Per molti anni la parola “troia” è stata utilizzata per colpire le donne che vivevano liberamente la propria sessualità.
Poi è arrivata la PrEP.
E improvvisamente una parte di quel linguaggio ha trovato nuovi bersagli.
Chi utilizza la PrEP lo sa bene. Ancora oggi non è raro imbattersi in commenti che suggeriscono, più o meno esplicitamente, che chi assume un farmaco per prevenire HIV stia semplicemente cercando un modo per fare sesso senza preservativo. Come se la prevenzione fosse una colpa. Come se il problema non fosse il rischio di acquisire HIV, ma il fatto che una persona possa vivere la propria sessualità con maggiore libertà.
L’espressione “Truvada Whore” nasce proprio da qui. Come insulto. Come tentativo di trasformare uno strumento di salute pubblica in un giudizio morale.
Il sottotesto è piuttosto evidente. Se usi la PrEP non lo fai per proteggere la tua salute. Lo fai perché vuoi fare sesso senza conseguenze. Perché vuoi vivere liberamente la tua sessualità senza pagarne il prezzo.
La tutela della salute, in questa narrazione, diventa quasi un dettaglio secondario. Una razionalizzazione. Qualcosa che serve a mascherare il vero movente.
In fondo è questo il vero messaggio contenuto nell’insulto. Non tanto “sei una troia”, quanto piuttosto: “Come ti permetti?”. Come ti permetti di separare il piacere dalla punizione? Come ti permetti di ridurre un rischio che, fino a ieri, veniva considerato il naturale prezzo da pagare per certi comportamenti?
È un meccanismo antico. La sessualità è stata spesso tollerata a condizione che rimanesse accompagnata da una qualche forma di colpa, vergogna o conseguenza negativa. La PrEP rompe questo schema. Non elimina ogni rischio, naturalmente, ma sottrae HIV al ruolo di giudice morale della vita sessuale delle persone.
Forse è proprio questo che continua a risultare scomodo.
Col tempo molte persone hanno scelto di riappropriarsi dell’espressione “Truvada Whore”, trasformandola in una forma di orgoglio e di resistenza. Ma il meccanismo che l’ha generata non è affatto scomparso.
In questi anni ho incontrato molte persone che si avvicinavano alla PrEP convinte di avere finalmente trovato la soluzione ai propri problemi. Alcune erano sinceramente terrorizzate da HIV. Altre avevano sviluppato una relazione complicata con la sessualità stessa. Pensavano che eliminando la paura del virus avrebbero finalmente vissuto meglio.
Per alcune persone è andata davvero così. La PrEP ha rappresentato una svolta. Ha permesso di ridimensionare paure che condizionavano da anni la loro vita sessuale e affettiva..
Per altri, invece, è successo qualcosa di diverso.
Una volta ridimensionata la paura di HIV, è comparsa quella della sifilide. Poi quella della gonorrea. Poi quella dei ceppi resistenti. Poi quella della prossima infezione ancora sconosciuta.
Con il tempo ho iniziato a chiedermi se, almeno in alcuni casi, il problema non fosse mai stato HIV.
Perché chi lavora nei servizi HIV lo osserva continuamente: molte persone arrivano convinte di avere una domanda sanitaria e finiscono per parlare di tutt’altro. Parlano di vergogna. Parlano di desiderio. Parlano della paura di essere giudicate. Parlano della difficoltà di accettare alcuni aspetti di sé.
In altre parole, molto spesso finiscono per parlare del modo in cui giudicano sé stesse. E quasi sempre, prima o poi, emerge la stessa parola: colpa.
È un tema che ritorna con una regolarità sorprendente. Non soltanto nelle persone con HIV, ma anche in quelle che HIV lo temono. Non soltanto in chi utilizza la PrEP, ma anche in chi la guarda con sospetto.
Ed è qui che, secondo me, la discussione diventa interessante.

