Per molti anni abbiamo creduto che alcune conquiste fossero ormai irreversibili.

Non la fine dell’HIV, certo. Ma almeno un principio: nessuno dovrebbe morire perché il proprio Paese è troppo povero per acquistare i farmaci o perché appartiene a una popolazione scomoda.

Da questo principio sono nati programmi come PEPFAR, il Fondo Globale e decine di iniziative internazionali che hanno salvato milioni di vite.

Oggi quel principio non è più così scontato.

La decisione dell’amministrazione statunitense di interrompere una parte dei finanziamenti PEPFAR al Sudafrica è soltanto il caso più evidente di un cambiamento molto più profondo

Negli ultimi mesi si sono susseguite notizie che, prese singolarmente, potrebbero sembrare episodi indipendenti. Tagli ai finanziamenti. Programmi sospesi. Organizzazioni costrette a chiudere. Personale sanitario licenziato. Studi scientifici a rischio.

Guardate nel loro insieme, però, raccontano una storia diversa.

Non stiamo assistendo a una semplice revisione della spesa pubblica. Stiamo osservando un cambiamento di paradigma.
Per oltre vent’anni gli Stati Uniti hanno considerato la lotta globale all’HIV una responsabilità politica oltre che sanitaria. C’erano interessi strategici, certamente. C’era diplomazia. Ma c’era anche la consapevolezza che un’epidemia fuori controllo in una parte del mondo non resta confinata lì.

Non è una questione morale. È il modo in cui funziona la salute pubblica.

Anzitutto perché viviamo in un mondo in cui milioni di persone viaggiano, lavorano, migrano e costruiscono relazioni oltre i confini nazionali. Pensare che un’epidemia possa essere “contenuta” entro i limiti di uno Stato è un’illusione che la sanità pubblica ha abbandonato da tempo.

C’è poi un secondo aspetto, meno intuitivo ma altrettanto importante. Quando milioni di persone perdono continuità nelle cure, il virus ha più occasioni per replicarsi. Più replicazioni significano più possibilità che emergano mutazioni e, tra queste, anche varianti resistenti ai farmaci. Non significa che domani ci troveremo di fronte a un’HIV resistente in tutto il mondo, ma significa aumentare un rischio che oggi sappiamo controllare proprio grazie all’accesso stabile alle terapie.

Infine esiste un terzo livello, di cui si parla troppo poco. Gran parte della ricerca clinica sull’HIV viene condotta proprio nei Paesi dove l’epidemia è più diffusa. Se vengono meno i finanziamenti, non si interrompono soltanto le cure: rallentano gli studi clinici, si disperdono competenze costruite in decenni di lavoro e si ritarda lo sviluppo delle terapie e degli strumenti di prevenzione di cui beneficerà il mondo intero.

La cooperazione sanitaria internazionale nasce certamente da un principio di solidarietà. Ma si regge anche su una constatazione molto concreta: proteggere la salute degli altri significa, inevitabilmente, proteggere anche la nostra.
Oggi la cooperazione internazionale non viene più considerata un investimento nella salute globale, ma una concessione revocabile. Un favore. Qualcosa che può essere interrotto se un governo prende decisioni politiche sgradite o se cambia il vento ideologico a Washington.

È un passaggio enorme.

Perché significa che la continuità delle cure non dipende più soltanto dalle necessità delle persone, ma anche dagli equilibri della politica internazionale. La vicenda del Sudafrica è emblematica.

Le tensioni diplomatiche tra Pretoria e Washington hanno finito per coinvolgere anche PEPFAR, il più importante programma internazionale di contrasto all’HIV mai realizzato. Non perché l’epidemia sia terminata. Non perché il programma non funzioni. Ma perché la salute pubblica è diventata uno degli strumenti attraverso cui esercitare pressione politica.

Questo dovrebbe preoccuparci più del singolo taglio, perché introduce un principio nuovo: la salute non è più un diritto da garantire, ma una leva negoziale.

Nel frattempo iniziano ad arrivare i primi dati.

Un’analisi pubblicata su Nature Health, basata sui dati ufficiali di PEPFAR, mostra che nel 2025 il programma ha sostenuto il trattamento antiretrovirale di circa 1,97 milioni di persone in meno rispetto all’anno precedente, una riduzione del 10,2%. Non si tratta di una semplice oscillazione statistica: in molti Paesi il numero di persone seguite è sceso al di sotto del trend osservato negli anni precedenti, suggerendo che le recenti interruzioni dei finanziamenti stanno già lasciando un segno concreto di inversione di tendenza dopo anni di progressi.

Ma sarebbe un errore pensare che il problema riguardi soltanto i farmaci.

In Sudafrica, dove vivono circa otto milioni di persone con HIV, il governo acquista già la maggior parte degli antiretrovirali con risorse proprie. Ciò che PEPFAR ha finanziato per oltre vent’anni è stato soprattutto ciò che rende possibile il funzionamento dell’intero sistema: operatori sanitari, organizzazioni di comunità, programmi di prevenzione, servizi rivolti alle popolazioni chiave, sorveglianza epidemiologica, raccolta dei dati, formazione e una parte consistente della forza lavoro sanitaria. Sono proprio questi gli elementi che risultano più difficili da sostituire quando i finanziamenti vengono meno.

Ricordo la Conferenza Internazionale AIDS di Durban, nel 2016. All’ingresso del centro congressi era stata allestita una protesta composta da decine di piccole croci bianche. Mi avvicinai per capire che cosa rappresentassero. Gli infermieri presenti mi raccontarono che ogni croce ricordava un collega morto mentre cercava di raggiungere comunità rurali isolate per consegnare gli antiretrovirali e assistere le persone con HIV. Alcuni, mi dissero, erano stati aggrediti da animali selvatici durante quei lunghi spostamenti.
Ricordo ancora quella protesta. Fino a quel momento avevo sempre pensato a PEPFAR come a un grande programma di finanziamento internazionale. Solo allora capii che, in realtà, finanziava soprattutto persone. È una differenza che, dall’Europa, facciamo spesso fatica a cogliere. In molti contesti del mondo garantire la continuità terapeutica è già una sfida enorme anche quando programmi come PEPFAR funzionano. Indebolirli significa rendere ancora più fragile un equilibrio che spesso è precario da sempre. Per anni abbiamo pensato che PEPFAR fosse un programma che acquistava farmaci. In realtà ha finanziato la possibilità concreta di curarsi, costruendo una rete di persone, servizi e competenze che permette agli antiretrovirali di arrivare fino all’ultima persona che ne ha bisogno.

Ma quella stessa rete non serve soltanto a far arrivare i farmaci. È anche quella che raccoglie i dati epidemiologici, forma il personale sanitario, segue i pazienti nel tempo e rende possibile una parte importante della ricerca clinica internazionale. Quando questa infrastruttura si indebolisce, non vengono messe in discussione soltanto le cure di oggi, ma anche quelle di domani.

Per noi la continuità terapeutica significa, nella maggior parte dei casi, ricordarsi di ritirare una prescrizione o presentarsi a una visita di controllo. In molti Paesi ad alta prevalenza di HIV significa affrontare ostacoli completamente diversi.
Significa camminare per ore per raggiungere un punto di distribuzione. Significa trovare qualcuno che si occupi dei propri figli per un’intera giornata, quando spesso si è sole e non esiste alcuna rete familiare di supporto. Significa affrontare costi di trasporto che possono essere proibitivi. Significa dipendere dall’arrivo periodico di un infermiere o di un operatore sanitario che collega villaggi remoti al resto del sistema sanitario.

Negli ultimi mesi sono sempre più frequenti le testimonianze di persone che, dopo ore di cammino, raggiungono il centro di distribuzione e lo trovano chiuso, oppure scoprono che il personale è stato ridotto o che il servizio è stato sospeso.
È così che i tagli ai programmi internazionali iniziano a farsi vedere. Non con un annuncio spettacolare, ma attraverso una somma di piccole interruzioni: un centro che apre meno giorni, un infermiere che non viene sostituito, una visita che salta, una terapia che arriva in ritardo.

I tagli non colpiscono un singolo servizio. Colpiscono contemporaneamente il presente e il futuro: il presente, perché rendono più difficile garantire la continuità delle cure; il futuro, perché rallentano la ricerca che dovrebbe renderle ancora più efficaci.

Ma le conseguenze non si fermano all’assistenza.

Secondo il Treatment Action Group, almeno 39 siti di ricerca e decine di studi clinici dedicati all’HIV e alla tubercolosi in Sudafrica rischiano di essere ridimensionati o interrotti. Significa rallentare lo sviluppo di nuove terapie, strategie di prevenzione e modelli assistenziali che, negli anni successivi, potranno essere utilizzati in tutto il mondo.

Per questo le conseguenze dei tagli non riguardano soltanto i Paesi che li subiscono direttamente. Quando si indebolisce la ricerca nei luoghi in cui l’epidemia è più diffusa, perde l’intera comunità scientifica internazionale.

Ed è forse questo il dato più preoccupante.

Non stiamo assistendo semplicemente a una riduzione della cooperazione internazionale. Stiamo vedendo smontare, pezzo dopo pezzo, quell’infrastruttura silenziosa che negli ultimi vent’anni ha permesso a milioni di persone di essere testate, entrare in cura, restare in terapia e contribuire, con la propria esperienza, al progresso della ricerca. I farmaci possono continuare a esistere. Ma senza le persone, i servizi e le reti che li rendono accessibili, anche il farmaco più efficace resta chiuso in una scatola.

L’HIV ci ha insegnato una lezione che, dopo oltre quarant’anni di epidemia, non dovremmo più dimenticare: i virus non aspettano i tempi della politica.

Le elezioni si vincono e si perdono. I governi cambiano. I Parlamenti discutono, rinviano, approvano o respingono provvedimenti. Nel frattempo, però, l’HIV continua a trasmettersi. Ogni ritardo nelle diagnosi, ogni interruzione della continuità terapeutica, ogni servizio che chiude produce conseguenze che non possono essere recuperate con un voto o con un decreto approvato qualche mese dopo.

È una lezione che la comunità HIV ha già imparato una volta, pagandola a un prezzo altissimo.

Chi ha vissuto gli anni Ottanta e Novanta ricorda bene che cosa significasse vedere persone morire non perché mancassero le conoscenze scientifiche, ma perché mancava la volontà politica di trasformarle in cure accessibili. Abbiamo sempre pensato che quella stagione appartenesse definitivamente al passato, perché nel frattempo avevamo costruito un sistema internazionale capace di portare farmaci, ricerca e assistenza anche nei Paesi più colpiti dall’epidemia.

Oggi nessuno mette in discussione l’efficacia delle terapie antiretrovirali. Il problema è un altro. Si stanno indebolendo gli strumenti che permettono a quelle terapie di raggiungere le persone e di accompagnarle nel tempo. È una differenza sostanziale dal punto di vista tecnico, ma rischia di esserlo molto meno per chi, alla fine, resta senza cure.

Qualcuno potrebbe osservare che ogni governo ha il diritto di decidere come utilizzare le risorse dei propri contribuenti. È un principio legittimo. Ma quando un Paese sceglie, per oltre vent’anni, di diventare uno dei pilastri della risposta mondiale all’HIV, quella decisione crea inevitabilmente una responsabilità che supera i propri confini.

Milioni di persone costruiscono la propria vita contando sulla continuità di quei programmi. I sistemi sanitari organizzano servizi, assumono personale, pianificano la distribuzione dei farmaci e sviluppano attività di ricerca sapendo che quella rete esiste. Smontarla improvvisamente non significa semplicemente modificare una voce di bilancio. Significa alterare un equilibrio da cui dipendono vite umane.

Forse, allora, la domanda non è se l’Occidente possa permettersi di investire nella salute globale. La vera domanda è un’altra: possiamo davvero permetterci un mondo in cui la salute delle persone diventa uno strumento della geopolitica?

L’esperienza dell’HIV ci ha insegnato che una terapia salva una vita solo quando riesce ad arrivare fino alla persona che ne ha bisogno e quando quella persona può continuare a riceverla nel tempo. È questa continuità che oggi rischia di spezzarsi. E quando la continuità della cura diventa una variabile della politica internazionale, il prezzo non si misura in miliardi di dollari. Si misura, ancora una volta, in vite umane.