Mia Malan racconta AIDS 2026 partendo da una sensazione: l’ansia di non sapere che cosa succederà dopo.

Nel suo report per Bhekisisa la scena iniziale è quasi cinematografica. Le hanno appena rubato il telefono a Rio de Janeiro, si trova per strada accanto a tre poliziotti e non sa bene che cosa accadrà. Poi si rende conto che quella sensazione le è familiare: a una quindicina di chilometri di distanza, nei corridoi della Conferenza internazionale sull’AIDS, da giorni aleggia la stessa domanda. What happens next? Che cosa succede adesso? [1]

Leggendo quelle righe ho riconosciuto una sensazione che conosco bene.

AIDS 2026 è stata una conferenza strana: circa 7.000 partecipanti, una delle edizioni più piccole della sua storia, organizzazioni che cercavano di capire come sopravvivere ai tagli internazionali, servizi che chiudevano e, nei corridoi, discussioni sui licenziamenti più frequenti di quelle sulla carica virale. Tutto questo mentre i finanziamenti si restringono proprio quando la ricerca mette a disposizione strumenti che fino a pochi anni fa avremmo considerato straordinari. Malan prende come esempio lenacapavir: una PrEP somministrata due volte l’anno, potenzialmente capace di cambiare profondamente la prevenzione dell’HIV, purché naturalmente si riesca a portarla alle persone che potrebbero beneficiarne. Una scoperta scientifica, da sola, non distribuisce farmaci, non apre servizi, non forma operatori, non raggiunge le popolazioni più esposte.

Il paradosso è tutto qui: proprio mentre disponiamo di possibilità che quarant’anni di movimento HIV hanno contribuito a rendere possibili, sembra diminuire la volontà politica di utilizzarle fino in fondo.
Malan descrive questo passaggio come la fine di una stagione in cui l’AIDS occupava un posto unico, eccezionale, nella salute globale.

HIV è stato davvero eccezionale. Poche condizioni di salute hanno mobilitato presidenti e capi di governo, generato programmi specifici delle Nazioni Unite, creato meccanismi finanziari come PEPFAR e Global Fund, prodotto un movimento internazionale di attivisti capace di modificare il modo stesso in cui si fa ricerca, si approvano i farmaci, si parla con i pazienti. Poche hanno avuto così tante conferenze interamente dedicate.

Non avrebbe senso rimpiangere l’epoca che ha prodotto tutto questo. L’eccezionalità dell’HIV nasceva anche dalla morte, dalla paura, dall’assenza di cure, da ospedali pieni di persone giovani che morivano mentre oggi, grazie alla diagnosi precoce e a terapie efficaci, una persona con HIV può vivere a lungo e non trasmettere il virus per via sessuale. È anche per questo che HIV non viene più percepito come un’emergenza, ed è una conquista.

Il problema è un altro: smettere di considerare HIV eccezionale non dovrebbe significare cominciare a considerarlo irrilevante. È una distinzione che si sta facendo sempre più labile.

La parola che ricorre oggi è integrazione. Malan lo dice esplicitamente: nella crisi dei finanziamenti, integrare HIV in servizi sanitari più ampi è diventato quasi un mantra. Ma avverte anche del pericolo di chiamare integrazione quella che in realtà è semplicemente la chiusura dei servizi specializzati. In Sudafrica è già accaduto per centri rivolti a sex worker, persone trans, uomini gay e bisessuali, persone che usano droghe e giovani, con conseguenze che cominciano a vedersi anche nell’accesso alla nuova PrEP.

Integrare può essere una scelta intelligente. Testing combinato, salute sessuale, epatiti, IST, vaccinazioni, PrEP: nella vita reale le persone non arrivano ai servizi suddivise secondo i capitoli di un manuale di medicina.

Il problema è che, sempre più spesso, dietro la parola integrazione si nasconde qualcosa di molto più semplice: spendere meno per l’HIV, accorpare strutture e programmi e liberare risorse da destinare ad altre priorità. Per esempio la guerra.

Anche l’Unione europea[2] ha progressivamente inserito HIV dentro cornici più ampie. Oggi la Commissione tratta insieme HIV/AIDS, epatiti virali e tubercolosi, nell’ambito dell’obiettivo di sviluppo sostenibile che prevede di porre fine alle epidemie entro il 2030. Non è di per sé una scelta assurda, perché esistono sovrapposizioni epidemiologiche, cliniche e organizzative reali; il problema è che sarebbe molto più facile accettare questa perdita di specificità se HIV fosse davvero un problema vicino alla soluzione. Non lo è.
Nel 2024 nell’UE/SEE [3]sono state registrate oltre 24.000 diagnosi; il 48,3% delle diagnosi con modalità di trasmissione nota riguardava rapporti sessuali tra uomini e il 45,7% rapporti eterosessuali. Nell’UE/SEE quasi una diagnosi su due avviene ancora tardivamente; considerando l’intera Regione europea si supera la metà.
La questione delle donne merita attenzione: ECDC, infatti, ci dice anche che nell’UE/SEE la quota delle diagnosi attribuite a trasmissione eterosessuale è cresciuta nell’ultimo decennio e l’aumento proporzionale è stato più marcato tra le donne3. È giusto quindi che la salute di genere entri con maggiore forza nella risposta all’HIV. Mi preoccuperebbe però se questa diventasse – come appare – soprattutto la strada necessaria per rendere di nuovo politicamente presentabile un tema che non riesce più a ottenere attenzione per ciò che è.

Le priorità politiche possono cambiare, ma non per questo cambiano le popolazioni che l’HIV continua a colpire in modo sproporzionato: MSM, migranti, persone trans, sex worker, persone che usano droghe. Spostare altrove l’attenzione non modifica questa realtà epidemiologica.

Poi c’è l’Italia.
La nostra legge fondamentale sull’HIV e sull’AIDS è ancora la legge 135 del 5 giugno 1990[4], nata quando zidovudina, ossia l’AZT, era praticamente l’unica terapia disponibile, la PrEP non esisteva, U=U era impensabile e persino la cronicizzazione dell’infezione apparteneva al futuro. La legge ha subito modifiche, naturalmente, ma l’impianto di riferimento resta quello.

Il tentativo di sostituirla nella legislatura attuale risale ormai al 13 ottobre 2022, quando Mauro D’Attis presentò alla Camera la proposta di legge n. 218. Da allora il testo è stato discusso, modificato e abbinato ad altre proposte; nel febbraio 2026 la Commissione Affari sociali ne ha concluso l’esame e lo ha trasmesso all’Assemblea[5].
Il titolo del provvedimento, da solo, racconta qualcosa del cambiamento: «Interventi per la prevenzione e la lotta contro il virus dell’immunodeficienza umana (HIV), la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), il papilloma virus umano (HPV) e le infezioni e malattie a trasmissione sessuale». La discussione generale in Assemblea è iniziata il 16 febbraio 2026 e il provvedimento è tuttora in discussione.

HIV, AIDS, HPV e tutte le IST.

Ancora una volta: il problema non è mettere in relazione questi temi anzi, sarebbe difficile immaginare una buona politica di salute sessuale che li tenesse artificialmente separati. Il problema è capire se stiamo costruendo un sistema integrato oppure se stiamo semplicemente mettendo tutto nello stesso cassetto… e con meno fondi.

Il dubbio, infatti, aumenta guardando alle risorse. Dal 2026 esiste un fondo di 5 milioni di euro all’anno destinato complessivamente a future iniziative per HIV, AIDS, HPV e infezioni e malattie sessualmente trasmesse; a questo si è aggiunto un milione annuo specificamente per il contrasto all’HIV, con particolare riferimento alla prevenzione[6]. Cinque milioni per HIV, AIDS, papillomavirus e l’intero universo delle IST.

Il confronto, naturalmente, non è aritmetico: un euro destinato alla difesa non diventa automaticamente un euro disponibile per la PrEP. Ma diventa difficile continuare a raccontare che semplicemente “non ci sono più soldi” quando vediamo che, davanti a una priorità politica considerata strategica, risorse, strumenti finanziari e spazio di bilancio si trovano e si costruiscono. Nel 2026 la spesa per la difesa dei Paesi dell’Unione europea[7] è stimata in 454 miliardi di euro, l’8,6% in più rispetto al 2025 e il 75,3% in più rispetto al 2021. L’Italia ha raggiunto nel 2025, secondo la contabilizzazione NATO, il 2% del PIL destinato alla difesa e ha ottenuto attraverso lo strumento europeo SAFE prestiti per 14,9 miliardi di euro destinati agli investimenti nel settore[8][9].

Il problema dell’HIV è quindi anche capire quale posto occupi oggi nella gerarchia delle priorità.

In Italia nel 2024 sono state segnalate 2.379 nuove diagnosi. Più della metà degli MSM e circa due terzi degli uomini e delle donne eterosessuali arrivano alla diagnosi quando il sistema immunitario è già compromesso; tra gli MSM l’incidenza delle nuove diagnosi è inoltre in leggero aumento[10]. Non sembra esattamente la descrizione di un problema risolto.

Eppure è difficile sottrarsi alla sensazione che l’HIV sia progressivamente scomparso dallo spazio pubblico e politico, salvo il lavoro delle associazioni, di una parte della comunità scientifica e dei servizi che continuano quotidianamente a occuparsene. Non stiamo assistendo soltanto a una riduzione delle risorse, ma a una perdita di interesse politico che emerge dalle decisioni prese e da quelle continuamente rinviate: la difficoltà di sostituire una legge del 1990, la progressiva confluenza dell’HIV dentro contenitori sempre più ampi, risorse limitate distribuite fra HIV, AIDS, HPV e l’intero campo delle IST. Nel frattempo continuiamo ad avere diagnosi tardive, l’incidenza cresce leggermente tra gli MSM e il 35,9% delle nuove diagnosi riguarda persone straniere[11].

Non è neppure vero che la scienza abbia ormai risolto il problema lasciando alla politica soltanto il compito di distribuire ciò che abbiamo. Non abbiamo ancora un vaccino preventivo contro HIV, non abbiamo una cura e siamo lontani da entrambi gli obiettivi. Servono ricerca, sperimentazione, formazione, servizi, prevenzione e accesso alle innovazioni; tutto questo richiede investimenti, non soltanto buone intenzioni[12].

È difficile, davanti a questa progressiva perdita di centralità, non tornare con la memoria a un pensiero che in Italia è già esistito. Negli anni Ottanta Carlo Donat Cattin arrivò a dire che «l’AIDS ce l’ha chi se lo va a cercare», esprimendo una lettura dell’epidemia nella quale il comportamento individuale diventava facilmente giudizio morale[13].
Quel linguaggio appartiene a un’altra fase dell’epidemia, ma la domanda è se sia davvero scomparsa la gerarchia di valore che portava con sé. Quando HIV riguarda in misura importante MSM, migranti, sex worker, persone trans e altre popolazioni che occupano poco spazio nelle priorità politiche, diventa più facile che anche HIV perda spazio. Non serve ripetere che qualcuno «se l’è cercata»: basta considerare il problema meno urgente, finanziarlo meno, parlarne meno e lasciarlo progressivamente scivolare fuori dall’agenda.

Il punto più inquietante è che l’HIV non ha smesso di essere un problema; ha smesso di esserlo per la politica. È per questo che torno all’ansia raccontata da Mia Malan.

Non è nostalgia per gli anni in cui l’AIDS occupava le prime pagine dei giornali, penso che nessuno desideri il ritorno di quella stagione; è piuttosto l’incertezza di chi sa che il lavoro è tutt’altro che concluso e vede, nello stesso tempo, indebolirsi le strutture, le risorse e le competenze costruite in decenni per portarlo avanti.
Abbiamo ancora molto da fare: continuare la ricerca su reservoir, remissione e cura, rendere realmente accessibili le nuove tecnologie di prevenzione, arrivare prima alle persone che oggi ricevono una diagnosi troppo tardi e affrontare ageing, comorbidità, stigma e qualità della vita di una popolazione che vive con HIV sempre più a lungo. A tutto questo si aggiunge la necessità di formare una nuova generazione di professionisti e attivisti, perché quella che ha costruito la risposta all’epidemia non potrà portarla avanti per sempre.

Malan lo scrive con grande lucidità: la generazione che ha costruito il movimento HIV sta progressivamente passando il testimone, mentre per i più giovani HIV è solo una delle molte preoccupazioni con cui confrontarsi, insieme a lavoro, casa, guerre, clima e molto altro. È una realtà con la quale il movimento deve fare i conti, senza rifugiarsi nella nostalgia di una stagione che non tornerà. Il tema vero è evitare che la fine di quella centralità diventi il pretesto per disinvestire proprio mentre il lavoro da fare resta enorme.

Sotto il nome di integrazione, stiamo progressivamente declassando l’HIV, trattandolo come una voce equivalente ad altre patologie che hanno storia, epidemiologia, prevenzione, trattamento e bisogni di ricerca profondamente diversi. Mettere in relazione HIV, salute sessuale, epatiti, HPV e altre IST può certamente migliorare i servizi; accorparli però dentro lo stesso contenitore politico e finanziario, senza riconoscerne le specificità e senza risorse adeguate, significa qualcosa di diverso: ridurre il peso che l’HIV occupa nelle priorità pubbliche.
Alla fine Mia Malan torna alla domanda con cui aveva aperto il suo racconto: what happens next? Non offre una risposta, e forse è proprio questo a rendere il suo articolo così convincente, perché oggi il movimento HIV deve immaginare il futuro in un contesto molto meno prevedibile, nel quale politica, guerre, economie e finanziamenti possono cambiare rapidamente le condizioni del lavoro. La sfida non è difendere il passato, ma capire come cambiare senza disperdere competenze, reti, ricerca e capacità di pressione costruite in quarant’anni.

È la stessa domanda che mi porto dietro da Rio: possiamo accettare che HIV non occupi più il posto centrale di un tempo senza permettere che venga relegato ai margini? La fine dell’emergenza è il risultato dei successi ottenuti; la perdita di attenzione politica, di investimenti e di capacità di ricerca sarebbe invece una scelta.


[1] https://bhekisisa.org/opinion/2026-08-11-aids-is-no-longer-exceptional-what-happens-now/

[2] https://health.ec.europa.eu/health-security-and-infectious-diseases/hivaids-hepatitis-and-tuberculosis_en

[3] https://www.ecdc.europa.eu/en/publications-data/hivaids-surveillance-europe-2025-2024-data?

[4] https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1990-06-05;135@originale

[5] https://www.camera.it/leg19/126?ancora&idDocumento=218-A&leg=19

[6] https://documenti.camera.it/leg19/dossier/testi/Cost253.htm

[7] https://www.consilium.europa.eu/it/policies/defence-numbers/

[8] https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2025/08/28/defence-expenditure-of-nato-countries-2014-2025

[9] https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2026/02/11/safe-council-clears-path-for-financial-assistance-to-eight-member-states-and-concluding-the-canada-agreement/

[10] https://www.iss.it/-/hiv-stabili-le-nuove-diagnosi-ma-ancora-troppo-tardive

[11] https://www.epicentro.iss.it/aids/epidemiologia-italia

[12] https://www.hiv.gov/hiv-basics/hiv-prevention/potential-future-options/hiv-vaccines

[13] https://www.radioradicale.it/scheda/292205/la-politica-sanitaria-la-prevenzione-dellaids-durante-lattivita-del-ministro