La ventiseiesima Conferenza Internazionale sull’AIDS si è aperta ufficialmente oggi a Rio de Janeiro in un clima molto diverso da quello delle ultime conferenze internazionali. Prima ancora della cerimonia inaugurale ho trascorso alcune ore nel Global Village, da sempre il luogo in cui si incontrano associazioni, comunità, attivisti e organizzazioni provenienti da tutto il mondo. È uno spazio che racconta molto dello stato di salute del movimento globale contro l’HIV e che, almeno nelle prime ore, mi ha lasciato sensazioni contrastanti.

Durante il giro ho fatto tappa anche alla Silver Zone, lo spazio di networking dedicato alle persone che vivono con l’HIV da molti anni. È stato soprattutto il piacere di ritrovare e abbracciare alcune delle attiviste con cui negli ultimi mesi abbiamo lavorato al progetto internazionale sui Long-Term Survivor. Ci siamo dati appuntamento ai prossimi giorni, quando sarà presentato anche il lavoro realizzato in questi mesi.

L’impressione generale del Global Village è stata quella di un ambiente un po’ sottotono. Non per mancanza di impegno, anzi. Gli stand sono numerosi e affrontano tutti i grandi temi che da anni caratterizzano la risposta comunitaria all’HIV: i diritti delle donne, i movimenti femministi, le sex worker, i giovani, il chemsex, le persone che usano sostanze, la riduzione del danno. È un’advocacy viva e partecipata, ma in qualche modo ancora ancorata ai linguaggi che conosciamo.

Quello che sembra apparire meno, almeno pubblicamente, è stato il racconto della crisi che il settore sta vivendo oggi. Mi aspettavo che i tagli ai finanziamenti internazionali fossero il filo conduttore della giornata. Invece, almeno negli stand, il tema rimaneva quasi sullo sfondo.

Tuttavia, basta fermarsi a parlare con le persone perché il quadro cambi completamente. Un’attivista della Tanzania mi ha raccontato con grande amarezza che, almeno per ora, il suo Paese riesce ancora a garantire i trattamenti antiretrovirali. Quello che sta progressivamente scomparendo sono i programmi di prevenzione: la PrEP, i test, i servizi territoriali. È un danno meno visibile, ma destinato a produrre conseguenze profonde negli anni a venire.

La cerimonia inaugurale ha invece mostrato un volto diverso della conferenza.

Ad aprire AIDS 2026 è stata la Presidente della International AIDS Society, Beatriz Grinsztejn, con un intervento fortemente politico. Ha denunciato gli effetti dei tagli ai finanziamenti, l’aumento dell’ostilità verso le comunità più colpite dall’HIV e la debolezza dimostrata dalla politica internazionale. Il passaggio più significativo è arrivato quando ha definito il peso economico che grava sui Paesi più colpiti dall’epidemia un vero e proprio «debito coloniale», chiedendo una ristrutturazione del debito e un confronto con le ingiustizie storiche che ancora oggi condizionano la salute globale. La conclusione del suo intervento, costruita attorno alla ripetizione di «We rise for…», ha trasformato lo slogan della conferenza in un impegno concreto verso le persone che continuano a essere escluse dalla prevenzione, criminalizzate o private dell’accesso alle cure.

Tra un intervento e l’altro la parola è passata agli attivisti. Per quasi mezz’ora il palco è stato occupato da una protesta che ha denunciato con forza le conseguenze dei tagli ai finanziamenti internazionali. Gli slogan erano inequivocabili: «Cut equals death», i tagli equivalgono a morte. Nel mirino il governo degli Stati Uniti, accusato di aver bloccato fondi già approvati dal Congresso, ma anche la riduzione del contributo francese al Global Fund. Gli attivisti hanno chiesto il ripristino dei finanziamenti, l’accesso universale alle cure e un’accelerazione nella ricerca di una cura definitiva per l’HIV.

L’intervento che mi è sembrato più importante dell’intera opening session è stato però quello di Winnie Byanyima, Direttrice Esecutiva di UNAIDS. Il suo messaggio parte da una constatazione tanto semplice quanto impegnativa: il mondo è cambiato e non tornerà quello di prima. Per questo, ha detto, non possiamo costruire la risposta all’HIV pensando al mondo di ieri, ma a quello di oggi. Byanyima ha indicato tre priorità molto concrete: diritti, scienza e finanziamenti. Ha denunciato l’aumento della criminalizzazione delle persone LGBTQIA+, ha chiesto che innovazioni come lenacapavir e i futuri trattamenti mensili diventino rapidamente accessibili a tutti, criticando apertamente i ritardi nelle licenze che penalizzano Paesi come Brasile e Sudafrica. Infine ha sostenuto che la crisi dei finanziamenti non è un destino inevitabile, ma il risultato di precise scelte politiche, e che la risposta passa da una ristrutturazione del debito, da un sistema fiscale internazionale più equo e da un rafforzamento degli investimenti pubblici senza rinunciare alla solidarietà globale. Non è stato soltanto un discorso di denuncia, ma un vero programma politico per la prossima fase della risposta globale all’HIV.

Più istituzionale l’intervento del Direttore Generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che ha ribadito come l’obiettivo di porre fine all’AIDS entro il 2030 resti raggiungibile, presentando le nuove strategie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per rafforzare sorveglianza epidemiologica e integrazione dei servizi. Mi ha colpito soprattutto il modo in cui ha riconosciuto il ruolo delle comunità, definendole gli architetti della risposta all’HIV, e il riferimento esplicito alla protesta appena conclusa: «Vi abbiamo ascoltato chiaramente».

Molto diverso, e per certi versi sorprendente per un osservatore europeo, il discorso del Ministro della Salute brasiliano Alexandre Padilha. Il suo ingresso è stato accolto dalla platea con un vero e proprio coro da stadio. Prima ancora di iniziare ha guardato verso i rappresentanti delle aziende farmaceutiche e, riprendendo le richieste formulate da UNAIDS e OMS, ha esclamato in inglese: «Avete sentito? Gilead? Avete sentito? Merk? Quelle sono le mie parole.» Un modo molto diretto per far capire che il governo brasiliano condivide pienamente quella linea. Padilha ha poi rivendicato con orgoglio il Sistema Sanitario Unico brasiliano (SUS), fondato sull’accesso universale alle cure come diritto di tutte le persone, ricordando i risultati ottenuti dal Paese e contrapponendoli ai tagli agli investimenti nella salute globale e all’aumento delle spese militari. Il passaggio più applaudito è stato dedicato alle nuove tecnologie: «Un’innovazione senza accesso non dovrebbe essere chiamata innovazione. Senza accesso è ingiustizia.»
Quando ho lasciato il centro congressi, lo spettacolo conclusivo doveva ancora iniziare. All’esterno, però, mi aspettava un’ultima immagine destinata probabilmente a restare tra i ricordi più significativi di questa giornata. Una quindicina di attivisti erano fermi, in silenzio, ciascuno con un cartello tra le mani. Alcuni denunciavano l’esclusione di Paesi come Brasile e Perù dalle licenze volontarie di Gilead per lenacapavir, nonostante il loro contributo alla sperimentazione. È difficile non leggere quella protesta anche alla luce del duro confronto emerso durante la cerimonia inaugurale sul tema dell’accesso alle innovazioni terapeutiche. Tra i cartelli esposti dagli attivisti, uno mostrava i volti di Donald Trump ed Emmanuel Macron accompagnati dalla scritta “Your AIDS funding cuts are killing us” (“I vostri tagli ai finanziamenti per l’AIDS ci stanno uccidendo”). Un’accusa diretta ai governi che hanno ridotto il sostegno economico alla risposta globale all’HIV e alle conseguenze che queste decisioni stanno già producendo nei Paesi più vulnerabili.

Ripensando a questa prima giornata, la sensazione iniziale di un Global Village un po’ sottotono non è scomparsa, ma si è trasformata. Negli stand delle associazioni e delle organizzazioni continua a prevalere il linguaggio tradizionale dell’advocacy: i servizi, la prevenzione, i diritti delle diverse popolazioni chiave, le attività portate avanti ogni giorno. È un racconto importante, che continua a mettere al centro i servizi, i diritti e le diverse popolazioni chiave. Quello che mi ha colpito è che il profondo cambiamento innescato dalla crisi dei finanziamenti internazionali e dal nuovo scenario geopolitico non sembra ancora essersi tradotto nel linguaggio del Global Village. Roll-up, manifesti e allestimenti raccontano ancora la risposta all’HIV così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi anni. Eppure, tra ieri e oggi, ho assistito a tre diverse proteste promosse dagli attivisti delle comunità. Come è sempre accaduto nella storia delle conferenze sull’HIV, è da lì che arrivano le contestazioni più esplicite. Forse il Global Village non ha ancora trovato il modo di rappresentare questa nuova fase. Oppure, più probabilmente, qualcosa sta bollendo sotto il coperchio. Saranno i prossimi giorni a dirci se questa tensione finirà per emergere anche nel racconto pubblico della conferenza.