Chi non è mai stato a una Conferenza Internazionale sull’AIDS potrebbe immaginare una successione di presentazioni scientifiche, poster e dati clinici. Tutto questo c’è, naturalmente. Ma la Conferenza Internazionale AIDS è anche molto altro. Fin dalla sua nascita è uno spazio in cui scienza, diritti umani e attivismo convivono, si sostengono e, quando necessario, entrano anche in conflitto.

L’edizione 2026 di Rio de Janeiro non ha fatto eccezione. Anzi, il contesto internazionale ha reso il clima particolarmente intenso. I pesanti tagli ai finanziamenti per la cooperazione sanitaria internazionale, il futuro di PEPFAR, l’accesso ai nuovi farmaci e il ruolo delle grandi aziende farmaceutiche sono stati temi ricorrenti non solo nelle sessioni ufficiali, ma anche nei corridoi, negli spazi comunitari e nelle manifestazioni spontanee organizzate dagli attivisti. Il tema stesso della conferenza, Rethink. Rebuild. Rise., nasceva dalla consapevolezza che la risposta globale all’HIV sta attraversando una fase di profonda incertezza.

Durante la settimana ho registrato tre brevi video che raccontano, forse meglio di molte parole, questo clima.

Il primo video documenta una delle contestazioni più dure dell’intera conferenza. Gli attivisti hanno preso di mira la nuova strategia sanitaria dell’amministrazione statunitense, denunciando gli effetti dei tagli ai programmi internazionali contro l’HIV. Gli slogan erano inequivocabili: “You lie, people are dying” e “Restore PEPFAR”. La protesta ha interrotto un evento ufficiale realizzato proprio dall’amministrazione Trump, portando all’interno del congresso la preoccupazione di molte organizzazioni che lavorano nei Paesi più colpiti dall’epidemia.

Video: https://www.youtube.com/shorts/K5ucqlmL7M4

Il secondo video mostra una protesta musicale che attraversa gli spazi del congresso. Tamburi, canti e cartelli trasformano la manifestazione in una sorta di corteo ritmato capace di attirare l’attenzione. Personalmente non avevo mai assistito a una protesta organizzata in questo modo durante un congresso sull’HIV. È difficile non vedere, in questa scelta, anche un tratto profondamente brasiliano: un modo di manifestare in cui musica, ritmo e partecipazione collettiva diventano essi stessi strumenti di protesta.

Video: https://www.youtube.com/shorts/MFvRveIdGEc

Il terzo episodio è invece rivolto a Gilead. La presenza dell’industria farmaceutica ai grandi congressi è sempre accompagnata da un confronto, talvolta anche molto acceso, sul prezzo dei farmaci, sull’accesso globale alle innovazioni e sulla responsabilità delle aziende nei confronti delle persone che vivono con HIV. Proprio mentre al congresso venivano presentati risultati scientifici di grande rilievo, in particolare su lenacapavir e sulle nuove strategie terapeutiche, alcuni attivisti hanno voluto richiamare l’attenzione su un nodo ancora irrisolto: chi potrà davvero beneficiare di queste innovazioni? Una delle contestazioni riguarda il fatto che Paesi come Brasile, Argentina e Perù hanno partecipato agli studi clinici che hanno contribuito allo sviluppo di lenacapavir, ma sono stati esclusi dall’accordo di licenza volontaria che consente la produzione di versioni generiche a basso costo. Per molti attivisti, questo rappresenta una contraddizione etica difficile da accettare: contribuire alla ricerca non dovrebbe significare restare ai margini dell’accesso.

Video: https://www.youtube.com/shorts/v8zhW_ny06Y

Queste immagini non raccontano tutta AIDS 2026. Raccontano però qualcosa che spesso sfugge a chi segue la conferenza soltanto attraverso gli abstract scientifici. La ricerca è indispensabile, ma non basta. La storia dell’HIV è sempre stata scritta dall’incontro – e talvolta dallo scontro – fra scienza, politica, industria e comunità. A Rio, anche quest’anno, tutte queste dimensioni erano presenti, spesso nello stesso momento e nello stesso luogo.