Ogni Conferenza mondiale sull’AIDS ha un luogo un po’ speciale. Non compare nel programma scientifico, non ospita grandi relazioni e non assegna crediti formativi. È la Positive Lounge, uno spazio riservato alle persone che vivono con HIV.

Esiste da molti anni. Quando i trattamenti erano meno efficaci e partecipare a una conferenza internazionale poteva essere fisicamente impegnativo, era il luogo dove fermarsi a riposare, mangiare qualcosa e ritrovare un po’ di energie. Col tempo è diventata molto di più: uno spazio d’incontro, dove scambiare esperienze e ritrovare, almeno per qualche minuto, il senso di appartenenza a una comunità.

Proprio per questo, entrando nella Positive Lounge di AIDS 2026, sono rimasto sorpreso. E, lo ammetto, anche un po’ deluso.

La stanza è spoglia, quasi anonima. Qualche tavolo alto, alcune sedie, due divani in una saletta separata. Per il ristoro, una macchina del caffè domestica – che durante la mia permanenza è persino andata in surriscaldamento – qualche panino confezionato, acqua e poco altro. Più che uno spazio della comunità delle persone con HIV, sembrava un’area di lavoro come tante altre del centro congressi.

Forse è soltanto una mia impressione. Ma guardandola ho pensato che anche la Positive Lounge racconti, in fondo, la stagione dei tagli ai finanziamenti. Quando le risorse diminuiscono, la prima cosa che scompare non sono necessariamente i grandi eventi o i programmi scientifici. Si impoveriscono gli spazi di comunità, quelli che non compaiono nei bilanci ma che danno un significato umano a una conferenza come questa.

Quella sensazione di impoverimento degli spazi di comunità sarebbe tornata, in forma ben più amara, alcune ore dopo nella Silver Zone, dove era previsto Opening the Legacy Chest, il cosiddetto “soft launch” del progetto HIV Long-Term Survivors. L’idea era semplice e, sulla carta, bellissima: proiettare alcuni dei video nei quali persone che vivono con HIV da molti anni hanno scelto di raccontare un pezzo della propria storia, mettendo a disposizione della comunità la propria esperienza, i propri ricordi, una parte di sé.
Per quanto mi riguarda, registrare quel video non è stato affatto semplice. Ci era stato chiesto di raccontare, attraverso lo storytelling, un momento della nostra vita con HIV. Io ho scelto la mia diagnosi. Rivivere quell’esperienza davanti a una telecamera, in una lingua che non è la mia, ha richiesto un impegno emotivo non indifferente. L’ho fatto perché credevo che quelle storie meritassero di essere conservate e ascoltate.

Più che un soft launch, è sembrato un lancio nel vuoto. Quando è stato proiettato il mio video, nella sala c’era un solo altro testimonial seduto. Non ho visto alcuna promozione dell’evento, nemmeno una cartolina informativa distribuita ai delegati, non un invito particolare a fermarsi. E, cosa che mi ha colpito ancora di più, non era presente nessun rappresentante di EATG. Ce la siamo giocata io e Adrian, che è sceso dalla sedia del presentatore e mi è venuto ad abbracciare perché mi scendevano le lacrime.

Lo considero un momento profondamente irrispettoso nei confronti di chi ha deciso di esporsi in prima persona, condividendo una parte così intima della propria storia. Se questo era il modo di presentare un progetto che dovrebbe custodire la memoria delle persone che vivono con HIV da lungo tempo, il messaggio trasmesso è stato esattamente l’opposto di quello che il progetto vorrebbe rappresentare.

È inevitabile chiedersi quanto investimento reale –umano, politico e anche economico – esista oggi intorno a questa iniziativa.

È stato significativo constatare come, poche ore dopo, gli interventi scientifici abbiano raccontato, con dati e prospettive diverse, una storia strettamente collegata: oggi il futuro della risposta all’HIV dipende tanto dalla qualità della ricerca quanto dalla capacità politica di renderne accessibili a tutti i risultati.

“The future of HIV prevention” è stato il titolo della plenaria che ha aperto la terza giornata di AIDS 2026. A guidare il pubblico attraverso lo stato dell’arte e le prospettive della prevenzione è stato Raphael Landovitz (UCLA Center for Clinical AIDS Research and Education), uno dei maggiori esperti mondiali di PrEP e principal investigator dello studio HPTN 083 sul cabotegravir long acting.

Se c’è un messaggio che sintetizza la plenaria dedicata alla prevenzione dell’HIV presentata a AIDS 2026 è sorprendentemente semplice: il futuro della PrEP non dipenderà dall’arrivo di un nuovo farmaco miracoloso, ma dalla capacità di offrire alle persone un numero sempre maggiore di opzioni. Perché ciò che funziona per una persona può non funzionare per un’altra, e l’obiettivo non è trovare “la” PrEP migliore, ma permettere a ciascuno di scegliere quella più adatta alla propria vita.

È un cambio di prospettiva importante. Per anni il dibattito si è concentrato sul confronto fra la PrEP orale quotidiana e le formulazioni a lunga durata d’azione. Oggi la domanda è diversa: come possiamo costruire un sistema di prevenzione capace di adattarsi alle esigenze delle persone?

La rivoluzione è già iniziata

I dati presentati confermano quanto la prevenzione dell’HIV abbia fatto passi avanti enormi. Gli studi HPTN 083 e HPTN 084 hanno dimostrato che il cabotegravir long acting, somministrato per via intramuscolare ogni due mesi, riduce il rischio di acquisire HIV in misura significativamente superiore rispetto alla PrEP orale quotidiana con tenofovir/emtricitabina.

Ancora più impressionanti sono stati i risultati degli studi PURPOSE 1 e PURPOSE 2 sul lenacapavir, somministrato ogni sei mesi. In entrambi gli studi il numero di nuove infezioni è stato estremamente basso, tanto da rappresentare uno dei risultati più importanti mai ottenuti nella prevenzione farmacologica dell’HIV.

Questi dati non significano che la PrEP orale “non funzioni”. Al contrario, sappiamo da anni che, quando viene assunta con regolarità, la sua efficacia è vicina al 100%. Il problema è un altro: nella vita reale mantenere una compressa al giorno per mesi o anni non è semplice. Dimenticanze, cambiamenti nello stile di vita, periodi di maggiore vulnerabilità o semplice stanchezza possono ridurre l’aderenza e, di conseguenza, la protezione.
Le formulazioni long acting nascono proprio per rispondere a questa difficoltà.

Anche la migliore PrEP non sarà mai quella giusta per tutti

Ma la parte probabilmente più interessante della plenaria è arrivata quando il relatore ha smesso di parlare dei singoli farmaci per affrontare una questione molto più ampia.

Una delle slide mostrava un dato noto da decenni nel campo della contraccezione: nei Paesi dove sono disponibili molti metodi contraccettivi diversi, il loro utilizzo è significativamente più elevato. La relazione è quasi lineare. Più aumenta la possibilità di scegliere, maggiore è la quota di persone che utilizza uno strumento di prevenzione.

Il parallelo con HIV è immediato. Non esiste una ragione per pensare che la prevenzione dell’HIV debba funzionare diversamente. C’è chi preferisce assumere una compressa ogni giorno perché fa parte della propria routine. Altri vivono la pillola quotidiana come un promemoria costante dell’HIV e preferiscono un’iniezione ogni pochi mesi. Altri ancora potrebbero scegliere una formulazione settimanale o, in futuro, annuale.

La vera innovazione, quindi, non consiste nell’individuare il farmaco migliore in assoluto, ma nel costruire un ventaglio di possibilità sufficientemente ampio da permettere a ogni persona di trovare la soluzione più adatta al proprio stile di vita.

La parola chiave della plenaria è stata infatti choice: scelta.

Le nuove sfide della PrEP long acting

Naturalmente l’arrivo di queste formulazioni apre anche problemi nuovi.

Uno dei temi affrontati riguarda la comparsa di resistenze nei rarissimi casi in cui una persona acquisisce HIV durante la PrEP.
Nei grandi studi sul cabotegravir sono state osservate mutazioni di resistenza agli inibitori dell’integrasi in una parte delle infezioni diagnosticate durante il trattamento. Negli studi sul lenacapavir sono invece emerse mutazioni associate alla classe degli inibitori del capside. Si tratta di eventi poco frequenti, ma sufficientemente importanti da richiedere particolare attenzione.

La situazione è resa ancora più complessa dal fatto che le formulazioni a lunga durata possono rendere più difficile identificare un’infezione nelle sue primissime fasi. Per questo motivo il monitoraggio virologico e gli algoritmi diagnostici dovranno probabilmente evolversi insieme alle nuove strategie preventive.

Il messaggio, comunque, resta rassicurante: il numero assoluto di questi casi è estremamente basso e non modifica il bilancio complessivo, largamente favorevole, della PrEP long acting.

Il futuro è già in sperimentazione

Se il presente è rappresentato da cabotegravir e lenacapavir, il futuro appare ancora più ricco.

Fra gli studi in corso figurano formulazioni orali mensili e settimanali, come il lenacapavir orale da 300 mg, recentemente sottoposto alla Food and Drug Administration statunitense per l’approvazione nella prevenzione dell’HIV, con decisione prevista all’inizio del 2027.

Sono inoltre in sviluppo formulazioni iniettabili che potrebbero estendere ulteriormente gli intervalli di somministrazione, fino ad arrivare a una sola iniezione all’anno, oltre a nuovi farmaci come alimatravir.

La ricerca sta esplorando anche approcci completamente diversi: inserti vaginali a rilascio di farmaci antiretrovirali, inserti che associano antiretrovirali e doxiciclina, lavande rettali preventive, cerotti a microaghi capaci di rilasciare lentamente il principio attivo attraverso la pelle e nuove combinazioni di anticorpi monoclonali ampiamente neutralizzanti (bNAbs), progettate per colpire simultaneamente diversi bersagli del virus.

Parallelamente stanno prendendo forma modelli di erogazione sempre più flessibili. I risultati dello studio SEARCH mostrano come offrire alle persone la possibilità di modificare nel tempo la strategia preventiva, scegliendo dinamicamente fra diverse opzioni, possa tradursi in un’ulteriore riduzione delle nuove infezioni.

La scienza ha fatto il suo lavoro. Ora tocca alla politica.

La conclusione della plenaria è stata probabilmente il momento più significativo dell’intero intervento. Dopo aver illustrato un panorama ricchissimo di innovazioni, Landovitz ha però cambiato improvvisamente tono. Mostrando una slide dedicata all’impatto dei tagli del 2025 ai programmi USAID e PEPFAR sui servizi di PrEP, ha sottolineato con grande fermezza che, se la scienza continua a fare progressi, oggi il vero ostacolo è rappresentato dalle scelte politiche sciagurate che stanno riducendo l’accesso alla prevenzione in molte aree del mondo. È stato un passaggio molto netto, quasi un richiamo al fatto che sviluppare nuovi strumenti serve a poco se vengono meno i programmi che dovrebbero renderli disponibili.

Solo a quel punto è comparsa l’immagine di una semplice cassetta degli attrezzi, accompagnata da una frase che forse riassume meglio di qualunque slide il momento che stiamo vivendo: We have the tools. Now we need the will. Abbiamo gli strumenti. Ora serve la volontà politica per usarli. È stato il punto di arrivo del suo ragionamento. L’ultima slide, infatti, non riguardava più la ricerca, ma ciò che serve perché quei risultati possano tradursi in un reale beneficio per le persone.

Quello che oggi manca non sono nuovi farmaci, ma le condizioni per renderli realmente disponibili. Servono risorse economiche, programmi pubblici capaci di portarli alle persone, volontà politica, prezzi sostenibili, politiche sulla proprietà intellettuale che non impediscano l’accesso e, soprattutto, quella che il relatore ha definito una bussola morale.

È difficile non leggere questo messaggio alla luce del clima che si respira a Rio de Janeiro. In una conferenza segnata dalle preoccupazioni per i tagli ai finanziamenti internazionali e alle politiche di cooperazione, la ricerca continua a produrre innovazioni straordinarie. Ma la scienza, da sola, non basta.
Se vogliamo davvero porre fine all’epidemia di HIV, gli strumenti ormai ci sono. La sfida non è più svilupparne di nuovi, ma fare in modo che quelli già disponibili possano arrivare a tutte le persone che ne hanno bisogno.

Verso un vaccino: una strada ancora lunga, ma sempre più chiara

La seconda relazione della plenaria, “The road ahead for vaccine science”, è stata affidata a Sandhya Vasan (Henry M. Jackson Foundation, Stati Uniti), che ha proposto una panoramica sullo stato della ricerca per un vaccino contro HIV. Nessun annuncio destinato a cambiare nell’immediato la pratica clinica, ma un aggiornamento su un settore che, dopo decenni di tentativi e numerosi insuccessi, dispone oggi di strumenti scientifici molto più avanzati per affrontare una delle sfide più complesse della medicina.

Il primo messaggio è che HIV continua a essere un bersaglio straordinariamente difficile. Il virus presenta un’elevata variabilità genetica, protegge le proprie proteine con uno spesso rivestimento di zuccheri che ostacola il riconoscimento da parte degli anticorpi e, una volta entrato nell’organismo, può integrarsi nel DNA delle cellule e creare serbatoi che sfuggono alla risposta immunitaria. È questa combinazione di caratteristiche a spiegare perché, a oltre quarant’anni dall’inizio dell’epidemia, non esista ancora un vaccino efficace.

La ricerca, tuttavia, ha compiuto progressi importanti. Gli studi clinici degli ultimi vent’anni hanno permesso di capire quali strategie funzionano e quali no. Il trial thailandese RV144 ha fornito la prima dimostrazione che un vaccino possa offrire una protezione, seppur limitata e non duratura. Gli studi AMP hanno poi mostrato che gli anticorpi monoclonali ampiamente neutralizzanti sono in grado di prevenire l’infezione contro i ceppi virali sensibili, mentre altre ricerche hanno contribuito a comprendere meglio come questi anticorpi si sviluppino naturalmente in una parte delle persone che vivono con HIV.

Su queste conoscenze si basano le strategie oggi considerate più promettenti. La ricerca sta esplorando approcci come il germline targeting, che mira a guidare fin dalle prime fasi la maturazione delle cellule B verso la produzione di anticorpi ampiamente neutralizzanti, insieme a vaccini basati su mRNA, vettori virali, nanoparticelle e nuovi adiuvanti capaci di rafforzare la risposta immunitaria.

Un altro aspetto sottolineato da Vasan riguarda il ruolo che un eventuale vaccino potrebbe avere all’interno delle strategie di prevenzione. L’obiettivo non è sostituire la PrEP, ma affiancarla. I modelli epidemiologici suggeriscono infatti che la combinazione di strumenti diversi potrebbe ridurre l’incidenza dell’HIV in misura maggiore rispetto a qualsiasi singolo intervento.

Il messaggio finale è stato improntato a un cauto ottimismo. Il vaccino contro HIV non è ancora una realtà, ma oggi la ricerca dispone di una comprensione molto più profonda del virus e dei meccanismi immunologici necessari per contrastarlo. Dopo molti anni di tentativi, il percorso resta lungo, ma la direzione appare finalmente più chiara.

Il messaggio di Landovitz non era certo che la ricerca dovesse fermarsi. Al contrario, l’innovazione continua a procedere a ritmi straordinari. La sfida, ha sostenuto, è fare in modo che il progresso scientifico e l’accesso alle nuove tecnologie avanzino insieme. Lo dimostrano anche due degli studi più interessanti presentati nella stessa giornata, dedicati rispettivamente a una terapia orale settimanale per le persone con HIV e a una nuova strategia di prevenzione basata sugli anticorpi monoclonali ampiamente neutralizzanti.

ISLEND-2: la terapia orale settimanale entra davvero nella fase clinica

Negli ultimi anni gran parte dell’attenzione si è concentrata sulle formulazioni iniettabili a lunga durata d’azione. Lo studio ISLEND-2 ricorda invece che esiste un’altra strada: ridurre drasticamente la frequenza di assunzione mantenendo una terapia completamente orale.

Lo studio ha confrontato un nuovo regime composto da islatravir e lenacapavir, assunto una sola volta alla settimana, con la tradizionale terapia orale quotidiana in oltre 600 persone con HIV già stabilmente in soppressione virologica. Si tratta di uno studio di fase 3, cioè del livello di evidenza richiesto prima dell’autorizzazione all’impiego clinico.

L’obiettivo non era dimostrare che la terapia settimanale fosse “migliore”, ma che fosse non inferiore. Questo è un concetto fondamentale nella ricerca clinica.

Quando una terapia standard controlla già molto bene l’infezione, non è realistico aspettarsi risultati migliori. Quello che interessa è verificare che il nuovo trattamento mantenga la stessa efficacia offrendo però altri vantaggi, come una migliore qualità di vita, una maggiore aderenza o una riduzione del cosiddetto treatment burden, cioè del peso psicologico e pratico legato all’assunzione continua dei farmaci.

Ed è esattamente quello che è successo.

Dopo 48 settimane il 95,2% delle persone passate alla terapia settimanale manteneva la carica virale non rilevabile, contro il 95,5% di chi aveva continuato la terapia quotidiana. Anche i fallimenti virologici sono stati rarissimi e sovrapponibili nei due gruppi.

Un altro aspetto osservato con particolare attenzione riguardava i linfociti CD4. L’islatravir aveva infatti subito alcuni anni fa un rallentamento nello sviluppo proprio per un calo dose-dipendente dei linfociti. In questo studio non sono invece emersi segnali clinicamente rilevanti: nessun partecipante ha interrotto il trattamento per riduzione dei CD4 o dei linfociti e il profilo di sicurezza è risultato complessivamente favorevole.

Se questi risultati saranno confermati anche nel completamento dello studio e nel percorso regolatorio, potremmo trovarci di fronte alla prima terapia completa in singola compressa da assumere una sola volta alla settimana, una nuova opzione destinata soprattutto a chi desidera ridurre la frequenza delle assunzioni senza ricorrere alle formulazioni iniettabili.

CAPRISA 012C: quando uno studio “negativo” insegna comunque qualcosa

Tra gli studi più interessanti della sessione c’è anche il CAPRISA 012C, che affronta una delle frontiere più promettenti della prevenzione dell’HIV: l’impiego degli anticorpi monoclonali ampiamente neutralizzanti (bnAbs).

L’idea è diversa sia dalla PrEP sia dai vaccini tradizionali. La PrEP utilizza farmaci antiretrovirali che impediscono al virus di stabilire l’infezione dopo l’esposizione, mentre i vaccini cercano di stimolare il sistema immunitario affinché produca autonomamente anticorpi protettivi. I bnAbs rappresentano una terza strada: gli anticorpi vengono prodotti in laboratorio e somministrati direttamente alla persona, offrendo una protezione immediata che può durare diversi mesi.

Lo studio ha valutato la combinazione di due di questi anticorpi, CAP256V2LS e VRC07-523LS, somministrati per via sottocutanea ogni sei mesi a oltre mille giovani donne in Sudafrica e Zambia.

Il primo dato è rassicurante: il trattamento si è dimostrato sicuro e ben tollerato. L’efficacia, però, è stata inferiore alle aspettative. Nel complesso, infatti, il numero di nuove infezioni da HIV non è risultato inferiore rispetto al gruppo che aveva ricevuto il placebo.

Se ci si fermasse a questo risultato, si potrebbe concludere che gli anticorpi monoclonali non funzionano come strategia preventiva. In realtà, l’analisi approfondita racconta una storia molto diversa.

I ricercatori hanno studiato uno per uno i virus responsabili delle nuove infezioni e hanno scoperto che la grande maggioranza era già naturalmente resistente a uno o a entrambi gli anticorpi impiegati nello studio. In altre parole, molte delle infezioni sono state provocate da varianti virali che quei due anticorpi non erano in grado di neutralizzare efficacemente. Al contrario, quando il virus risultava sensibile agli anticorpi, emergeva una chiara tendenza verso una maggiore protezione.

È probabilmente questa la lezione più importante dello studio. Più che mettere in discussione l’intera strategia dei bnAbs, i risultati indicano che il vero nodo è scegliere la combinazione di anticorpi più adatta ai virus effettivamente in circolazione nelle diverse aree del mondo.

Per questo motivo, nonostante l’endpoint principale non sia stato raggiunto, il CAPRISA 012C rischia di diventare uno studio di riferimento. Dimostra infatti che la ricerca sugli anticorpi monoclonali non è arrivata a un vicolo cieco: ha semplicemente individuato con maggiore precisione il problema da risolvere. Le prossime generazioni di bnAbs dovranno ampliare ulteriormente lo spettro di neutralizzazione, adattandosi alla straordinaria variabilità genetica dell’HIV. In questo senso, quello che oggi appare come un risultato negativo potrebbe rappresentare un passaggio fondamentale nello sviluppo delle future strategie di prevenzione.