Quando un terremoto interrompe la rete sanitaria, garantire la continuità della terapia diventa parte della risposta umanitaria.

Il terremoto che ha colpito il Venezuela il 24 giugno ha provocato migliaia di vittime e danni gravissimi agli ospedali. In una situazione del genere è naturale pensare ai soccorsi, ai feriti, alle persone rimaste senza casa. Più difficile è ricordarsi di chi vive con HIV e dipende da una terapia che non può semplicemente aspettare la fine dell’emergenza.

Secondo i dati diffusi da UNAIDS, il terremoto ha causato almeno 2.295 morti, oltre 11.200 feriti e più di 26.000 persone direttamente colpite. Almeno 38 ospedali hanno subito danni, mettendo ulteriormente sotto pressione un sistema sanitario già fortemente provato.

Per chi vive con HIV, infatti, un’emergenza sanitaria non è fatta soltanto di edifici danneggiati o servizi sospesi. La continuità della terapia dipende da una rete di elementi che spesso diamo per scontati: ospedali aperti, personale sanitario disponibile, farmaci distribuiti regolarmente, trasporti funzionanti e la possibilità di raggiungere il proprio centro di riferimento. Quando questa rete si interrompe, anche una terapia efficace rischia di diventare improvvisamente irraggiungibile.

UNAIDS ha infatti attivato un Emergency Registry per identificare rapidamente le persone con HIV coinvolte dal terremoto e capire quali fossero i loro bisogni più urgenti. I primi dati parlano da soli:

il 69% delle persone registrate ha dichiarato di aver interrotto la terapia antiretrovirale
il 28% ha riferito di avere bisogno di supporto psicologico.

Questi dati raccontano qualcosa che spesso sfugge quando si parla di calamità naturali. Per una persona che vive con HIV, un terremoto non significa soltanto perdere la casa o affrontare le conseguenze immediate del disastro.

Può significare anche non riuscire più a raggiungere il proprio centro clinico, non avere accesso ai farmaci, perdere i contatti con i servizi sanitari o trovarsi improvvisamente senza punti di riferimento.

È proprio in questi momenti che si misura la capacità di risposta di un sistema sanitario, non solo nel gestire l’emergenza ma anche nel proteggere la continuità delle cure per le persone più vulnerabili.

Il comunicato di UNAIDS non si limita infatti a descrivere una situazione drammatica. Racconta anche come la risposta all’HIV si organizza quando tutto il resto sembra fermarsi: una mobilitazione concreta che coinvolge le autorità venezuelane, le agenzie delle Nazioni Unite, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo e la Red Venezolana de Gente Positiva.

Sono stati attivati meccanismi per facilitare l’accesso alla terapia antiretrovirale, garantire informazioni affidabili e tempestive e sostenere le persone più colpite. Parallelamente, le linee guida per la gestione dell’HIV nelle emergenze sono state adattate al contesto venezuelano per aiutare i servizi sanitari e le organizzazioni impegnate nei centri di accoglienza.

Non è un dettaglio, perché fin dall’inizio dell’epidemia la risposta all’HIV si è costruita grazie alla collaborazione tra servizi sanitari, istituzioni e organizzazioni comunitarie, e anche nelle emergenze questa alleanza continua a fare la differenza.

Le organizzazioni community-based conoscono le persone, il territorio e i bisogni concreti delle comunità che rappresentano. Per questo riescono spesso a raggiungere chi rischia di rimanere escluso dai percorsi di assistenza tradizionali, facilitando il contatto con i servizi sanitari e contribuendo a mantenere la continuità delle cure anche nelle situazioni più difficili.

Le emergenze mettono in evidenza le fragilità di un sistema sanitario. Ma mostrano anche quanto sia importante aver costruito, prima della crisi, una rete di servizi e organizzazioni capaci di reagire rapidamente.

La continuità della terapia non dipende solo dai farmaci.

Dipende dalle persone che, anche quando tutto sembra fermarsi, trovano il modo di farli arrivare a chi ne ha bisogno.

Lo abbiamo visto anche durante la pandemia di Covid-19. Pur in un contesto molto diverso da quello di un terremoto, anche allora la sfida era evitare che l’emergenza interrompesse percorsi di cura costruiti nel tempo. In molti Paesi, Italia compresa, la collaborazione tra servizi sanitari e associazioni ha permesso di mantenere il contatto con le persone e di garantire, per quanto possibile, la continuità dell’assistenza.

Il Venezuela ce lo ricorda ancora una volta: le emergenze non si possono evitare, ma ci si può preparare ad affrontarle costruendo reti di servizi, istituzioni e organizzazioni comunitarie capaci di resistere anche quando tutto il resto vacilla, perché nessuno dovrebbe rinunciare alle cure proprio nel momento in cui ne ha più bisogno.