La terapia dell’HIV non è mai stata così semplice. Ma tra farmacia ospedaliera, visite, lavoro, stigma e servizi poco flessibili, curarsi può continuare a essere complicato.
C’è qualcosa che mi ha sempre lasciato un po’ perplesso quando si parla di treatment burden nell’HIV: l’idea che il problema possa essere misurato contando le pillole.
Per molte persone la terapia antiretrovirale oggi consiste in una sola pillola al giorno, spesso molto ben tollerata. Se pensiamo da dove siamo partiti, ai regimi molto più complessi, alle numerose compresse, agli orari rigidi, alle limitazioni alimentari e alle tossicità delle prime terapie, presentare quella singola compressa come un peso insostenibile rischia quasi di risultare paradossale. Milioni di persone, del resto, assumono ogni giorno farmaci per ipertensione, diabete, patologie cardiovascolari o altre condizioni croniche. Eppure quella compressa può avere un significato diverso.
Non perché sia farmacologicamente più gravosa delle altre, ma perché HIV continua a portarsi dietro qualcosa che molte altre patologie croniche non hanno: stigma, segretezza, paura della discriminazione. La terapia è ciò che permette di vivere, stare bene e non trasmettere HIV per via sessuale; può essere contemporaneamente anche l’oggetto che ricorda ogni giorno la diagnosi e che non sempre vogliamo lasciare sul comodino quando dormiamo con qualcuno, portare nella borsa senza pensarci o far vedere a un collega.
Nella survey italiana HIV & Ageing – La tua voce conta, rivolta alle persone con HIV sopra i cinquant’anni, oltre il 40% dichiarava che assumere la terapia rappresentava spesso o quasi sempre un promemoria della propria condizione e il 12,8% temeva frequentemente che il farmaco potesse rivelare il proprio stato sierologico[1]. È una popolazione specifica e non rappresenta tutte le persone con HIV, ma il dato racconta bene la doppia natura della terapia: soluzione clinica e, qualche volta, presenza simbolica difficile da rendere neutra.
Una terapia semplice, un sistema molto meno semplice
Il peso quotidiano della cura, però, comincia davvero quando allarghiamo lo sguardo oltre il farmaco.
Essere una persona con HIV clinicamente stabile significa comunque mantenere un rapporto continuativo con il sistema sanitario: esami, visite periodiche, prescrizioni, ritiro della terapia, eventuali controlli per altre patologie e, con il passare degli anni, sempre più spesso rapporti con specialisti diversi. Una parte di questo lavoro è visibile nelle cartelle cliniche, un’altra parte non compare quasi mai: è il lavoro necessario per riuscire ad arrivare a quegli appuntamenti.
In Italia la distribuzione diretta dei farmaci attraverso le strutture sanitarie è una modalità prevista dal Servizio sanitario nazionale e gli antiretrovirali vengono frequentemente dispensati attraverso le farmacie ospedaliere. Al Policlinico Sant’Orsola di Bologna, per esempio, la stessa descrizione dell’Ambulatorio HIV indica che il centro provvede alla prescrizione della terapia mentre la distribuzione avviene attraverso il punto della Farmacia ospedaliera dedicato alle malattie infettive[2].
Sulla carta è soltanto una modalità organizzativa, ma nella vita di una persona significa dover tornare in ospedale più volte durante l’anno esclusivamente per avere i farmaci.
A complicare ulteriormente le cose ci sono le regole con cui i farmaci vengono prescritti e distribuiti. Il problema non è nuovo: già nel 2014 una norma nazionale, significativamente intitolata Semplificazione per la prescrizione dei medicinali per il trattamento di patologie croniche, aveva consentito di prescrivere fino a sei confezioni e 180 giorni di terapia alle persone stabilmente trattate da almeno sei mesi. Quella possibilità era però prevista nella fase precedente alla completa introduzione della ricetta dematerializzata e nel 2020 la Regione Emilia-Romagna ne ha dichiarato la decadenza; nelle attuali regole prescrittive regionali, per esempio, in presenza di un’esenzione per patologia cronica si può arrivare fino a tre confezioni, entro un massimo di sessanta giorni di terapia[3]. È curioso che una semplificazione introdotta per ridurre il peso della gestione di una malattia cronica sia scomparsa con l’evoluzione dello strumento utilizzato per prescrivere i farmaci, mentre il problema che cercava di risolvere è rimasto.
Nel caso dell’HIV c’è poi una questione ancora più specifica. Molti degli antiretrovirali orali utilizzati quotidianamente a domicilio continuano a essere classificati H/RNRL: la lettera H indica la classe di rimborsabilità ospedaliera, mentre RNRL indica una ricetta non ripetibile limitativa, quindi una prescrizione che deve essere rinnovata di volta in volta da un centro ospedaliero o da uno specialista autorizzato. Non significa che il farmaco debba essere assunto in ospedale: quello è il regime di fornitura OSP. Biktarvy, per esempio, è tuttora classificato H/RNRL, come numerosi altri antiretrovirali orali. AIFA, peraltro, già nel 2010 riclassificò in A-PHT la maggior parte dei farmaci H con regimi di fornitura RR, RNR, RRL o RNRL, cioè medicinali che non richiedevano necessariamente un utilizzo esclusivamente ospedaliero[4].
È qui che nasce una domanda che meriterebbe almeno una risposta: perché buona parte degli antiretrovirali orali, assunti a domicilio per anni o decenni, continua a restare in classe H anziché essere valutata per una riclassificazione in A-PHT? Questo non significherebbe affatto sottrarre la terapia al controllo specialistico. La classificazione A-PHT può convivere con una prescrizione limitativa e, quando previsto, con un piano terapeutico redatto dallo specialista o con la gestione attraverso un Registro AIFA: strumenti che consentono di mantenere indicazioni, criteri di appropriatezza, durata del trattamento e controlli necessari senza legare necessariamente la consegna del farmaco alla farmacia ospedaliera.
Una eventuale riclassificazione degli antiretrovirali orali da H ad A-PHT non significherebbe quindi che dal giorno successivo possano essere ritirati automaticamente nella farmacia sotto casa, ma renderebbe possibile anche quel canale. Spetterebbe poi alla Regione decidere quali farmaci inserire nella distribuzione per conto, definire le procedure e gli accordi con le farmacie territoriali e remunerare il servizio. È una scelta organizzativa, ma anche economica: entrano in gioco il costo della distribuzione, gli accordi regionali con le farmacie e il modo in cui il Servizio sanitario acquista e gestisce quei medicinali. Il punto, però, è che la necessità di una prescrizione specialistica, di un piano terapeutico o di un Registro AIFA non implica di per sé che il farmaco debba essere ritirato in ospedale. Sono strumenti che regolano chi può prescrivere, per quali indicazioni e con quali controlli; il canale attraverso il quale il farmaco viene poi dispensato è una questione distinta. In Italia esistono già farmaci sottoposti a piano terapeutico e prescrizione specialistica, compresi farmaci utilizzati in psichiatria, come la clozapina, che le Regioni distribuiscono attraverso le farmacie territoriali in DPC. Del resto, è la stessa logica originaria del PHT: AIFA lo concepì come strumento di continuità tra ospedale e territorio, indicando esplicitamente tra i suoi obiettivi quello di evitare che la persona dovesse recarsi alla struttura specialistica esclusivamente per accedere al farmaco4.
C’è poi una questione economica che meriterebbe di essere guardata da una prospettiva più ampia. La distribuzione attraverso le farmacie territoriali ha un costo per il Servizio sanitario, perché il servizio deve essere remunerato; ma anche la distribuzione ospedaliera ha un costo, fatto di personale, strutture, gestione delle scorte e migliaia di dispensazioni ogni anno. Soprattutto, una parte del costo può essere semplicemente trasferita fuori dal bilancio sanitario: sulla persona che deve raggiungere l’ospedale, prendere un permesso o utilizzare ferie, pagare un viaggio e sottrarre tempo al lavoro e alla propria vita. Risparmiare su una voce di spesa non significa necessariamente ridurre il costo complessivo della cura, può significare soltanto spostarne una parte sul paziente.
È anche per questo che la permanenza di gran parte degli antiretrovirali orali in classe H meriterebbe di essere riesaminata. Non perché la farmacia territoriale debba necessariamente diventare il modello per tutti, ma perché dovrebbe essere chiaro quale esigenza clinica o regolatoria renda ancora necessario il ritiro ospedaliero per una persona stabilmente trattata da anni. Se prescrizione specialistica, piano terapeutico e controlli possono essere mantenuti anche con una distribuzione territoriale, la domanda diventa inevitabile: quanto di questa organizzazione risponde ancora a una necessità e quanto continua semplicemente perché si è sempre fatto così?
Resta infine un elemento apparentemente molto più banale: quanto farmaco viene messo dentro una scatola. In Italia il ramipril, un farmaco utilizzato anche per l’ipertensione e destinato spesso a terapie di lunghissima durata, è ancora commercializzato anche in confezioni da 14 o 28 compresse; in Germania lo stesso principio attivo è normalmente disponibile anche in confezioni da 50, 98 o 100 compresse[5]. Un limite espresso in numero di confezioni acquista quindi un significato molto diverso a seconda di quanto dura ciascuna confezione. Il packaging sembra un dettaglio industriale, ma per una terapia cronica può tradursi in più scatole da produrre, acquistare, immagazzinare e distribuire e, a seconda del sistema di dispensazione, anche in più occasioni nelle quali la persona deve procurarsi nuovamente il farmaco. Anche questa è organizzazione della cura.
Se si lavora in un ufficio con una certa autonomia, questi accessi possono essere un fastidio relativamente gestibile; per chi lavora a turni o in attività nelle quali non può decidere liberamente quando assentarsi, diventano molto più complicati. Penso a una persona che ho seguito e che lavora come barista: i turni vengono comunicati con poco anticipo e, quando è assegnato al mattino, lavora da solo. Un appuntamento ospedaliero fissato sei o otto mesi prima non è quindi qualcosa che possa semplicemente segnare in agenda; quando arriverà quel giorno potrebbe non poter lasciare il lavoro e, se non riesce a cambiare turno, dovrà chiedere ferie, sempre che vengano concesse. Il problema non è la sua aderenza alla cura, ma un sistema che continua a presupporre persone con un controllo quasi totale del proprio tempo.
Il costo della cura non pesa allo stesso modo su tutti.
Questi costi indiretti non sono distribuiti allo stesso modo. Tempo, trasporti, ore sottratte al lavoro, ferie, organizzazione familiare e distanza dal centro clinico possono rappresentare un inconveniente relativamente modesto per qualcuno e un ostacolo molto più consistente per qualcun altro.
La grande survey britannica Positive Voices 2022 lo mostra bene. Tra oltre 4.600 persone con HIV, soltanto il 48,6% dichiarava di avere sempre denaro sufficiente per i bisogni essenziali e il 27% era in arretrato con almeno una parte delle proprie spese. Il 35% riferiva almeno un bisogno sociale o assistenziale non soddisfatto; le difficoltà erano più frequenti tra chi viveva condizioni economiche peggiori e tra chi non lavorava[6]. Non possiamo trasferire automaticamente queste percentuali alla popolazione italiana, ma il meccanismo è difficilmente ignorabile: la vulnerabilità economica rende più complicato anche utilizzare servizi sanitari formalmente gratuiti.
Anche in Italia emergono segnali simili. Nella survey nazionale sull’ageing circa il 12% delle persone intervistate dichiarava un reddito insufficiente per le necessità di base e un ulteriore 7,7% riferiva difficoltà economiche intermittenti. Tra le priorità indicate per le associazioni, più di un terzo chiedeva supporto pratico nella gestione burocratica e nell’accesso ai servizi sociosanitari1.
Questo è un punto importante: la qualità della cura non dipende soltanto dall’efficacia del farmaco o dalla competenza del medico. Dipende anche da quanto lavoro il sistema trasferisce sulla persona.
Quando anche l’innovazione deve fare i conti con l’orologio dell’ospedale
Le terapie long acting rendono questo problema particolarmente evidente.
Cabotegravir e rilpivirina iniettabili permettono oggi ad alcune persone con HIV virologicamente soppresso di sostituire la terapia orale quotidiana con due iniezioni intramuscolari somministrate, a regime, ogni due mesi. Per qualcuno è un cambiamento enorme: non avere più il farmaco in casa, non dover pensare ogni giorno alla terapia e ridurre le occasioni nelle quali HIV entra nella vita quotidiana può avere un valore che non si misura contando i minuti necessari per ingerire una compressa.
Gli studi sui patient-reported outcomes mostrano infatti livelli molto alti di soddisfazione tra le persone che hanno scelto il regime long acting. In ATLAS-2M, tra chi non aveva precedentemente ricevuto cabotegravir/rilpivirina iniettabili e utilizzava la somministrazione ogni otto settimane, il 98% preferiva quel regime alla precedente terapia orale[7]. Ma non tutti desiderano la stessa cosa.
Le reazioni nel sito di iniezione sono frequenti, soprattutto il dolore, anche se nella grande maggioranza dei casi sono lievi o moderate e tendono a essere ben accettate. Nello studio europeo CARISEL il dolore o indolenzimento nel punto di iniezione era la difficoltà riferita più frequentemente; allo stesso tempo la maggioranza dei partecipanti lo giudicava modesto e oltre tre quarti non aveva avuto bisogno di interrompere lavoro, studio o attività quotidiane per recuperare dalle reazioni locali[8].
C’è chi preferisce comunque questo compromesso alla compressa quotidiana, anche sapendo che dopo l’iniezione potrà avere dolore, mentre altri non hanno alcun desiderio di presentarsi in ospedale ogni due mesi per ricevere due iniezioni nei glutei e considerano molto più semplice assumere una pillola. Sono entrambe scelte perfettamente razionali, perché ciò che conta non è quale terapia sia in assoluto più comoda, ma quale si adatti meglio alla vita della singola persona; una terapia progettata per ridurre il peso quotidiano può riuscirci davvero soltanto se l’organizzazione sanitaria non finisce per crearne uno nuovo.
Il regime ogni due mesi richiede infatti appuntamenti programmati. La scheda tecnica europea consente normalmente la somministrazione fino a sette giorni prima o sette giorni dopo la data prevista e contempla una terapia orale temporanea quando sia necessario superare quella finestra[9]. Se un centro applica margini organizzativi molto più stretti, la rigidità non deriva dal farmaco ma dal servizio nel quale il farmaco viene somministrato.
Per un lavoratore a turni, una persona che viaggia spesso o qualcuno che assiste un familiare, la differenza tra poter spostare un appuntamento di una settimana e poterlo spostare di un giorno non è un dettaglio.
È la differenza tra una terapia che si adatta alla vita e una vita che deve adattarsi alla terapia.
Il paziente stabile deve davvero andare sempre in ospedale?
La stessa domanda vale per il follow-up. Naturalmente alcune visite richiedono la presenza fisica: bisogna visitare una persona, fare esami, valutare un nuovo sintomo, discutere una situazione clinica complessa. Ma per chi vive con HIV da anni, è stabilmente soppresso e non presenta problemi nuovi, non è affatto evidente che ogni contatto con il centro debba richiedere uno spostamento fisico.
La pandemia, per necessità, ci ha mostrato che modelli diversi erano possibili. Al Sacco di Milano, durante il Covid, le persone clinicamente stabili potevano essere seguite anche attraverso contatti telefonici e digitali; alcune prescrizioni furono estese fino a sei mesi e venne attivata anche la consegna domiciliare della terapia. Nonostante le enormi difficoltà di quel periodo, l’elevato livello di soppressione virologica fu mantenuto. Gli autori suggerirono che proprio la semplificazione dell’assistenza poteva avere contribuito alla tenuta del percorso di cura[10].
Uno studio italiano sulla telemedicina ha poi confrontato le opinioni di 80 persone con HIV e 60 medici. Il 63% delle persone indicava il risparmio di tempo tra i principali vantaggi della teleassistenza, mentre medici e pazienti concordavano ampiamente sulla possibilità di utilizzarla, pur senza considerarla necessariamente un sostituto di tutte le visite in presenza[11].
Oggi, peraltro, non siamo più davanti a uno strumento amministrativamente indefinito. Il Ministero della Salute include la televisita specialistica tra i servizi di telemedicina e negli ultimi anni ha investito molto per trasformarla in una componente strutturale del Servizio sanitario nazionale: il PNRR ha destinato 1,5 miliardi di euro alla telemedicina, è stata realizzata una Piattaforma nazionale e il target di almeno 300.000 persone assistite attraverso questi strumenti risulta raggiunto[12]. Eppure la distanza tra infrastruttura e pratica quotidiana resta notevole: secondo l’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, nel 2025 soltanto il 29% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale aveva effettuato televisite[13]. È un dato interessante anche per un’altra ragione: mostra quanto sia difficile modificare le procedure della sanità persino quando l’indirizzo viene dal livello nazionale, è accompagnato da norme, investimenti e infrastrutture e dovrebbe rispondere a un bisogno evidente. Il problema, quindi, non è più stabilire se una visita a distanza possa essere una vera prestazione sanitaria, ma riuscire a trasformare una possibilità tecnicamente e normativamente disponibile in una modalità ordinaria di organizzare la cura quando la presenza fisica non è necessaria.
Non significa sostituire l’ospedale con uno schermo. Significa smettere di utilizzare la presenza fisica come impostazione predefinita anche quando non aggiunge nulla alla qualità clinica.
La buona aderenza non può significare obbedienza all’organizzazione
Per molti anni abbiamo utilizzato la parola adherence quasi esclusivamente per descrivere il comportamento della persona: assumere correttamente la terapia, presentarsi ai controlli, seguire le indicazioni. È una dimensione fondamentale, perché la straordinaria efficacia dell’ART dipende anche dalla capacità di assumerla correttamente, ma questa prospettiva diventa parziale se non cominciamo a chiederci quanto sia aderente anche il sistema alla vita delle persone.
Un appuntamento fissato con mesi di anticipo non diventa automaticamente accessibile perché compare correttamente nell’agenda dell’ospedale. Una farmacia aperta durante l’orario lavorativo non diventa flessibile perché il paziente conosce l’orario. Una persona che utilizza ferie per non spiegare al datore di lavoro perché deve recarsi così spesso in ospedale non sta semplicemente esercitando una libera scelta organizzativa. Sta pagando un costo prodotto contemporaneamente dall’organizzazione della cura e dallo stigma che ancora circonda HIV.
Ed è proprio qui che il treatment burden incontra tutti gli altri bisogni affrontati in questa serie: stigma, salute mentale, relazioni, ageing, multimorbidità, condizioni economiche. Non sono capitoli separati. Una persona che ha paura della disclosure sul lavoro avrà meno libertà nel chiedere un permesso; chi vive una situazione economica precaria avrà meno possibilità di perdere una giornata; chi assume molti farmaci o deve vedere diversi specialisti avrà più appuntamenti da coordinare; chi vive lontano da un grande centro avrà tempi e costi ancora diversi.
La stessa prestazione sanitaria può quindi essere quasi irrilevante per una persona e molto pesante per un’altra.
Rendere semplice curarsi
Negli ultimi quarant’anni abbiamo dedicato un’enorme quantità di ricerca a semplificare la terapia antiretrovirale, con risultati straordinari: dalle molte compresse al giorno siamo arrivati alla singola compressa e, per chi lo desidera e può utilizzarla, a trattamenti che non richiedono più un’assunzione quotidiana; altre strategie long acting sono in sviluppo e probabilmente gli intervalli tra le somministrazioni continueranno ad allungarsi. Ma la semplificazione farmacologica può arrivare soltanto fino a un certo punto, perché se per ottenere una terapia occorre assentarsi ripetutamente dal lavoro, se un appuntamento non può essere adattato a un turno, se per un controllo che potrebbe essere svolto a distanza bisogna attraversare una città e trascorrere una mattina in ospedale, oppure se servizi diversi non comunicano tra loro e la persona deve diventare il coordinatore della propria assistenza, il peso della cura non è scomparso: è stato semplicemente trasferito altrove.
Questo non significa che tutti vivano la cura dell’HIV come un problema. Molte persone hanno un rapporto eccellente con il proprio centro, organizzano senza particolari difficoltà visite e terapia e non percepiscono tutto questo come un carico significativo. È proprio per questo che servono modelli flessibili e non una nuova soluzione uguale per tutti.
Per qualcuno sarà preferibile continuare con una compressa al giorno e presentarsi poche volte all’anno in ospedale. Per qualcun altro sarà molto più importante non avere più una terapia orale quotidiana. Qualcuno utilizzerà volentieri una televisita, qualcun altro vorrà incontrare il proprio medico di persona. Ciò che conta è che l’organizzazione sappia distinguere bisogni diversi invece di trasformare le proprie procedure nel bisogno del paziente.
Oggi il problema non è più soltanto rendere più semplice la terapia. È rendere meno complicato curarsi.
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- Oltre la viremia: i bisogni senza risposta — articolo quadro
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- HIV: lo stigma che resta
- HIV, gli anni che cambiano
- U=U: sapere è solo l’inizio
- Il peso quotidiano della cura
[1] LILA Nazionale et al. HIV & Ageing – La tua voce conta. Analisi dei questionari. 2026. Progetto realizzato con il supporto tecnico e finanziario del Ministero della Salute. https://www.lila.it/it/news/2052-hiv-ageing-la-tua-voce-conta-analisi-questionari
[2] Policlinico Sant’Orsola IRCCS. Ambulatorio HIV – Malattie infettive; Carta dei servizi 2025, sezione Farmacia Clinica e distribuzione diretta dei farmaci.
[3] Decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, art. 26, convertito con modificazioni dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, Semplificazione per la prescrizione dei medicinali per il trattamento di patologie croniche; Regione Emilia-Romagna, nota PG/2020/0501481 del 14 luglio 2020, Prescrizione dei medicinali: numero di confezioni prescrivibili per ricetta; Regione Emilia-Romagna, Guida alla Distribuzione per Conto (DPC), versione 1.1, 2023.
[4] Agenzia Italiana del Farmaco, L’uso dei farmaci in Italia. Rapporto OsMed 2024, Appendice 1, Regolamentazione dell’assistenza farmaceutica in Italia; AIFA, PHT – Prontuario della distribuzione diretta. Per la presa in carico e la continuità assistenziale H (Ospedale)-T (Territorio); AIFA, Elenchi farmaci di classe A e H, aggiornamento 2026; Regione Piemonte, Farmaci in distribuzione per conto – PHT, elenco Farmaci PHT – oggetto di DPC, aggiornamento 9 luglio 2026.
[5] Agenzia Italiana del Farmaco, Lista dei farmaci equivalenti per principio attivo, aggiornamento 16 marzo 2026, voce Ramipril; Ramipril HEXAL 5 mg – Gebrauchsinformation, revisione novembre 2024, confezioni da 20, 50, 98 e 100 compresse
[6] UK Health Security Agency, Positive Voices: The National Survey of People Living with HIV. Findings from 2022, 2023; Positive Voices 2022 Study Group, Service needs of people living with HIV in the UK (Positive Voices 2022): a cross-sectional survey, The Lancet HIV. 2026;13(4):e258–e270. doi:10.1016/S2352-3018(25)00332-7.
[7] Chounta V, Overton ET, Mills A, et al. Patient-Reported Outcomes Through 1 Year of an HIV-1 Clinical Trial Evaluating Long-Acting Cabotegravir and Rilpivirine Administered Every 4 or 8 Weeks (ATLAS-2M). Patient. 2021;14(6):849–862. doi:10.1007/s40271-021-00524-0.
[8] Gutner CA, van der Valk M, Portilla J, et al. Patient Participant Perspectives on Implementation of Long-Acting Cabotegravir and Rilpivirine: Results From the Cabotegravir and Rilpivirine Implementation Study in European Locations (CARISEL) Study. J Int Assoc Provid AIDS Care. 2024;23:23259582241269837. doi:10.1177/23259582241269837; Teichner P, et al. Cabotegravir + Rilpivirine Long-Acting: Overview of Injection Guidance, Injection Site Reactions, and Best Practices for Intramuscular Injection Administration. Open Forum Infect Dis. 2024;11(6):ofae282.
[9] European Medicines Agency. Vocabria – EPAR Product Information. Ultimo aggiornamento 2025. Regime ogni due mesi e gestione delle somministrazioni programmate o mancate. https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/vocabria
[10] Giacomelli A, Bonazzetti C, Conti F, et al. Brief Report: Impact of the COVID-19 Pandemic on Virological Suppression in People Living With HIV Attending a Large Italian HIV Clinic. J Acquir Immune Defic Syndr. 2021;88(3):299–304. doi:10.1097/QAI.0000000000002754..
[11] Massaroni V, Delle Donne V, Ciccarelli N, et al. Use of telehealth for HIV care in Italy: Are doctors and patients on the same page? A cross-sectional study. Int J Med Inform. 2021;156:104616. doi:10.1016/j.ijmedinf.2021.104616.
[12] Ministero della Salute, Casa come primo luogo di cura e telemedicina, PNRR Missione 6 Salute; Ministero della Salute, M6C1-9 – Assistenza mediante strumenti di telemedicina, aggiornamento 23 marzo 2026. https://www.pnrr.salute.gov.it/it/pnrr-targetmilestone/m6c1-9/
[13] Osservatorio Sanità Digitale, Politecnico di Milano, Sanità Digitale in Italia: nel 2025 la spesa cresce del 9%, 26 maggio 2026. https://www.osservatori.net/comunicato/sanita-digitale/sanita-digitale-italia-spesa/

