La plenaria si è aperta con l’intervento Clinical strategies for HIV, TB and NCD integration di Sanjay Pujari (India), dedicato a un tema ormai centrale nell’assistenza alle persone con HIV: superare la frammentazione delle cure. Il relatore ha sottolineato che l’invecchiamento con HIV richiede un approccio integrato, capace di gestire contemporaneamente infezione, tubercolosi, malattie cardiovascolari, diabete, salute mentale e le altre comorbidità. Un messaggio importante, anche se più orientato a consolidare un modello organizzativo condiviso che a presentare nuove evidenze scientifiche.

Justice, rights and HIV: Building resilient legal frameworks

Se la relazione precedente parlava di integrazione clinica, Immaculate Owomugisha Bazare, del Centre for Women Justice Uganda, ha ricordato che senza diritti anche la migliore medicina rischia di diventare inefficace. Il suo intervento ha mostrato come la criminalizzazione dell’HIV continui a rappresentare un ostacolo concreto alla prevenzione e alla cura, alimentando paura, stigma e allontanando le persone dai servizi sanitari.
I dati presentati dall’HIV Justice Network mostrano che, dopo alcuni anni di relativa diminuzione, i casi di criminalizzazione sono tornati ad aumentare nel 2025 e nel 2026. Ma il messaggio è andato oltre le statistiche. Secondo Bazare, la criminalizzazione dell’HIV è solo una delle manifestazioni di un più ampio arretramento dei diritti umani, che colpisce le donne, le persone LGBT+, le comunità marginalizzate e, più in generale, la salute pubblica basata sulle evidenze.

La conclusione è stata un invito a trasformare le prove scientifiche in coraggio politico: mettere i diritti umani al centro della risposta all’HIV, proteggere le persone dalla discriminazione, garantire accesso all’informazione scientifica e costruire sistemi giuridici capaci di tutelare dignità, autonomia e partecipazione. Perché, come ricordava una delle ultime slide, la scienza da sola non metterà fine all’AIDS.

L’equità è la migliore strategia contro HIV

Ad AIDS 2026 una delle relazioni più convincenti del congresso dimostra, dati alla mano, che povertà, stigma e discriminazione non sono soltanto questioni di diritti: sono determinanti epidemiologici e che affrontarli è la strategia più efficace per ridurre le nuove infezioni.

Per decenni abbiamo pensato che la lotta contro HIV fosse soprattutto una questione di farmaci. Prima gli antiretrovirali, poi il trattamento come prevenzione, quindi la PrEP, gli anticorpi monoclonali, le formulazioni long acting. Ogni nuova innovazione sembrava avvicinare l’obiettivo di porre fine all’epidemia.

Eppure HIV continua a concentrarsi sempre negli stessi gruppi sociali.

È da questa apparente contraddizione che è partita Paula Luz, ricercatrice della Fundação Oswaldo Cruz (Fiocruz), in una delle presentazioni scientificamente più solide di AIDS 2026. Non una relazione costruita sulle opinioni, ma una sequenza di studi pubblicati su Nature Communications, The Lancet HIV, New England Journal of Medicine, BMJ Open e altre riviste internazionali. Il messaggio finale è tanto semplice quanto dirompente: l’equità non è un obiettivo da raggiungere dopo aver controllato l’epidemia. È il principale strumento per controllarla.

La dimostrazione comincia dal Brasile. Analizzando una coorte nazionale di 28,3 milioni di persone, i ricercatori hanno studiato l’effetto combinato di quattro determinanti sociali – sesso, etnia, livello di istruzione e reddito – sull’incidenza e sulla mortalità per HIV/AIDS. Il risultato è netto: il rischio non aumenta semplicemente sommando gli svantaggi, ma cresce progressivamente con il loro accumularsi. Essere neri, poveri e con basso livello di istruzione produce un incremento del rischio molto superiore rispetto a ciascun fattore considerato singolarmente. Non si tratta quindi di differenze marginali, ma di un vero e proprio gradiente sociale dell’epidemia.

La seconda domanda è inevitabile: i programmi di prevenzione stanno raggiungendo proprio queste persone?

Ancora una volta il Brasile offre una risposta eloquente. Nel 2024 soltanto l’8% delle persone che utilizzavano la PrEP aveva meno di 25 anni, mentre tra le nuove diagnosi questa fascia rappresentava il 26%. Le persone nere o “parde” costituivano il 45% degli utilizzatori della PrEP, ma il 64% delle nuove acquisizioni di HIV. Analogamente, chi aveva un basso livello di istruzione era molto più rappresentato tra le nuove infezioni che tra gli utilizzatori della profilassi. In una frase, riportata direttamente nella presentazione, si concentra il problema: “Le persone che accedono alla PrEP non sono le stesse che stanno acquisendo HIV.”

Anche i dati dello studio latinoamericano ImPrEP aiutano a comprendere il fenomeno. Giovani, persone transgender, popolazioni nere, indigene o meticce e persone con minore istruzione presentano maggiori difficoltà nel mantenere l’aderenza alla PrEP e una più elevata probabilità di interrompere precocemente il percorso di prevenzione. Il problema, quindi, non è soltanto offrire il farmaco, ma creare condizioni che permettano alle persone di utilizzarlo nel tempo.

La risposta, secondo Paula Luz, non consiste in un unico intervento, ma nella possibilità di scegliere.

Gli studi più recenti sul cabotegravir long acting mostrano che, quando alle persone viene offerta la possibilità di decidere tra formulazioni orali e iniettabili, il coinvolgimento aumenta in modo sostanziale. Nel programma brasiliano ImPrEP CAB Brasil oltre quattro partecipanti su cinque hanno scelto spontaneamente la formulazione iniettabile. Analogamente, uno studio randomizzato condotto in Uganda e Kenya ha dimostrato che offrire una scelta dinamica tra diversi strumenti di prevenzione aumenta di cinque volte il tempo complessivamente trascorso in copertura con una strategia preventiva e, nel gruppo di intervento, non si è osservata alcuna nuova infezione da HIV durante il periodo di follow-up.

Fin qui si potrebbe ancora pensare che il tema sia semplicemente migliorare l’offerta sanitaria. Ma è nella seconda parte della relazione che il discorso cambia radicalmente.
La povertà, ad esempio, non viene presentata come un problema sociale separato dalla salute, bensì come un fattore direttamente modificabile. Lo dimostra uno studio su oltre 22 milioni di brasiliani dedicato al programma Bolsa Família. I trasferimenti economici alle famiglie più vulnerabili sono associati a una riduzione delle notifiche HIV, dell’incidenza di AIDS, della mortalità e della letalità, con effetti particolarmente marcati tra le persone più povere. Una politica di welfare diventa così anche una politica di prevenzione.

Lo stesso ragionamento viene applicato alla criminalizzazione. Nel giugno 2026 erano ancora 65 gli Stati membri delle Nazioni Unite che criminalizzavano i rapporti omosessuali consensuali tra adulti. I dati presentati mostrano che vivere in contesti caratterizzati da criminalizzazione, persecuzione giudiziaria o ostacoli legali per le organizzazioni della società civile è associato a un rischio significativamente maggiore di HIV tra gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini. Non è quindi soltanto una questione di diritti umani: è un determinante epidemiologico misurabile.

La stessa logica vale per il consumo di sostanze. Un modello pubblicato su The Lancet HIV ha stimato che sostituire l’approccio penale con una strategia di sanità pubblica nell’Europa orientale e in Asia centrale consentirebbe di ridurre i costi dell’incarcerazione, aumentare la copertura terapeutica e prevenire fino all’84% delle nuove infezioni nei diversi scenari analizzati. In altre parole, depenalizzare non è soltanto più umano: è anche più efficace e meno costoso.

Un capitolo importante è dedicato allo stigma. Una meta-analisi mostra come lo stigma HIV sia associato a maggiore depressione, minore supporto sociale e ridotto utilizzo dei servizi sanitari. Parallelamente, studi condotti in Africa evidenziano che gli atteggiamenti discriminatori delle comunità e lo stigma vissuto nei servizi sanitari riducono il ricorso al test, l’utilizzo della terapia antiretrovirale e la soppressione virologica. Anche qui il messaggio è chiaro: combattere lo stigma non significa soltanto migliorare la qualità della vita delle persone, ma aumentare direttamente l’efficacia delle strategie di controllo dell’epidemia.

La salute mentale entra così a pieno titolo nella prevenzione. Uno studio randomizzato condotto in Uganda dimostra che integrare progressivamente la gestione della depressione nella normale assistenza HIV riduce i sintomi depressivi e ansiosi, migliora il benessere psicologico e aumenta l’aderenza terapeutica. Curare la depressione significa anche migliorare gli esiti dell’infezione.

Persino l’organizzazione dei servizi può fare la differenza. I modelli di differentiated service delivery, che riservano visite più frequenti alle persone con maggiori bisogni e semplificano il follow-up di chi è stabile, migliorano la ritenzione in cura e liberano risorse per i pazienti più complessi. Analogamente, un’analisi economica statunitense dimostra che allocare le risorse in base al bisogno produce una riduzione delle nuove infezioni molto superiore rispetto a distribuirle semplicemente in proporzione ai servizi già esistenti.

L’ultimo esempio arriva ancora dal Brasile, questa volta dalla città di San Paolo. Fra le strategie illustrate da Paula Luz c’è un sistema che integra telemedicina, distributori automatici collocati nelle stazioni della metropolitana, unità mobili e punti per il ritiro degli autotest HIV nei parchi e durante gli eventi pubblici. La novità, però, non sono le macchine in sé, ma il percorso clinico che le sostiene. Visitando lo stand dedicato nell’area espositiva del congresso, un medico coinvolto nel progetto ci ha spiegato che tutto parte da una televisita. Se una persona ritiene di aver avuto un’esposizione a rischio, viene valutata da remoto e, se il medico conferma l’indicazione alla PEP, riceve un QR code che consente di ritirare immediatamente il farmaco presso il distributore automatico più vicino. Per la PrEP il percorso è analogo, ma richiede la verifica di un test HIV recente. Se il test non è disponibile, il medico può autorizzare tramite QR code il ritiro di un autotest HIV direttamente dalla macchina; una volta esclusa l’infezione, viene autorizzata l’erogazione della PrEP. Ancora una volta non è la tecnologia a fare la differenza, ma il modo in cui viene utilizzata per portare i servizi dove si trovano le persone, invece di aspettare che siano le persone a raggiungere i servizi. I risultati sono incoraggianti: il 2025 ha segnato il nono anno consecutivo di riduzione dell’incidenza di HIV nella città.

La conclusione della relazione ribalta un luogo comune ancora molto diffuso. L’equità viene spesso presentata come un lusso da perseguire una volta risolti i problemi clinici. Paula Luz dimostra invece il contrario. Ridurre la povertà, contrastare lo stigma, depenalizzare comportamenti, integrare la salute mentale, rendere più flessibili i servizi e garantire un accesso tempestivo alle innovazioni terapeutiche non rappresentano interventi collaterali rispetto alla risposta all’HIV.

Sono, oggi, la risposta all’HIV.

Ed è forse questa la lezione più importante emersa da AIDS 2026: nell’era delle terapie altamente efficaci e della PrEP, la vera sfida non è più inventare strumenti migliori, ma fare in modo che arrivino prima e soprattutto alle persone che ne hanno più bisogno. Solo così l’equità smette di essere uno slogan e diventa ciò che la ricerca dimostra essere: una strategia di sanità pubblica fondata sulle prove.

Alcune conferenze, forse quelle più serie, hanno ancora l’abitudine di pubblicare i poster in forma cartacea, anche se ormai la maggior parte dei poster non sono più di carta giustamente. E a me piace a fine conferenza aggirarmi per le pubblicazioni scientifiche e “spulciare” quelle più interessanti.

Integrare test, continuità delle cure e PrEP riduce le trasmissioni in Brasile

Lo studio “Ending the HIV epidemic among men who have sex with men in Brazil: a modeling analysis”, realizzato da Fiocruz, Harvard e Massachusetts General Hospital, ha utilizzato il modello di microsimulazione CEPAC-International, collegato a un modello dinamico di trasmissione, per stimare l’effetto di diversi interventi tra gli MSM in Brasile dal 2026 al 2031. Il modello è stato calibrato su circa 27.000 trasmissioni annuali e sui dati nazionali relativi a diagnosi, accesso alla terapia, soppressione virologica e PrEP. In assenza di nuovi interventi, le trasmissioni resterebbero sostanzialmente stabili. Portare al 98% la permanenza in cura produrrebbe, da sola, una riduzione del 54%, fino a circa 12.600 trasmissioni nel 2031. Aggiungendo il test HIV ogni sei mesi, la diminuzione arriverebbe al 66%, con circa 9.150 trasmissioni. Lo scenario più intensivo, con PrEP per il 70% degli MSM a rischio più elevato e il 20% di quelli a rischio inferiore, ed efficacia complessiva del 95%, porterebbe la riduzione all’81%, fino a circa 5.150 trasmissioni. Il lavoro mostra che nessun singolo strumento è sufficiente: l’impatto maggiore nasce dall’integrazione tra diagnosi frequente, continuità terapeutica e prevenzione.

L’aumento del grasso viscerale con bictegravir non dipende solo dagli stili di vita

Lo studio “Visceral Fat Continues to Increase Despite Healthier Lifestyle Habits in People Receiving Bictegravir-Based Antiretroviral Therapy in Mexico”, condotto a Città del Messico, è una coorte prospettica di 74 persone con HIV seguite per dodici mesi dopo l’inizio o il passaggio a bictegravir/tenofovir alafenamide/emtricitabina. I partecipanti avevano un’età media di 43 anni; il 77% proveniva da un’altra terapia e il 23% iniziava il trattamento. La composizione corporea è stata misurata mediante DXA, mentre dieta, attività fisica e sedentarietà sono state valutate con questionari standardizzati. Il peso medio è passato da 69,8 a 73,5 kg, con un aumento iniziale della massa grassa e un successivo incremento anche della massa magra. Il tessuto adiposo viscerale stimato è cresciuto progressivamente da 0,95 a 1,09 kg. Nello stesso periodo, il punteggio di qualità della dieta è salito da 5,21 a 6,92, l’attività fisica da 3.077 a 3.603 MET-minuti settimanali e il tempo sedentario è sceso da 312 a 250 minuti al giorno. Gli autori concludono quindi che il miglioramento comportamentale, da solo, non spiega l’accumulo di grasso viscerale, le cui implicazioni cardiometaboliche richiedono ulteriori verifiche.

Alla ricerca dei meccanismi metabolici dell’aumento di peso con gli INSTI

Lo studio “Metabolic Mechanisms of INSTI-Associated Weight Gain: A Multi-Omics Study in Male Individuals People with HIV”, condotto al Peking Union Medical College Hospital, ha analizzato con metodiche di metabolomica e proteomica 64 uomini con HIV e 26 controlli senza HIV. I partecipanti sono stati distinti tra persone trattate fin dall’inizio con un regime contenente INSTI e persone passate da una terapia basata su NNRTI a un INSTI, con o senza aumento di peso superiore al 5%. L’obiettivo era identificare firme biologiche associate all’aumento ponderale, andando oltre la semplice osservazione clinica. Le analisi hanno rilevato modificazioni metaboliche comuni dopo l’introduzione degli INSTI, ma il risultato centrale riguarda la thyroxine-binding transthyretin, TTR. Una minore abbondanza di TTR già prima dello switch risultava associata a una maggiore probabilità di aumento di peso successivo. Gli autori interpretano questo dato come un possibile segnale di alterazione del metabolismo tiroideo e propongono la TTR quale biomarcatore predittivo da validare. Il campione è ridotto e composto esclusivamente da uomini, ma lo studio suggerisce che l’aumento di peso con gli INSTI possa dipendere anche da predisposizioni metaboliche precedenti alla terapia.

GS-3242, un nuovo inibitore dell’integrasi long acting

Il poster “Resistance Profile of the HIV Integrase Strand Transfer Inhibitor GS-3242, a Potent Novel Long-Acting Injectable INSTI in Clinical Development” descrive il profilo antivirale e di resistenza di un nuovo inibitore dell’integrasi sviluppato per somministrazioni meno frequenti. Negli studi in vitro, GS-3242 ha mostrato una potenza circa tre volte superiore a bictegravir e attività contro un ampio pannello di varianti HIV-1 resistenti agli INSTI, con un profilo complessivamente comparabile a bictegravir e migliore di cabotegravir. Alle concentrazioni considerate clinicamente rilevanti ha impedito il breakthrough virale; nelle selezioni a concentrazione crescente è emersa soprattutto la sostituzione G193G/E, con impatto limitato sulla sensibilità al farmaco. In uno studio di fase 1b di monoterapia per dieci giorni, con dosi comprese tra 175 e 900 mg, GS-3242 ha prodotto in tutti i gruppi una riduzione della carica virale superiore a 2 log10 copie/ml. Non sono emerse nuove mutazioni primarie di resistenza agli INSTI né perdita di sensibilità agli altri farmaci della classe. Il composto è ora studiato anche in associazione con lenacapavir, con l’obiettivo di sviluppare regimi iniettabili a intervalli di quattro o sei mesi.

Un impianto sottocutaneo pluriennale per PrEP e trattamento

Il lavoro “Advancing a Multi-year Subdermal Antiretroviral Delivery Implant towards Clinical Assessment for HIV Pre-exposure Prophylaxis, Treatment and Multipurpose Prevention” presenta la piattaforma NanoDDI, un impianto sottocutaneo ricaricabile e rimovibile progettato per il rilascio controllato di antiretrovirali per periodi pluriennali. Nei modelli preclinici, l’impianto ha mantenuto profili farmacocinetici prolungati per molecole appartenenti a classi diverse, tra cui islatravir, lenacapavir, cabotegravir, bictegravir e dolutegravir. Un modulo contenente islatravir è stato progettato per una durata teorica di circa quattro anni nella PrEP; nei primati non umani ha prodotto concentrazioni intracellulari considerate compatibili con un’attività preventiva sostenuta. La piattaforma è stata inoltre sperimentata per il rilascio combinato di due antiretrovirali destinati al trattamento e per l’associazione tra prevenzione dell’HIV e contraccezione. Gli autori sottolineano la possibilità di modulare la velocità di rilascio modificando membrane, superficie e numero dei serbatoi. Si tratta ancora di sviluppo preclinico, ma l’obiettivo è superare non soltanto l’assunzione quotidiana, bensì anche la necessità di frequenti iniezioni long acting.

I tagli ai finanziamenti non sono un rischio futuro: gli effetti sono già misurabili

Lo studio “Consequences of Funding Withdrawal: Immediate Impacts of the February 2025 Suspension of PEPFAR on HIV Services and Surveillance for Key Populations in Ghana”, condotto dalla Ghana AIDS Commission, ha valutato con una rapid impact assessment nove organizzazioni della società civile attive nelle regioni Western, Western North e Ahafo. Tutte e nove hanno riferito la cessazione immediata di servizi essenziali, tra cui test HIV, gestione delle IST, distribuzione della PrEP e collegamento alla terapia antiretrovirale. Il personale è sceso da 124 a 31 addetti, una riduzione del 75%, mentre si sono verificate carenze generalizzate di preservativi, lubrificanti e forniture per la PrEP. Quasi il 90% delle organizzazioni ha osservato un peggioramento dell’aderenza ai regimi PrEP e ART e il 78% un aumento delle diagnosi di HIV e IST. L’interruzione dei flussi informativi ha inoltre impedito la trasmissione dei dati sulle popolazioni chiave alle piattaforme nazionali, producendo un vero blackout regionale della sorveglianza. Gli autori concludono che una sospensione anche breve può disarticolare simultaneamente assistenza, reti community-based e capacità di monitorare l’epidemia.

Lo studio “Trends in the Quality of HIV Service Delivery Following the Suspension of PEPFAR Support in Mozambique” ha utilizzato i dati mensili di 887 strutture sanitarie, nelle quali era seguito circa il 90% delle persone in terapia antiretrovirale del Paese, per confrontare gli indicatori di qualità prima e dopo lo stop-work order statunitense del gennaio 2025. Il Mozambico dipendeva dai finanziamenti esterni, prevalentemente PEPFAR, per circa il 93% dei costi dell’assistenza HIV. Tra gennaio e febbraio, la retention a 33 giorni è scesa dall’85% al 75%; la richiesta di un secondo test di carica virale dopo un primo risultato inferiore a 1.000 copie è passata dal 47% al 39%; la consegna dei risultati di carica virale alle donne in gravidanza dal 59% al 54%. Anche le richieste di test per la tubercolosi sono diminuite dal 37% al 34%, la consegna dei relativi risultati dal 24% al 19% e la disclosure della diagnosi ai minori dal 70% al 58%. Alcuni indicatori hanno recuperato nei mesi successivi, ma il lavoro dimostra la vulnerabilità immediata di un sistema fortemente dipendente da un singolo donatore e la necessità di finanziamenti nazionali più stabili.

Lo studio di modellizzazione “Projected Impact of U.S. PEPFAR Withdrawal on Zimbabwe and Implications for the Global HIV Response”, realizzato utilizzando i dati PEPFAR 2024-2025 e parametri epidemiologici tratti dalla letteratura, ha stimato le conseguenze di un ritiro completo del programma in assenza di risorse sostitutive. Nell’arco di un solo anno si verificherebbero circa 75.440 nuove infezioni da HIV, con un intervallo di sensibilità compreso tra 30.002 e 122.601. La quota maggiore, circa 46.313 casi, deriverebbe dalle interruzioni della terapia antiretrovirale; altre 19.139 infezioni sarebbero associate alla perdita dei programmi di prevenzione, 8.939 alla riduzione del testing e 1.050 all’interruzione della prevenzione della trasmissione verticale. Gli autori sottolineano che circa il 61% dell’impatto complessivo sarebbe quindi riconducibile alla discontinuità terapeutica. Il modello non descrive un generico rischio politico: quantifica il costo epidemiologico immediato della rottura della continuità assistenziale e raccomanda accordi trasparenti, piani di transizione e garanzie vincolanti per i servizi essenziali.

L’Ucraina mostra come costruire resilienza durante guerra e crisi finanziaria

Il progetto “Integrating HIV Care into Humanitarian Response: Sustaining Treatment during War and Funding Crises in Ukraine” ha valutato un modello operativo sviluppato tra febbraio e novembre 2025 in quattro città — Kyiv, Mykolaiv, Poltava e Dnipro — mentre il sistema sanitario affrontava contemporaneamente guerra, sfollamenti e contrazione dei finanziamenti esterni. Prima del 2022 oltre il 90% delle circa 120.000 persone con HIV stimate nel Paese riceveva ART; il progetto ha quindi integrato test, collegamento o rientro in terapia, salute mentale, assistenza psicosociale e aiuti umanitari attraverso Resilience Centers, unità mobili, halfway houses e il bot digitale TakeCareUA. Sono state raggiunte 11.549 persone, eseguiti 2.119 test HIV e identificate 123 positività. Complessivamente 542 persone hanno iniziato o ripreso la terapia, mentre 1.211 sono state inviate ai centri AIDS; il canale digitale ha raggiunto 11.543 utenti e il programma ha erogato 51.702 prestazioni. Gli autori concludono che l’integrazione tra servizi HIV, salute mentale, aiuto umanitario e outreach digitale può preservare continuità terapeutica e linkage to care anche durante un conflitto armato e una transizione dei finanziamenti.

U=U e PrEP migliorano la sicurezza biologica, ma non eliminano le disuguaglianze nel benessere sessuale

Lo studio “Differences in sexual well-being among gay and bisexual men in Australia by HIV status and PrEP use”, realizzato dai ricercatori del Kirby Institute (UNSW Sydney) nell’ambito della Flux Study, ha analizzato il benessere sessuale di uomini gay e bisessuali distinguendo tre gruppi: persone con HIV, utilizzatori di PrEP e uomini HIV negativi che non assumevano PrEP. L’analisi, condotta attraverso questionari validati, ha valutato soddisfazione sessuale, sicurezza percepita, stigma, immagine corporea e qualità delle relazioni. I risultati mostrano che i progressi della prevenzione biomedica hanno migliorato la percezione del rischio e ridotto l’ansia legata all’HIV, ma non hanno eliminato le differenze nel benessere sessuale tra i diversi gruppi. Persistono infatti disuguaglianze associate allo stigma interiorizzato, alla qualità delle relazioni affettive e alla salute mentale. Gli autori concludono che U=U e PrEP rappresentano strumenti fondamentali, ma da soli non sono sufficienti a garantire un pieno benessere sessuale: servono interventi che affrontino anche le dimensioni psicologiche e sociali della salute. Questo lavoro rafforza uno dei messaggi centrali emersi dalla relazione di Paula Luz: la risposta all’HIV non può essere misurata esclusivamente in termini di soppressione virologica o prevenzione delle nuove infezioni. Serve un approccio realmente centrato sulla persona.

Molte infezioni tra i migranti vengono acquisite dopo l’arrivo nel Paese ospitante

Lo studio “Timing of HIV acquisition among migrants diagnosed with HIV in Spain”, coordinato da ricercatori spagnoli nell’ambito della sorveglianza nazionale, ha analizzato le caratteristiche epidemiologiche delle persone migranti con nuova diagnosi di HIV utilizzando informazioni cliniche, anamnestiche e algoritmi di stima del momento dell’infezione. L’obiettivo era verificare se le infezioni fossero state contratte prima o dopo l’arrivo in Spagna. I risultati mostrano che una quota rilevante delle diagnosi è attribuibile a infezioni acquisite dopo la migrazione, smentendo l’idea che la maggior parte dei casi sia “importata”. Lo studio evidenzia inoltre come ritardi nell’accesso ai servizi sanitari, vulnerabilità socioeconomiche, precarietà abitativa e barriere amministrative contribuiscano ad aumentare il rischio di acquisizione dell’HIV anche dopo l’insediamento nel Paese ospitante. Gli autori sottolineano quindi la necessità di programmi di prevenzione e testing rivolti specificamente alle popolazioni migranti già presenti sul territorio, piuttosto che limitare gli interventi alla fase di ingresso nel Paese.

Il clima politico influenza direttamente l’accesso alla prevenzione

Un altro poster ha affrontato un tema ancora poco studiato: l’impatto del crescente sentimento anti-latino negli Stati Uniti sull’accesso ai servizi di prevenzione dell’HIV. Attraverso l’analisi di indicatori sociali e sanitari nelle comunità ispaniche, gli autori mostrano come l’aumento della percezione di discriminazione e dell’insicurezza legata alle politiche migratorie sia associato a una minore propensione a ricorrere ai test HIV, alla PrEP e ai servizi sanitari. Pur non dimostrando un rapporto causale diretto, il lavoro evidenzia un’associazione coerente tra clima sociale ostile e riduzione dell’utilizzo degli strumenti di prevenzione. Gli autori concludono che le politiche pubbliche e il contesto sociale possono influenzare la risposta all’HIV tanto quanto gli interventi strettamente sanitari, rafforzando ulteriormente il concetto di determinanti sociali della salute illustrato nella plenaria.

Il ritardo nel primo test HIV continua a rappresentare una criticità tra i giovani MSM

Lo studio dedicato ai MSM ha analizzato il tempo intercorrente tra il debutto sessuale e il primo test HIV, identificando fattori associati al ritardo diagnostico. I risultati mostrano che una quota consistente dei partecipanti attende diversi anni prima di sottoporsi al primo test, nonostante la presenza di comportamenti a rischio e la disponibilità di servizi dedicati. Tra i fattori maggiormente associati al ritardo figurano la giovane età, la paura dello stigma, una bassa percezione del rischio e una limitata conoscenza dei percorsi di accesso ai servizi. Gli autori sottolineano come anticipare il primo test rappresenti uno degli interventi con il maggiore potenziale di impatto sulla diagnosi precoce e sul collegamento tempestivo alle cure. Anche questo lavoro conferma uno dei messaggi più ricorrenti emersi ad AIDS 2026: l’efficacia degli strumenti diagnostici dipende dalla capacità dei sistemi sanitari di renderli realmente accessibili alle popolazioni che ne hanno maggiore bisogno.

Nel loro insieme, questi lavori raccontano una risposta all’HIV che sta cambiando profondamente prospettiva. Accanto allo sviluppo di nuovi farmaci e nuove formulazioni, cresce l’attenzione per i determinanti sociali della salute, l’organizzazione dei servizi, la salute mentale, le disuguaglianze e la continuità delle cure. È la stessa direzione indicata da Paula Luz nella plenaria conclusiva: oggi la sfida non è soltanto rendere l’HIV sempre più controllabile dal punto di vista biologico, ma fare in modo che i benefici dell’innovazione raggiungano davvero tutte le persone. Perché, come ha mostrato AIDS 2026, l’equità non è semplicemente un obiettivo etico: è una delle strategie più efficaci per controllare l’epidemia.