Negli ultimi mesi abbiamo letto decine di notizie che sembrano appartenere a mondi diversi. In Tanzania e in Malawi alcuni programmi per l’HIV hanno chiuso o sono stati ridimensionati dopo il ritiro dei finanziamenti di USAID1. In Uganda UNAIDS3 ha descritto l’interruzione della continuità dei servizi HIV come un problema immediato per persone la cui vita dipende da farmaci e prevenzione. In Sudan e in altri contesti umanitari organizzazioni internazionali hanno dovuto sospendere attività essenziali. Negli Stati Uniti, nello stesso periodo, ricercatori dei National Institutes of Health hanno perso finanziamenti,⁸ le università sono diventate oggetto di una crescente pressione politica da parte dell’amministrazione federale,11,18 mentre i Centers for Disease Control and Prevention hanno subito tagli di personale e competenze.⁴
Nel frattempo Washington ha annunciato una strategia che sostituisce progressivamente il multilateralismo sanitario con accordi bilaterali negoziati direttamente con singoli Paesi. In alcuni casi questi accordi includono obblighi di cofinanziamento, accesso ai dati sanitari e discussioni su possibili contropartite economiche. Nel caso dello Zambia, secondo diverse analisi, il confronto ha riguardato anche l’accesso preferenziale a risorse minerarie e dati sui patogeni.5,6
Lette una alla volta, queste notizie sembrano riguardare temi separati: la cooperazione internazionale, la ricerca biomedica, la politica estera americana, l’organizzazione della sanità pubblica. Osservate insieme, però, raccontano una storia diversa. Non parlano soltanto di tagli di bilancio. Parlano di un cambiamento nel modo in cui viene concepito il rapporto tra potere, conoscenza e salute.
La tentazione è spiegare tutto con Donald Trump. Sarebbe anche comprensibile, perché molte di queste decisioni portano la firma della sua amministrazione e rispondono a una precisa visione politica. Ma dire semplicemente che “Trump taglia la sanità” rischia di fermarsi alla superficie del problema. La questione più interessante è capire cosa accade quando tutti questi frammenti vengono osservati come parti di uno stesso disegno.
Le grandi trasformazioni storiche raramente si presentano come un evento unico, facilmente riconoscibile. Più spesso assumono la forma di una sequenza di decisioni che, prese singolarmente, possono essere spiegate, giustificate o minimizzate. È solo quando i frammenti vengono ricomposti che il quadro complessivo inizia a emergere. Negli ultimi diciotto mesi è accaduto esattamente questo.
Lo smantellamento di USAID ha interrotto programmi dedicati all’HIV, alla tubercolosi, alla malaria, alla salute materno-infantile e alla prevenzione delle epidemie. Secondo una stima pubblicata su The Lancet Global Health, il proseguimento dei tagli agli aiuti internazionali potrebbe causare entro il 2030 almeno 9,4 milioni di morti aggiuntive nello scenario moderato e fino a 22,6 milioni nello scenario più severo.7 L’Impact Tracker di The Aid Report documenta già oggi effetti concreti dei tagli: servizi sanitari fermati, programmi educativi chiusi, operatori licenziati, laboratori e sistemi di sorveglianza indeboliti.2
Dietro queste categorie ci sono persone reali. In Uganda, ad esempio, la sospensione dei finanziamenti ha costretto alcune organizzazioni comunitarie a interrompere i servizi di distribuzione dei farmaci e il sostegno ai pazienti HIV3. In altri contesti sono stati chiusi laboratori diagnostici, sospesi programmi di prevenzione della trasmissione materno-infantile e licenziati operatori sanitari che rappresentavano l’unico punto di riferimento per intere comunità2.
Considerati singolarmente, questi episodi potrebbero sembrare semplici conseguenze di decisioni amministrative. È ampliando lo sguardo che inizia a emergere una logica comune. Mentre la cooperazione internazionale viene ridotta, anche la ricerca pubblica americana entra in una fase di crescente pressione politica. Reuters ha riportato la proposta di tagliare in modo drastico il bilancio dei NIH, storicamente il maggiore finanziatore pubblico al mondo della ricerca biomedica, e di ridurre migliaia di posti di lavoro nelle agenzie sanitarie federali.8 In aprile 2025 la stessa agenzia di stampa ha documentato licenziamenti di massa al Department of Health and Human Services, con effetti su FDA, CDC e NIH.4 Fra i progetti coinvolti figurano studi sulle malattie infettive, sull’intelligenza artificiale applicata alla medicina e sulla salute pubblica. In molti casi non si tratta semplicemente di rinviare una ricerca: interrompere uno studio clinico significa disperdere dati raccolti per anni, compromettere collaborazioni internazionali e costringere gruppi di ricerca a sciogliersi.
Non si tratta solo di denaro. Alcuni ricercatori NIH hanno denunciato restrizioni alla partecipazione a conferenze scientifiche anche quando avrebbero usato ferie e risorse personali.9 Al congresso annuale dell’American Diabetes Association, cinque esperti sono stati allontanati dalla polizia dopo aver distribuito un editoriale critico verso lo smantellamento della ricerca biomedica.10 Il caso di David Morens, ex funzionario del NIAID e collaboratore storico di Anthony Fauci, arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulle comunicazioni relative all’origine del Covid. Secondo il racconto pubblicato da Science, gli agenti federali si sono presentati armati e con giubbotti antiproiettile, lo hanno ammanettato, perquisito e trasferito in tribunale. Per un ricercatore di 78 anni accusato di reati documentali, le modalità dell’arresto hanno colpito profondamente una parte della comunità scientifica, al di là dell’esito giudiziario della vicenda.11
Anche qui ogni episodio merita di essere compreso nel proprio contesto. È però osservando queste vicende accanto ai profondi cambiamenti nella cooperazione internazionale che diventa possibile coglierne il filo comune. Lo smantellamento di USAID va ben oltre la cooperazione allo sviluppo; i tagli ai NIH non incidono solo sulla ricerca biomedica, così come il ridimensionamento dei CDC non riguarda esclusivamente la sorveglianza epidemiologica. Le pressioni sulle università investono la libertà della produzione scientifica, mentre gli accordi bilaterali ridefiniscono il modo stesso in cui gli Stati Uniti esercitano la propria influenza internazionale. Considerati insieme, questi provvedimenti sembrano muoversi nella stessa direzione: ridurre, ciascuno con modalità diverse, gli spazi di autonomia della ricerca, della cooperazione, delle istituzioni pubbliche e, più in generale, della libertà della ricerca e del sapere scientifico.
Donald Trump ha giustificato molte di queste scelte con un argomento apparentemente semplice: gli Stati Uniti non possono continuare a sostenere il resto del mondo mentre devono affrontare problemi irrisolti al proprio interno. È il principio riassunto dallo slogan America First. Preso isolatamente, può sembrare persino intuitivo. Ogni governo ha il dovere di amministrare le risorse pubbliche nell’interesse dei propri cittadini. Nessuno può pretendere che un Paese finanzi indefinitamente il sistema sanitario di altri Stati.
Il problema è che le decisioni adottate dalla seconda amministrazione Trump non sembrano andare in questa direzione. Se l’obiettivo fosse davvero trasferire risorse dalla cooperazione internazionale alla salute degli americani, dovremmo osservare un rafforzamento della sanità pubblica statunitense, maggiori investimenti nella ricerca biomedica, un ampliamento dell’accesso alle cure e un consolidamento delle agenzie federali che si occupano di prevenzione e tutela della salute. Sta accadendo il contrario.
Mentre vengono smantellati programmi internazionali e ridimensionato il ruolo degli Stati Uniti nella salute globale, anche all’interno del Paese la ricerca pubblica perde finanziamenti, i CDC vengono progressivamente indeboliti, le università diventano terreno di scontro politico e milioni di cittadini continuano a rinunciare alle cure perché non possono permettersele. Secondo il West Health-Gallup Healthcare Affordability Index, nel 2025 solo il 49% degli adulti statunitensi poteva permettersi in modo continuativo cure di qualità e farmaci quando necessari; KFF, da parte sua, rileva che quasi metà degli adulti dichiara difficile sostenere i costi sanitari.12,13 Dietro quel 49% non c’è una statistica astratta. Significa che oltre la metà degli adulti americani può trovarsi nella condizione concreta di rinunciare a una visita specialistica, a un ricovero o a un farmaco per ragioni economiche.
Questi fatti non raccontano soltanto una riduzione della spesa pubblica. Raccontano una diversa idea di Stato e di salute. La cooperazione multilaterale viene sostituita da rapporti negoziali diretti, nei quali il soggetto più forte dispone di un potere incomparabilmente maggiore. Le agenzie federali perdono autonomia. La ricerca pubblica viene subordinata a nuove priorità politiche. Le università cessano di essere soltanto luoghi di produzione della conoscenza e diventano bersagli di uno scontro ideologico18. La comunità scientifica inizia a percepire un clima nel quale esprimere dissenso o difendere l’autonomia della ricerca può avere conseguenze professionali e personali.
Non si tratta più semplicemente di sanità. Si tratta del rapporto tra potere e conoscenza.
La storia insegna che i processi di concentrazione del potere raramente iniziano limitando il diritto di voto. Molto più spesso cominciano riducendo l’autonomia delle istituzioni che producono sapere, spirito critico e capacità di controllo: università, stampa, magistratura, ricerca scientifica, società civile. Sarebbe arbitrario affermare oggi quale sarà il punto di arrivo di questo processo. Nessuno può sapere se gli Stati Uniti stiano davvero imboccando una deriva autoritaria. Ma sarebbe altrettanto arbitrario ignorare la direzione nella quale sembrano muoversi molti dei provvedimenti adottati negli ultimi mesi.
Negli Stati Uniti questa preoccupazione non appartiene soltanto agli oppositori politici di Trump. I No Kings Day hanno portato in piazza milioni di persone in tutti gli Stati, con mobilitazioni organizzate anche davanti ai NIH e in molte città fuori dai grandi centri tradizionalmente progressisti.14 Nella comunità HIV, Mark S. King ha raccontato il ritorno in strada di attivisti che pensavano di non dover più difendere, con la stessa urgenza di un tempo, la scienza, la salute pubblica e la sopravvivenza dei programmi sociali.15 Solo il tempo dirà se queste preoccupazioni si riveleranno fondate. Ma la storia insegna anche un’altra cosa: le democrazie non smettono di essere tali da un giorno all’altro. Cambiano lentamente, una decisione dopo l’altra, un’istituzione dopo l’altra, una libertà dopo l’altra.
L’HIV ci ha insegnato una lezione che oggi rischiamo di dimenticare. Quando l’epidemia esplose negli anni Ottanta, nessun Paese poteva davvero pensare di affrontarla da solo. I virus non rispettano i confini nazionali, ma nemmeno le disuguaglianze, la povertà e lo stigma. Per questo la risposta all’HIV è diventata, nel tempo, molto più di un insieme di programmi sanitari. È stata un laboratorio politico e culturale nel quale il concetto stesso di salute pubblica si è progressivamente trasformato.
Sono nati programmi come PEPFAR e il Global Fund, si è rafforzato il ruolo di UNAIDS, ma soprattutto si è affermato un principio rivoluzionario nel modo di percepire la salute collettiva: la salute non poteva più essere considerata esclusivamente una responsabilità del singolo Stato. Doveva diventare una responsabilità condivisa. Non era soltanto una questione morale; era anche una scelta razionale. Un’interruzione della terapia antiretrovirale in Uganda o in Malawi non riguarda soltanto quelle persone. Aumenta il rischio di nuove infezioni, favorisce l’insorgenza di resistenze farmacologiche, compromette decenni di investimenti nella ricerca e nella prevenzione. La salute globale nasce proprio da questa consapevolezza: alcuni problemi sono semplicemente troppo grandi per essere affrontati da un Paese da solo.
Per questo è poco convincente una lettura che descrive la crisi attuale come il possibile superamento di un modello paternalistico della cooperazione internazionale. È vero che molti governi africani hanno criticato una cooperazione troppo dipendente dai grandi donatori occidentali. È una discussione seria e legittima. Nessun sistema può dirsi realmente sostenibile se un programma essenziale sopravvive soltanto grazie ai finanziamenti di un altro Paese. Ma autonomia e abbandono non sono la stessa cosa.
Accompagnare gradualmente un Paese verso una maggiore capacità di finanziare il proprio sistema sanitario significa costruire competenze, rafforzare le istituzioni, sviluppare infrastrutture e programmare una transizione che richiede anni. Interrompere improvvisamente i finanziamenti produce tutt’altro effetto: programmi che chiudono, personale licenziato, persone che interrompono le cure.2,3
Anche il tema del cofinanziamento merita una riflessione più attenta. Il Global Fund chiede da anni ai Paesi beneficiari di aumentare progressivamente il proprio contributo economico ai programmi finanziati. L’obiettivo dichiarato è rendere i sistemi sanitari più autonomi e meno dipendenti dagli aiuti internazionali, attraverso transizioni pianificate e prevedibili.16 Ben diverso è il significato assunto dagli accordi bilaterali promossi dall’amministrazione Trump, soprattutto quando vengono proposti dopo uno shock finanziario improvviso e in condizioni di forte asimmetria.
Secondo le analisi dedicate ai memorandum bilaterali già sottoscritti, gli Stati Uniti intendono spostarsi da un modello di aiuto verso accordi sanitari cofinanziati, negoziati direttamente con i singoli governi.5 Il punto non è negare che i Paesi debbano partecipare al finanziamento dei propri sistemi sanitari. Il punto è chiedersi cosa significhi “negoziare” quando da una parte c’è la maggiore potenza economica e militare del pianeta e dall’altra uno Stato che rischia di perdere i finanziamenti necessari a garantire servizi essenziali. In queste condizioni il rapporto di forza non diventa più equilibrato. Diventa semplicemente più esplicito.
Per quarant’anni abbiamo discusso di come rendere la salute globale più equa. Oggi rischiamo di assistere a qualcosa di diverso: la progressiva sostituzione del principio di cooperazione con quello della negoziazione. Può sembrare una differenza semantica, ma cambia completamente il significato della salute pubblica. La cooperazione parte dal presupposto che la salute rappresenti un bene comune. La negoziazione parte da un’altra logica: ogni soggetto tutela innanzitutto il proprio interesse e la possibilità di ottenere risultati dipende dal potere che ciascuno porta al tavolo.
Per chi vive con HIV questa non è una discussione teorica. Sappiamo bene che l’interruzione di una terapia non è mai un fatto astratto: significa una persona che rimane senza farmaci, un rischio che aumenta, una continuità di cura che si spezza.
Negli ultimi mesi, tuttavia, è emerso un altro elemento che rischia di passare inosservato se osserviamo ogni episodio separatamente. Non si stanno riducendo soltanto i finanziamenti. Si stanno progressivamente indebolendo anche i luoghi nei quali la ricerca prende forma, viene discussa e diventa patrimonio collettivo.
I National Institutes of Health rappresentano da decenni uno dei principali motori della ricerca biomedica mondiale. I Centers for Disease Control and Prevention sono stati, nel bene e nel male, un punto di riferimento internazionale per la sorveglianza epidemiologica e la risposta alle emergenze sanitarie. Le università americane continuano a produrre una parte consistente della ricerca scientifica mondiale. Eppure proprio queste istituzioni sono diventate oggetto di una pressione politica senza precedenti: tagli ai finanziamenti, revisione dei programmi di ricerca, limitazioni alla partecipazione dei ricercatori ai congressi scientifici, scontro aperto con università considerate ostili all’amministrazione.8,9,10
Naturalmente ogni singolo episodio ha una propria storia, un proprio contesto e, nel caso di procedimenti giudiziari, un percorso che spetta ai tribunali ricostruire. Ma ancora una volta è l’insieme che merita attenzione, perché ciò che cambia non è soltanto il finanziamento della ricerca. Cambia il clima nel quale la ricerca viene svolta.
La scienza vive di confronto, critica e libertà di discussione. Non produce verità immutabili, ma conoscenze continuamente sottoposte a verifica. È proprio questa capacità di correggere i propri errori che la rende uno degli strumenti più affidabili di cui disponiamo per comprendere la realtà. Quando però i luoghi nei quali questo confronto avviene iniziano a essere percepiti come avversari politici, il rischio non riguarda soltanto gli scienziati. Riguarda tutti noi.
La storia offre molti esempi di questa tensione. Quando Galileo Galilei venne processato dall’Inquisizione, il punto non era semplicemente stabilire se la Terra girasse intorno al Sole. La questione era molto più profonda: chi aveva l’autorità di decidere ciò che poteva essere considerato vero. Da allora i protagonisti sono cambiati, ma il conflitto si è ripresentato molte volte: la genetica piegata all’ideologia nell’Unione Sovietica di Lysenko, gli scienziati perseguitati dalle dittature del Novecento, il negazionismo dell’HIV promosso dal presidente sudafricano Thabo Mbeki, costato secondo numerose stime centinaia di migliaia di vite.17
Il potere non entra in conflitto con la scienza quando questa conferma le proprie convinzioni. Comincia a temerla quando la conoscenza diventa un limite al proprio potere.
Per chi ha vissuto l’epidemia di HIV tutto questo non è nuovo. La storia dell’HIV è anche la storia di una continua tensione tra evidenze scientifiche e potere politico, religioso e culturale. È successo quando si sosteneva che distribuire preservativi avrebbe favorito la promiscuità. È successo con i programmi di riduzione del danno rivolti alle persone che usano droghe. È successo quando il principio U=U ha dimostrato che una persona con HIV in terapia efficace non trasmette il virus per via sessuale, mettendo in discussione decenni di stigma. È successo con la PrEP, inizialmente osteggiata da chi la considerava un incoraggiamento alla promiscuità anziché uno strumento di prevenzione.
Ogni volta la ricerca scientifica ha prodotto evidenze che mettevano in crisi convinzioni morali, ideologiche o politiche già consolidate. Ed è proprio per questo che l’HIV rappresenta ancora oggi una lente straordinaria attraverso cui osservare ciò che sta accadendo. Insegna che la salute di una comunità non dipende soltanto dai farmaci, dai finanziamenti o dalle tecnologie. Dipende anche dalla libertà della ricerca, dall’autonomia delle istituzioni scientifiche, dalla possibilità di discutere dati scomodi e dalla capacità della politica di accettare conclusioni che, talvolta, contraddicono le proprie convinzioni.
Quando questi elementi iniziano a indebolirsi contemporaneamente, la domanda non riguarda più soltanto il futuro della salute globale. Riguarda la qualità stessa della democrazia.
Forse, fra qualche anno, ci accorgeremo che questi timori erano eccessivi. Sarebbe una buona notizia. Vorrebbe dire che il ridimensionamento della cooperazione internazionale, i tagli alla ricerca pubblica, le pressioni sulle università, l’indebolimento delle agenzie sanitarie e la crescente politicizzazione della scienza rappresentavano soltanto una fase transitoria della storia americana.
Potrebbe però accadere il contrario. Potremmo scoprire di avere assistito all’inizio di una trasformazione più profonda, nella quale la salute pubblica, la ricerca scientifica e la cooperazione internazionale hanno rappresentato alcuni dei primi ambiti nei quali si è ridefinito il rapporto tra potere, conoscenza e democrazia. Non lo sappiamo, e sarebbe intellettualmente disonesto affermare il contrario. Ciò che possiamo fare, però, è osservare i fatti.
Programmi HIV costruiti in decenni sono stati interrotti.²,³ Non stiamo parlando soltanto di programmi interrotti, ma di persone che una mattina hanno trovato la porta del proprio ambulatorio chiusa. La comunità scientifica americana denuncia un clima di crescente pressione politica9,10,11. NIH e CDC attraversano una fase di forte ridimensionamento.⁴,⁸ Gli Stati Uniti stanno sostituendo parte della cooperazione multilaterale con accordi bilaterali nei quali il rapporto di forza è inevitabilmente sbilanciato a favore della maggiore potenza economica e militare del pianeta.⁵,⁶ Milioni di cittadini americani continuano a rinunciare alle cure per ragioni economiche, mentre la stessa amministrazione che giustifica i tagli agli aiuti internazionali come una scelta a favore degli americani riduce contemporaneamente investimenti e strumenti della sanità pubblica nazionale.¹²,¹³
Ciascuno di questi fatti può essere spiegato e, considerato isolatamente, può perfino apparire ragionevole. È il loro accumularsi, però, a sollevare una domanda diversa: quale idea di società stanno disegnando?
Per oltre quarant’anni l’HIV ci ha insegnato che la salute non è soltanto un fatto individuale. Ci ha insegnato che epidemie, ricerca, accesso alle cure, diritti umani e cooperazione internazionale fanno parte dello stesso ecosistema. Quando uno di questi elementi si indebolisce, prima o poi anche gli altri ne risentono. È questa, probabilmente, la lezione più importante lasciata dall’epidemia.
Per questo sarebbe un errore considerare ciò che sta accadendo negli Stati Uniti come una questione esclusivamente americana. Le pandemie non hanno passaporto, le resistenze farmacologiche non rispettano i confini, la ricerca scientifica è una rete internazionale e le grandi scoperte appartengono all’umanità molto prima che ai governi che le finanziano.
Quando viene meno la fiducia nella cooperazione, quando la conoscenza viene progressivamente subordinata al potere politico, quando la salute smette di essere considerata un bene pubblico e diventa sempre più una responsabilità individuale o una merce da negoziare, il problema non riguarda soltanto un Paese. Riguarda tutti.
Non è un caso che proprio dalla comunità HIV americana arrivino alcuni dei segnali più forti di preoccupazione. Attivisti che tornano nelle piazze, ricercatori che denunciano il nuovo clima, organizzazioni che parlano apertamente del rischio di perdere conquiste che sembravano ormai irreversibili. Chi ha vissuto gli anni più duri dell’epidemia riconosce certi meccanismi prima di altri, perché ha già sperimentato cosa accade quando la politica decide di ignorare la scienza o di trasformare una questione sanitaria in uno strumento ideologico.
Forse è proprio questa la ragione per cui continuo a guardare il mondo attraverso HIV. Non perché ogni problema riguardi HIV, ma perché poche esperienze, come questa epidemia, insegnano con altrettanta chiarezza quanto salute, libertà della ricerca, diritti e democrazia siano profondamente intrecciati.
È possibile che tra dieci anni questo articolo appaia eccessivamente pessimista. Me lo auguro. Ma se la storia ha insegnato qualcosa è che le democrazie raramente cambiano all’improvviso. Cambiano lentamente, una decisione dopo l’altra, un’istituzione dopo l’altra, una libertà dopo l’altra. E quasi sempre c’è qualcuno che, osservando i singoli frammenti, continua a ripetere che non stanno raccontando alcuna storia.
Riferimenti
1. UNAIDS. Impact of US funding cuts on the global HIV response. https://www.unaids.org/en/impact-US-funding-cuts
2. The Aid Report. Impact Tracker. https://www.theaidreport.us/
3. UNAIDS. A lifeline interrupted in Uganda — why community health systems matter; country updates on U.S. funding cuts. https://www.unaids.org/en/impact-US-funding-cuts
4. Douglas L, Taylor M, Steenhuysen J. Trump begins mass layoffs at FDA, CDC, other US health agencies. Reuters, 1 aprile 2025. https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/trump-administration-begins-mass-layoffs-health-agencies-sources-say-2025-04-01/
5. Hirschfeld A, Krugman A, Bollyky TJ, Psaki S, Dieleman JL. Tracking the “America First” Bilateral Health Agreements. Think Global Health, 6 luglio 2026. https://www.thinkglobalhealth.org/article/tracking-the-america-first-bilateral-health-agreements
6. Khan M. US pressure on Zambia shows that Western aid has become nakedly transactional. Chatham House, 26 marzo 2026. https://www.chathamhouse.org/2026/03/us-pressure-zambia-shows-western-aid-has-become-nakedly-transactional
7. da Silva AF, et al. Impact of two decades of humanitarian and development assistance on mortality and projections under aid reduction scenarios. The Lancet Global Health, 2026. https://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X(26)00008-2/fulltext
8. Reuters. NIH scientists speak out over estimated $12 billion in Trump funding cuts. Reuters, 9 giugno 2025. https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/nih-scientists-speak-out-over-estimated-12-billion-trump-funding-cuts-2025-06-09/
9. Reuters. US NIH scientists barred from attending conferences on their own time and dime. Reuters, 10 aprile 2025. https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/us-nih-scientists-barred-attending-conferences-their-own-time-dime-2025-04-10/
10. Tanne JH. Trump: Diabetes doctors ejected from conference for distributing editorial critical of cuts to biomedical research. BMJ, 2026. https://www.bmj.com/content/393/bmj-2026-511576
11. Cohen J. “Guns and bulletproof vests”: How federal agents arrested Fauci aide David Morens. Science, 29 aprile 2026. https://www.science.org/content/article/guns-and-bulletproof-vests-how-federal-agents-arrested-fauci-aide
12. West Health-Gallup Center on Healthcare in America. Americans’ Ability to Afford Healthcare Falls to Five-Year Low. 18 giugno 2026. https://westhealth.org/news/americans-ability-to-afford-healthcare-falls-to-five-year-low/
13. KFF. Americans’ Challenges with Health Care Costs. 30 aprile 2026. https://www.kff.org/health-costs/americans-challenges-with-health-care-costs/
14. The Guardian. No Kings protests: millions rally in cities around the world against Trump and his administration, 28 marzo 2026. https://www.theguardian.com/us-news/live/2026/mar/28/no-kings-protests-us-trump-administration-latest-updates
15. King MS. No Kings Was Deeply Patriotic and Gloriously Queer. My Fabulous Disease, 2026.. https://marksking.com/my-fabulous-disease/no-kings-was-deeply-patriotic-and-gloriously-queer/
16. The Global Fund. Sustainability, Transition and Co-Financing. https://www.theglobalfund.org/en/sustainability-transition-and-co-financing/
17. Chigwedere P, Seage GR, Gruskin S, Lee TH, Essex M. Estimating the Lost Benefits of Antiretroviral Drug Use in South Africa. Journal of Acquired Immune Deficiency Syndromes, 2008. https://journals.lww.com/jaids/fulltext/2008/12010/estimating_the_lost_benefits_of_antiretroviral.10.aspx
18. Reuters. Harvard rejects Trump demands, gets hit by $2.3 billion funding freeze. 14 April 2025.

