C’è un’abitudine piuttosto diffusa nel dibattito pubblico italiano: dichiararsi strenui difensori della democrazia e, contemporaneamente, considerare i diritti delle persone LGBT una questione secondaria. Importante, certo, magari anche condivisibile, ma non adesso. Prima ci sono l’economia, il lavoro, la sicurezza, le guerre, le pensioni, la sanità. Per i gay, in qualche modo, c’è sempre qualcosa di più urgente.
Il problema è che forse è proprio questo il punto.
Ho sempre considerato le politiche nei confronti delle persone LGBT un indicatore dello stato di salute di una democrazia. Non perché i nostri diritti siano più importanti di quelli degli altri, naturalmente, ma perché le minoranze rappresentano un ottimo stress test per i principi che una democrazia proclama. È relativamente facile difendere l’uguaglianza quando riguarda la maggioranza; diventa molto più interessante vedere che cosa succede quando quella stessa uguaglianza deve essere riconosciuta a persone che non dispongono della forza dei numeri, quando comporta un costo politico o quando una parte dell’elettorato preferirebbe che non fosse riconosciuta affatto.
Ci ho ripensato leggendo un recente editoriale di The Lancet, dal titolo “Attacks on LGBTQ+ health are a threat to all”. La rivista parte dalla salute, naturalmente, ma il ragionamento arriva molto più lontano: gli attacchi alla salute delle persone LGBTQ+ non sono un problema circoscritto a una minoranza, perché quando un sistema politico comincia a limitare l’accesso alla salute, l’autonomia o i diritti fondamentali di alcuni gruppi, vengono messi in discussione principi sui quali poggia la salute pubblica nel suo complesso.
È un ragionamento che conosco bene anche per un’altra ragione: per anni ho fatto parte di ILGA-Europe e continuo a seguirne il lavoro. Nell’Annual Review 2026 l’organizzazione descrive qualcosa che dovrebbe interessare anche chi delle rivendicazioni LGBT non si è mai occupato: in diversi Paesi europei le restrizioni contro le persone LGBT procedono insieme alla limitazione della libertà di associazione, di espressione e di manifestazione, alla pressione sulle organizzazioni della società civile e, in alcuni casi, all’indebolimento delle garanzie dello Stato di diritto. ILGA-Europe parla ormai apertamente di democratic backsliding.
Non significa, ovviamente, che ogni Paese nel quale manca il matrimonio egualitario sia una dittatura. Significa qualcosa di più sottile e, per questo, forse più interessante: guardare a come una democrazia tratta le proprie minoranze permette di capire quanto siano solidi i principi democratici che dichiara di voler difendere.
L’Italia, osservata da questo punto di vista, non offre un’immagine particolarmente rassicurante. Nella Rainbow Map 2026 di ILGA-Europe, che valuta leggi e politiche in 49 Paesi europei sulla base di 76 criteri, siamo al 36° posto con il 24%. La Spagna è prima con l’89%. Davanti all’Italia troviamo, fra gli altri, Portogallo, Grecia, Croazia, Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Serbia e San Marino. ILGA-Europe segnala per il nostro Paese la persistente assenza della piena uguaglianza familiare, compresi matrimonio egualitario, adozione congiunta e riconoscimento automatico della co-genitorialità, oltre ai problemi relativi al riconoscimento giuridico di genere e alla depatologizzazione delle identità trans. Nel 2026 l’Italia ha perso un’altra posizione.
Le classifiche, naturalmente, vanno maneggiate con cautela. Il 24% della Rainbow Map non è un voto alla democrazia italiana. Ma racconta una distanza: quella tra l’uguaglianza proclamata e l’uguaglianza tradotta in norme, politiche e vita quotidiana.
E qui arriviamo alla salute.
Si potrebbe pensare che matrimonio, riconoscimento dei figli, protezione dalle discriminazioni e salute sessuale siano questioni diverse. In realtà sappiamo da tempo che non lo sono. Le leggi contribuiscono a determinare l’ambiente sociale nel quale le persone vivono; quell’ambiente può produrre accettazione oppure stigma, e lo stigma modifica i comportamenti, compreso il modo in cui le persone entrano — o non entrano — in rapporto con i servizi sanitari.
Per chi si occupa di HIV non è affatto una novità.
Uno degli studi europei più interessanti su questo rapporto ha utilizzato i dati di oltre 157.000 MSM in 38 Paesi. Nei Paesi caratterizzati da maggiore stigma strutturale verso l’omosessualità, gli uomini che fanno sesso con uomini avevano maggiori probabilità di avere bisogni di prevenzione non soddisfatti, di non effettuare il test HIV o per altre infezioni sessualmente trasmesse, di avere conoscenze insufficienti sull’HIV e di non parlare della propria sessualità nei servizi dove effettuavano il test. Un elemento importante del meccanismo era proprio il nascondimento dell’orientamento sessuale: più ostile è l’ambiente, più è probabile che le persone si rendano invisibili; più sono invisibili, più diventa difficile raggiungerle con prevenzione, informazione e servizi appropriati.
Una successiva analisi dei dati EMIS 2017, su 98.600 MSM di 39 Paesi europei, è andata ancora più direttamente al cuore della questione. I ricercatori hanno utilizzato proprio il Rainbow Index di ILGA-Europe come indicatore delle politiche nazionali e hanno trovato che politiche più favorevoli alle persone LGBT erano associate a una minore probabilità predetta di diagnosi di HIV, anche considerando comportamenti sessuali e salute mentale. Gli autori concludono che le politiche a livello nazionale interagiscono con stigma, salute mentale e comportamenti individuali nel determinare le disparità nell’HIV tra gli MSM europei. (PubMed Central (PMC))
Non è soltanto la ricerca a indicare questo legame. WHO Europa ed ECDC continuano a richiamare lo stigma e la discriminazione tra le barriere che impediscono alle persone di accedere tempestivamente al test e alle cure. Nel 2024, il 48% delle diagnosi di HIV nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo è avvenuto tardivamente; presentando questi dati, WHO ed ECDC hanno sottolineato che stigma e discriminazione continuano a impedire alle persone di sottoporsi anche a un semplice test. Il meccanismo è fin troppo comprensibile: se temo di essere giudicato per la mia sessualità, posso evitare di parlarne con il medico, non chiedere un test o semplicemente rimandarlo. E rimandare il test significa aumentare il rischio di arrivare alla diagnosi quando l’infezione è già in una fase più avanzata. (WHO/Europe ed ECDC – Europe’s hidden HIV crisis)
Tutto questo mi sembra fondamentale perché impedisce di raccontare HIV esclusivamente come il risultato delle decisioni individuali. Quante volte abbiamo sentito parlare di “comportamenti a rischio”, quasi che un’infezione fosse semplicemente il prodotto di una serie di scelte personali sbagliate? Naturalmente i comportamenti individuali contano. Ma avvengono dentro un contesto.
Se vivo in un Paese nel quale posso parlare tranquillamente della mia sessualità con il medico, se posso chiedere informazioni sulla PrEP senza sentirmi giudicato, se posso fare un test senza temere domande o atteggiamenti stigmatizzanti, se a scuola ho ricevuto informazioni sulla salute sessuale che contemplavano anche la mia sessualità, avrò strumenti diversi da quelli di una persona che ha imparato molto presto che è meglio non dire, non chiedere, non farsi vedere.
Lo stigma non è soltanto qualcosa che fa stare male. È un determinante di salute.
E non è necessario arrivare alle leggi apertamente repressive della Russia o dell’Ungheria per osservare il fenomeno. Esiste anche uno stigma prodotto per omissione, per inerzia, attraverso il continuo rinvio dell’uguaglianza. Se per decenni una democrazia manda a una parte dei propri cittadini il messaggio che il riconoscimento pieno delle loro famiglie può aspettare, che una protezione specifica dall’odio è troppo divisiva, che parlare della loro sessualità a scuola è problematico, quel messaggio non rimane confinato nell’aula parlamentare. Contribuisce al clima sociale nel quale quelle persone vivono.
È anche per questo che trovo interessante mettere accanto Italia e Spagna. Non perché la Spagna sia il paradiso LGBT e l’Italia l’inferno: sarebbe una caricatura, ma perché due Paesi dell’Europa meridionale, con molti elementi storici e culturali comuni e una forte tradizione cattolica, hanno compiuto negli ultimi decenni scelte politiche molto diverse. La distanza che abbiamo visto nella Rainbow Map non è stata prodotta dalla geografia. È stata prodotta dalla politica.
È per questo che considero i diritti LGBT una cartina di tornasole della democrazia. Non perché tutto cominci e finisca con noi, ma perché spesso comincia da chi è più facile trasformare in un problema.
C’è infine una ragione molto concreta per cui tutto questo trova posto in un blog che si chiama Attraverso HIV. La storia dell’HIV ci ha insegnato, forse meglio di qualunque altra epidemia contemporanea, che politica, diritti e salute non sono compartimenti separati. Lo abbiamo imparato quando lo stigma ha tenuto le persone lontane dalla prevenzione e dalla diagnosi, quando intere comunità sono state descritte come il problema invece di essere coinvolte nella soluzione. E continuiamo a vederlo ancora oggi, nonostante PrEP, U=U, test rapidi e terapie estremamente efficaci.
Possiamo avere strumenti scientifici straordinari e contemporaneamente creare le condizioni sociali perché alcune persone non riescano a utilizzarli.
Per questo, quando qualcuno sostiene che ci sono questioni democratiche più importanti dei diritti delle persone LGBT, forse vale la pena rovesciare la domanda. Quanto può dirsi in buona salute una democrazia che considera l’uguaglianza di alcuni cittadini una questione da affrontare quando avrà finalmente risolto tutte le altre?
E quanto può essere efficace un sistema sanitario se lo stigma prodotto da quella stessa disuguaglianza continua ad allontanare una parte delle persone dalla prevenzione e dalla cura?
Democrazia, diritti, stigma, salute, HIV. Non sono cinque argomenti diversi. Sono parti dello stesso problema.

