ha sempre colpito. Da un lato il sesso viene spesso raccontato come qualcosa di istintivo, corporeo, poco nobile, quasi una dimensione animale dell’esistenza. L’amore, al contrario, viene celebrato come il sentimento più elevato, quello che giustifica il matrimonio, la famiglia e i grandi progetti di vita. Dall’altro lato, però, è proprio il sesso a diventare il criterio principale attraverso cui misuriamo la fedeltà.
Come se una relazione potesse sopravvivere a anni di distanza emotiva, incomprensioni o disinteresse reciproco, ma non a un rapporto sessuale occasionale. Come se fosse il sesso, e non l’amore, il vero custode della morale relazionale.
Non sto suggerendo che il sesso non abbia importanza o che non possa rappresentare una ferita profonda all’interno di una coppia. Mi colpisce piuttosto la contraddizione. Da secoli trattiamo il sesso come qualcosa di inferiore rispetto all’amore e, allo stesso tempo, gli attribuiamo un potere enorme nel definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Naturalmente non stavamo discutendo di filosofia delle relazioni. Stavamo cercando di capire da dove provenisse tutta quella sofferenza. E più parlavamo, più diventava evidente che quell’uomo non stava affrontando soltanto la paura di una possibile infezione. Si stava processando da solo.
Era allo stesso tempo imputato, pubblico ministero e giudice.
Mostrava una grande capacità di comprendere gli errori degli altri, ma non riusciva a fare lo stesso con sé stesso. Così il nostro discorso si spostò su un tema che apparentemente aveva poco a che fare con HIV e che invece, col tempo, ho imparato a considerare centrale: la compassione.
Non la compassione verso gli altri.
Quella verso sé stessi.
Quando gli feci notare che sembrava disposto a concedere a chiunque una seconda possibilità tranne che a sé stesso, rimase in silenzio per qualche secondo. Poi mi guardò con un’espressione che non ho più dimenticato. Come se quella possibilità non gli fosse mai stata davvero concessa. Come se l’idea stessa di potersi perdonare fosse diventata, per la prima volta, pensabile.
Ripenso spesso a quell’uomo. E ripenso spesso anche al sacerdote che incontrai anni fa dopo la sua diagnosi di HIV.
A prima vista sembrano storie molto diverse. In realtà, osservandole da vicino, condividono molti elementi. Entrambi stavano affrontando una situazione difficile. Entrambi convivevano con il senso di colpa. Entrambi avevano paura del giudizio. Entrambi sembravano portare sulle spalle il peso di una condanna che, almeno in parte, si erano inflitti da soli.
Ed è qui che, a mio avviso, emerge il nodo centrale della questione.
Dopo oltre vent’anni di attività e decine di migliaia di persone incontrate, mi sono convinto che una parte importante del lavoro svolto nei servizi HIV non riguardi soltanto il virus. Riguardi il modo in cui le persone guardano sé stesse. Le persone arrivano per parlare di HIV e molto spesso finiscono per parlare di colpa.
Non sempre in modo esplicito. A volte la colpa si presenta sotto forma di paura. Altre volte come ansia, vergogna, bisogno ossessivo di rassicurazione o incapacità di accettare un risultato negativo. Ma scavando un po’, il tema ritorna continuamente.
“Ho sbagliato.”
“Non avrei dovuto farlo.”
“Me la sono cercata.”
Sono frasi che ho sentito ripetere migliaia di volte.
Forse è anche per questo che HIV ha trovato terreno fertile nello stigma. Perché il virus colpiva il corpo, ma la colpa era già lì. Esisteva prima della diagnosi. Esisteva prima del test. Esisteva prima ancora del rischio.
Se una persona cresce imparando che alcuni desideri sono sbagliati, che alcune pratiche sessuali sono vergognose e che certe esperienze devono essere nascoste, il primo effetto non è la castità. Il primo effetto è il silenzio.
E il silenzio, in ambito HIV, non protegge nessuno.
Il silenzio ritarda il test. Ritarda la diagnosi. Ritarda l’accesso alle cure. Costringe le persone ad affrontare da sole paure che potrebbero essere condivise e comprese. Trasforma una questione sanitaria in una questione morale.
Forse è anche per questo che lo slogan Silence = Death continua a sembrarmi così attuale. Non soltanto perché per anni governi e istituzioni hanno taciuto davanti all’epidemia, ma perché moltissime persone hanno imparato a tacere su sé stesse.
E forse la domanda più importante non è chi abbiamo aiutato durante l’epidemia.
La domanda è chi abbiamo lasciato solo.
Anche quando dicevamo di volerlo accogliere.

