La criminalizzazione delle persone con HIV tra diritto, scienza e stigma
Sono passati più di quarant’anni dall’inizio dell’epidemia di AIDS e la scienza ha trasformato radicalmente l’HIV: da infezione quasi inevitabilmente mortale a condizione cronica trattabile. Oggi disponiamo di diversi strumenti di prevenzione e sappiamo che una persona con HIV in terapia efficace non trasmette il virus per via sessuale.
Il diritto, però, non sempre si è mosso alla stessa velocità. In molti paesi esistono ancora leggi che criminalizzano specificamente le persone con HIV; in altri, tra cui l’Italia, vengono utilizzate norme penali generali per perseguire la trasmissione o l’esposizione al virus. Categorie giuridiche nate, o applicate, quando HIV significava una malattia incurabile continuano così a produrre effetti nell’epoca di U=U.
Non si tratta di una questione marginale. Secondo UNAIDS, nel 2025 le persone con HIV potevano essere sottoposte a procedimenti penali per mancata comunicazione dello stato sierologico, esposizione o trasmissione in 156 paesi, attraverso leggi specifiche, norme sulle malattie trasmissibili o il diritto penale generale; i procedimenti, anziché scomparire, stanno tornando ad aumentare.
Quindi la questione è anche politica: che cosa stiamo cercando di proteggere attraverso il diritto penale, la salute pubblica oppure una rappresentazione sociale dell’HIV che la scienza ha già superato?
L’Italia: nessun obbligo di dichiarare il proprio stato, ma…
In Italia non esiste una legge che criminalizzi specificamente l’HIV e non esiste un obbligo generale per una persona con HIV di comunicare il proprio stato sierologico prima di un rapporto sessuale. Esistono però gli articoli 582 e 583 del Codice penale sulle lesioni personali; in particolare, l’articolo 583 considera gravissima la lesione dalla quale derivi «una malattia certamente o probabilmente insanabile». È attraverso queste norme generali che la trasmissione dell’HIV è entrata nei tribunali italiani.
La Cassazione ha stabilito che può sussistere il dolo eventuale quando una persona, pienamente consapevole di avere HIV, abbia ripetutamente rapporti sessuali senza precauzioni e senza informarne il partner, accettando il rischio che la trasmissione possa verificarsi. Bisogna però essere precisi: la mancata disclosure, da sola, non costituisce un reato in Italia. Non dire di avere HIV non equivale automaticamente a commettere lesioni personali; entrano in gioco la condotta concreta, la possibilità di trasmissione, l’eventuale contagio, la consapevolezza del rischio e l’elemento soggettivo richiesto dal reato.
Rimane tuttavia una contraddizione che merita di essere discussa. Da una parte lo Stato dice, correttamente, che conoscere il proprio stato sierologico è fondamentale e invita le persone a fare il test, diagnosticare HIV precocemente e iniziare subito la terapia; dall’altra, proprio la conoscenza della diagnosi può diventare uno degli elementi attraverso cui viene ricostruita la responsabilità penale.
Questo non significa, naturalmente, che ignorare volontariamente il proprio stato costituisca una sorta di immunità giuridica; significa però che una politica di salute pubblica dovrebbe interrogarsi sugli incentivi che produce. UNAIDS segnala da tempo che la criminalizzazione può scoraggiare il test, alimentare stigma e paura e compromettere il rapporto di fiducia con i servizi sanitari, mentre le revisioni delle evidenze disponibili non mostrano che le leggi sulla criminalizzazione dell’HIV riducano i comportamenti a rischio o le nuove infezioni.
Quando il diritto incontra U=U
Nel 2024 il Tribunale di Bari ha giudicato il caso di un uomo con HIV accusato di tentate lesioni personali gravissime per aver avuto un rapporto senza preservativo senza aver preventivamente comunicato alla partner il proprio stato sierologico. I fatti risalivano al 2018, ma l’uomo era in terapia antiretrovirale e aveva la carica virale soppressa. A sei anni dalla vicenda e dopo un processo iniziato nel 2022, il Tribunale di Bari lo ha assolto perché «il fatto non sussiste»: secondo i giudici, il rischio di trasmissione era «sostanzialmente nullo» e gli atti compiuti erano quindi inidonei a infettare la partner.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che una persona con carica virale non rilevabile che continua correttamente la terapia ha zero rischio di trasmettere HIV ai propri partner sessuali; una revisione sistematica pubblicata su The Lancet, basata su 7.762 coppie sierodiscordanti in 25 paesi, non ha osservato trasmissioni quando la persona con HIV era stabilmente soppressa in terapia.
Già nel 2018 venti tra i maggiori scienziati mondiali dell’HIV avevano pubblicato sul Journal of the International AIDS Society un consensus statement specificamente rivolto ai sistemi giudiziari, preoccupati dal fatto che persone con HIV continuassero a essere perseguite anche quando la trasmissione non era avvenuta, era estremamente improbabile o addirittura impossibile.
Il diritto penale dovrebbe giudicare una condotta e il danno o il pericolo che essa concretamente produce, non una diagnosi. È ciò che ha fatto il Tribunale di Bari; resta però il fatto che per stabilire che un uomo che non poteva trasmettere HIV non aveva tentato di trasmetterlo siano stati necessari sei anni, durante i quali era stato persino sottoposto agli arresti domiciliari. Anche le conseguenze di un procedimento concluso con un’assoluzione fanno parte del problema della criminalizzazione.
Responsabilità penale e responsabilità nella prevenzione
C’è poi un equivoco più profondo, che riguarda il concetto stesso di responsabilità. La responsabilità penale è personale: se una persona commette un reato non può difendersi sostenendo semplicemente che anche l’altra avrebbe potuto comportarsi diversamente. La responsabilità rispetto alla propria salute sessuale, però, appartiene a un piano completamente diverso e non può essere trasferita integralmente sulla persona che vive con HIV.
La criminalizzazione e, soprattutto, gli obblighi di disclosure possono produrre un messaggio pericoloso: se il mio partner avesse HIV sarebbe tenuto a dirmelo; non me lo ha detto, dunque posso presumere che non abbia HIV. Come strategia di prevenzione è un ragionamento fragile, perché una persona può semplicemente non sapere di avere HIV. La prevenzione non può quindi dipendere dall’idea che siano le persone già diagnosticate a garantire la sicurezza di tutte le altre.
Il paradosso diventa ancora più evidente se consideriamo che proprio le persone che conoscono il proprio stato, sono seguite dai servizi sanitari, assumono correttamente la terapia e hanno raggiunto la soppressione virologica sono quelle che non trasmettono HIV per via sessuale. Continuare a rappresentare la persona diagnosticata come il pericolo dal quale proteggere la società significa quindi guardare l’epidemia dalla parte sbagliata.
La Svezia: quando la paura diventa politica sanitaria
Negli anni Ottanta la Svezia adottò una delle risposte più interventiste d’Europa. Nel 1987 entrò in vigore la cosiddetta bastuklubbslagen, che proibiva le saune e altri luoghi nei quali venivano facilitati incontri sessuali; nel 1988 la legislazione sulle malattie infettive rafforzò un sistema comprendente obblighi di comportamento e di collaborazione alla partner notification. Il sistema prevedeva anche forme di isolamento coercitivo delle persone con HIV.
Quella risposta rifletteva l’idea di identificare i luoghi del rischio, controllare i comportamenti e imporre obblighi alle persone considerate potenziali fonti d’infezione. È un equivoco che in parte sopravvive ancora oggi: il rischio di trasmissione dipende dai comportamenti e dagli strumenti di prevenzione adottati, non dal luogo nel quale avviene un rapporto sessuale; eppure gli spazi esplicitamente destinati all’incontro sessuale continuano facilmente a essere osservati attraverso una lente nella quale valutazione epidemiologica e giudizio morale si sovrappongono.
Lo conosco anche attraverso l’esperienza dell’outreach: abbiamo effettuato test sia nelle saune sia nelle discoteche e gli esiti reattivi sono emersi soltanto nelle seconde. Non è certo un confronto epidemiologico tra i due contesti, ma ricorda quanto possa essere fuorviante attribuire il rischio a un luogo anziché alle pratiche che vi avvengono.
Una successiva commissione pubblica svedese non trovò prove concrete che il divieto avesse inciso sull’andamento dell’epidemia. La ricostruzione epidemiologica mostrò inoltre che tra gli MSM le nuove infezioni avevano raggiunto il picco nel 1984-1985 per poi diminuire rapidamente: quando la legge entrò in vigore, nel luglio 1987, l’incidenza si era già stabilizzata sotto i cento casi l’anno. Un ruolo importante veniva invece attribuito al safer sex, alle campagne informative, alle organizzazioni gay e ai servizi sanitari.
La legge sulle saune venne abolita nel 2004. Anche la legislazione sulla disclosure fu progressivamente adeguata alle nuove evidenze scientifiche: nel 2018 la Corte Suprema svedese escluse il «pericolo concreto» di trasmissione nel caso di una persona con HIV in trattamento efficace che aveva avuto rapporti senza preservativo; nel 2020 il Parlamento eliminò infine l’obbligo di disclosure per le persone in trattamento efficace.
L’Europa non finisce ai confini dell’Unione europea
I sistemi giuridici europei sono molto diversi: alcuni utilizzano norme penali generali, altri hanno avuto o mantengono disposizioni specifiche; cambiano inoltre le condizioni nelle quali disclosure, esposizione o trasmissione possono avere conseguenze penali. Spostandosi verso l’Europa orientale e l’Asia centrale, il quadro diventa molto più duro: il database internazionale dell’HIV Justice Network continua a registrare procedimenti in Russia, Bielorussia e altri Stati della regione, compresi casi di semplice esposizione.
Non esiste quindi un’Europa che abbia semplicemente consegnato la criminalizzazione dell’HIV alla storia; esistono ordinamenti molto differenti che, in misura diversa, continuano a interrogarsi — e talvolta a intervenire penalmente — sul comportamento sessuale delle persone con HIV, spesso attraverso categorie nelle quali la valutazione scientifica del rischio si sovrappone a un giudizio morale sulla sessualità.
Land of the free
Il contrasto diventa particolarmente evidente negli Stati Uniti, il paese che ha fatto della libertà individuale uno dei propri miti fondativi e che, allo stesso tempo, conserva uno dei sistemi più estesi di criminalizzazione dell’HIV nel mondo occidentale. La mappa aggiornata nell’agosto 2026 dal Center for HIV Law and Policy rileva che 32 Stati criminalizzano le persone con HIV e 28 prevedono aggravamenti di pena collegati alla conoscenza del proprio stato sierologico.
Le norme possono riguardare rapporti sessuali, sex work, condivisione di siringhe, esposizione a fluidi corporei e persino condotte con rischio nullo o trascurabile. Molte furono approvate negli anni Ottanta e Novanta e, in numerosi Stati, non sono mai state adeguate alle nuove evidenze scientifiche.
La contraddizione è evidente: mentre la sanità pubblica federale riconosce U=U, molti Stati continuano ad applicare leggi fondate su una presunta pericolosità delle persone con HIV che la scienza ha ormai smentito, lasciando la land of the free in parte ancorata, sul piano giuridico, alla paura dell’AIDS degli anni Ottanta.
Punire non è prevenire
Criticare la criminalizzazione non significa sostenere che qualsiasi comportamento debba essere privo di conseguenze. Il diritto penale possiede già gli strumenti per affrontare i casi eccezionali nei quali una persona cerchi intenzionalmente di trasmettere HIV; è tutt’altra cosa criminalizzare la mancata disclosure, una possibile esposizione o persino condotte prive di un rischio scientificamente significativo.
UNAIDS e numerosi organismi internazionali sostengono da tempo che il diritto penale dovrebbe essere limitato ai casi eccezionali di trasmissione effettiva e intenzionale: la criminalizzazione non ha dimostrato di prevenire HIV e può, al contrario, alimentare stigma, scoraggiare il test e allontanare le persone dai servizi sanitari.
La scienza è cambiata. Il diritto deve seguirla
La criminalizzazione dell’HIV mostra quanto sia difficile liberarsi delle categorie create dalla paura. Negli anni Ottanta la persona con HIV veniva rappresentata come un possibile pericolo da cui proteggersi e da controllare; quella rappresentazione ha prodotto stigma e discriminazioni e, in molti paesi, ha trovato una traduzione anche nel diritto. La ricerca ha radicalmente cambiato lo scenario, ma una parte delle legislazioni e dell’immaginario sociale continua a muoversi secondo categorie costruite allora.
Il diritto penale può intervenire di fronte alla volontà concreta di arrecare un danno; trasformarlo in uno strumento di prevenzione significa invece attribuirgli una funzione che le evidenze non dimostrano essere in grado di svolgere e che può persino entrare in conflitto con gli obiettivi della salute pubblica.
Una politica efficace contro HIV deve favorire il test, la prevenzione, l’accesso ai servizi e alla terapia, costruendo le proprie regole sulla realtà scientifica dell’HIV di oggi, non sulla paura dell’AIDS di quarant’anni fa.

