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Nel programma delle pre-conference di AIDS 2026, la Conferenza mondiale sull’HIV che si terrà a Rio de Janeiro, un’intera mattinata è dedicata alla presentazione della America First Global Health Strategy del Governo degli Stati Uniti.
Non si tratta di una sessione critica sulle conseguenze delle politiche dell’amministrazione Trump, né di un confronto fra il Governo statunitense e le comunità che hanno visto chiudere servizi, interrompere programmi e cancellare finanziamenti. Le tre sessioni sono concepite per illustrare il nuovo modello: accordi bilaterali con singoli governi, piani di attuazione, finanziamenti, governance e ruolo degli enti locali incaricati di applicarlo.
La prima domanda è inevitabile: che cosa ci fa la strategia America First sul palco della principale conferenza mondiale dedicata all’HIV?
La risposta della Executive Director della International AIDS Society, Birgit Poniatowski, è arrivata rapidamente. Le pre-conference, ha spiegato, sono organizzate da soggetti esterni; la partecipazione è aperta a tutti i delegati e può quindi favorire un confronto diretto con chi sta definendo e applicando queste politiche. Escludere gli organizzatori, ha aggiunto, non cambierebbe la strategia né le sue conseguenze.
È una risposta cortese ma frettolosa, in effetti non risponde alla domanda centrale.
La questione, infatti, non è se il Governo degli Stati Uniti abbia il diritto di illustrare la propria politica. Naturalmente ce l’ha. La questione è un’altra:
esistono limiti etici rispetto alle politiche e alle strategie sull’HIV che la IAS è disposta a ospitare sotto il marchio istituzionale della Conferenza mondiale AIDS che conferisce inevitabilmente lustro?
Dire che l’esclusione non cambierebbe una politica è un argomento applicabile praticamente a tutto. Escludere da una conferenza chi sostiene la criminalizzazione delle persone con HIV non modificherebbe le leggi che ancora la prevedono. Negli Stati Uniti, secondo le ricostruzioni delle reti impegnate contro la criminalizzazione dell’HIV, decine di Stati mantengono norme specifiche o applicano disposizioni penali che colpiscono le persone con HIV.
Seguendo il ragionamento della IAS, si potrebbe quindi ospitare una futura pre-conference organizzata dai rappresentanti degli Stati che difendono queste leggi, nella speranza che il pubblico riesca a convincerli a cambiare idea. Presumo, però, che nessuno riterrebbe quella scelta compatibile con la missione della International AIDS Society.
Se è così, un limite etico esiste. Resta da capire dove venga collocato e in base a quali criteri.
Il problema non è soltanto la disparità fra i contraenti
Gli accordi presentati a Rio vengono definiti partnership bilaterali. In almeno due sessioni, i rappresentanti del Governo statunitense discuteranno con governi di Paesi che dipendono in misura considerevole dai finanziamenti stranieri per mantenere servizi essenziali.
L’enorme disparità di potere è evidente: da una parte c’è chi controlla le risorse e può interromperle; dall’altra chi deve garantire la continuità di prevenzione, diagnosi e terapie alla propria popolazione. Definire questo rapporto una partnership non lo rende paritario.
Ma il problema non è soltanto l’asimmetria. Il bilateralismo sarebbe una risposta sbagliata anche fra Paesi con un potere contrattuale equivalente.
L’HIV non è la somma di cinquanta o cento questioni nazionali indipendenti. È un problema globale, che richiede ricerca internazionale, condivisione dei dati, sorveglianza epidemiologica, accesso coordinato ai farmaci, politiche comuni sui diritti umani e sistemi di finanziamento capaci di compensare le enormi disuguaglianze economiche fra gli Stati.
La risposta globale all’HIV è stata costruita proprio sul riconoscimento che nessun Paese può affrontare l’epidemia da solo. WHO, UNAIDS, Global Fund, PEPFAR e le grandi reti internazionali della ricerca e della community sono nate o si sono sviluppate sulla base di questa consapevolezza e hanno conseguito i risultati che oggi vacillano.
La America First Global Health Strategy compie il percorso opposto. Sostituisce progressivamente la governance multilaterale con accordi negoziati direttamente dagli Stati Uniti con i singoli governi e dichiara apertamente che l’obiettivo della politica sanitaria globale è rendere gli Stati Uniti “più sicuri, più forti e più prosperi”.
Non è quindi una strategia globale alla quale gli Stati Uniti contribuiscono mettendo a disposizione le proprie risorse. È una strategia di politica estera statunitense che utilizza la salute globale per perseguire gli interessi degli Stati Uniti.
Anche l’analisi pubblicata da Simon Collins su HIV i-Base evidenzia come il nuovo modello sia concentrato soprattutto su HIV, tubercolosi e malaria, sostituisca i precedenti programmi con accordi bilaterali e subordini il sostegno futuro a transizioni rapide, cofinanziamento nazionale e priorità definite dall’amministrazione americana.
C’è una contraddizione persino linguistica: America First e global health non descrivono lo stesso orizzonte politico. La salute globale parte dall’idea di responsabilità condivisa; America First parte dall’idea che ogni investimento debba produrre un vantaggio per gli Stati Uniti.
I danni non sono teorici
Non stiamo discutendo di un possibile rischio futuro.
Nel gennaio 2025, il Governo statunitense ha disposto l’interruzione temporanea dell’assistenza estera, colpendo anche attività sostenute da PEPFAR. UNAIDS ha documentato conseguenze immediate sulla distribuzione dei farmaci, sulla prevenzione e sui servizi destinati a milioni di persone.
Ad aprile 2025, il 40% degli uffici nazionali UNAIDS che avevano trasmesso informazioni segnalava l’interruzione di servizi guidati dalle comunità. In Sudafrica, la cancellazione di progetti finanziati da USAID ha comportato la cessazione delle attività di circa 8.500 persone impegnate nei programmi HIV sostenuti da PEPFAR. Inoltre, più del 60% delle organizzazioni femminili impegnate nell’HIV intervistate da UNAIDS aveva perso finanziamenti o dovuto sospendere servizi.
I tagli hanno colpito il testing, la PrEP, l’accesso alle terapie, il lavoro con le popolazioni chiave, le organizzazioni di persone con HIV e i programmi di riduzione del danno. Hanno interrotto studi, indebolito reti di ricerca e reso più difficile persino misurare il danno provocato.
Questa è la strategia che a Rio verrà presentata per un’intera mattinata sotto il marchio della Conferenza mondiale AIDS.
La IAS sostiene che la presenza dei responsabili politici possa creare uno spazio di dialogo. Ma il programma pubblicato descrive tre sessioni costruite dagli stessi promotori della strategia, insieme ai governi e agli enti chiamati ad applicarla. Non si vede una sessione dedicata alle organizzazioni che hanno chiuso, ai ricercatori che hanno perso i finanziamenti, agli operatori licenziati o alle persone rimaste senza servizi. Più che un contraddittorio, sembra la presentazione istituzionale del nuovo modello.
E in casa propria?
C’è poi un aspetto difficile da ignorare. Gli Stati Uniti intendono riorganizzare la risposta globale all’HIV sulla base dei propri interessi, ma non possono vantare risultati interni particolarmente convincenti.
Nel 2024 sono state registrate negli Stati Uniti e nei territori considerati dal CDC 38.793 nuove diagnosi di HIV. Nello stesso anno, le morti attribuite all’HIV sono state 4.296 e le persone con HIV diagnosticato oltre 1,15 milioni. Il Sud del Paese continua a concentrare la quota maggiore delle diagnosi e dei decessi.
Le disuguaglianze sono enormi. Le donne afro-americane rappresentavano più della metà delle diagnosi fra le donne nel 2024, pur costituendo una percentuale molto inferiore della popolazione femminile. Il 41% dei decessi correlati all’HIV è sempre appannaggio della popolazione afro-americana.
La soppressione virale fra tutte le persone con HIV è salita al 69%, ma resta molto lontana dagli obiettivi nazionali per porre fine all’epidemia.
Questi numeri non descrivono un Paese che ha risolto il problema e può insegnare al resto del mondo come affrontare HIV. Descrivono una delle nazioni più ricche del pianeta, con un’epidemia ancora fortemente segnata da razzismo, povertà, disuguaglianze territoriali, mancato accesso ai servizi e criminalizzazione.
Prima di trasformare la salute globale in uno strumento dell’interesse nazionale americano, sarebbe forse utile chiedersi perché decine di migliaia di persone continuino a ricevere una diagnosi ogni anno negli stessi Stati Uniti e perché soltanto sette persone con HIV su dieci abbiano raggiunto la soppressione virale.
Dove finisce il dialogo e comincia la legittimazione?
La IAS non è un proprietario di sale congressuali. Inserire una pre-conference nel programma ufficiale significa offrire visibilità, credibilità e legittimazione istituzionale. È vero che le pre-conference sono organizzate e finanziate da soggetti esterni. Ma questo spiega come una sessione venga inserita nel programma; non spiega perché la IAS la ritenga compatibile con la propria missione.
Le organizzazioni scientifiche comunicano i propri valori anche attraverso le scelte che compiono. Ospitare non equivale necessariamente ad approvare, ma non è neppure un gesto neutrale, soprattutto quando non viene garantito un contraddittorio riconoscibile e quando il soggetto ospitato utilizza la piattaforma per promuovere una propria strategia politica.
La domanda resta quindi aperta:
quali sono i limiti etici della IAS?
Se chiunque può acquistare uno spazio, indipendentemente dal contenuto, allora è necessario dirlo chiaramente. Se invece esistono criteri di compatibilità con la missione della Society, è legittimo chiedere come siano stati applicati in questo caso.
Il tema di AIDS 2026 è Rethink. Rebuild. Rise.
Ricostruire la risposta globale all’HIV dovrebbe significare riparare i danni prodotti dalla chiusura dei servizi, proteggere le organizzazioni community-based, difendere l’indipendenza della ricerca e rilanciare la cooperazione multilaterale. Risulta difficile conciliare questo messaggio con la concessione di un’intera mattinata alla strategia che ha contribuito a smantellare proprio quei principi e quei servizi.
Non tacere
Non penso che una lettera possa costringere la IAS a cancellare una pre-conference, né che una protesta possa convincere l’amministrazione Trump a cambiare strategia.
Ma l’argomento secondo cui una presa di posizione non servirebbe perché non modificherebbe immediatamente le politiche è pericoloso. Seguendo questa logica, non avrebbe senso contestare quasi nulla.
La storia dell’HIV dimostra il contrario. Gran parte dei progressi ottenuti negli ultimi quarant’anni è nata da persone che hanno deciso di non considerare inevitabili le decisioni dei governi, delle aziende farmaceutiche, delle istituzioni scientifiche e delle autorità sanitarie.
Per questo è stata preparata una lettera aperta alla Presidente, all’Executive Director e al Governing Council della International AIDS Society, nella quale si chiede alla IAS di spiegare pubblicamente quali siano i criteri etici utilizzati per concedere una piattaforma istituzionale e come la scelta relativa alla America First Global Health Strategy possa conciliarsi con la missione della Society.
La lettera può essere sottoscritta da organizzazioni, rappresentanti associativi e singoli attivisti.
📄 Leggi la lettera aperta
✍️ Sottoscrivi la lettera aperta
È possibile che la IAS non cambi posizione. È possibile che la pre-conference si svolga esattamente come previsto. Ma tacere avrebbe sicuramente un effetto ancora minore e rischierebbe di trasformare il silenzio in accettazione.
Gli spazi di confronto democratico raramente vengono indeboliti soltanto da chi li attacca apertamente. Più spesso vengono erosi da chi, anche in buona fede, confonde il valore del confronto con l’obbligo di riconoscere pari legittimità a qualunque progetto o strategia politica.
America First at the World AIDS Conference
Are There Ethical Limits for the IAS?
Among the pre-conferences scheduled for AIDS 2026, the World AIDS Conference to be held in Rio de Janeiro, an entire morning has been devoted to presenting the America First Global Health Strategy of the United States Government.
This is not intended as a critical discussion of the consequences of the Trump administration’s global health policies, nor as a debate between U.S. officials and the communities that have seen services shut down, programmes interrupted and funding disappear. Instead, the three sessions are designed to present the new model itself: bilateral agreements with individual governments, implementation plans, financing, governance, and the role of local institutions responsible for putting the strategy into practice.
The first question is therefore unavoidable:
What is the America First Global Health Strategy doing on the stage of the world’s leading HIV conference?
International AIDS Society Executive Director Birgit Poniatowski responded promptly. She explained that pre-conferences are organised by external groups, that participation is open to all conference delegates, and that these sessions provide an opportunity for direct engagement with those responsible for designing and implementing these policies. Excluding the organisers, she added, would neither alter the strategy nor mitigate its consequences.
It is a courteous reply, but ultimately an unconvincing one. The real issue is not whether the U.S. Government has the right to explain its policies—it clearly does. The real question is different:
Are there ethical limits to the HIV-related policies and strategies that the IAS is prepared to host under the institutional banner of the World AIDS Conference—a banner that inevitably confers legitimacy and prestige?
Arguing that exclusion would not change a policy is a line of reasoning capable of justifying almost anything.
Excluding advocates of HIV criminalisation from a scientific conference would not change the laws that remain in force in many jurisdictions. In the United States, according to organisations working to end HIV criminalisation, dozens of states continue either to maintain HIV-specific criminal laws or to apply general criminal statutes that disproportionately target people living with HIV.
Following the IAS’s reasoning, one could therefore imagine a future pre-conference organised by representatives of those states to explain and defend such legislation, in the hope that the audience might persuade them to change their minds. Yet very few people, I suspect, would regard that as compatible with the mission of the International AIDS Society.
If that is true, then an ethical boundary already exists. The only remaining question is where that boundary is drawn—and according to which criteria.
The problem goes beyond an imbalance of power
The agreements to be presented in Rio are described as bilateral partnerships. In at least two sessions, U.S. Government representatives will discuss them alongside governments whose HIV responses depend heavily on foreign assistance to sustain essential services.
The imbalance of power is self-evident: on one side stands the country that controls the resources and can decide whether to maintain or withdraw them; on the other are governments responsible for ensuring continued access to prevention, testing and treatment for their populations.
Calling this relationship a partnership does not make it an equal one. Yet asymmetry is not the core issue, because bilateralism would still represent the wrong approach even if both parties enjoyed comparable bargaining power.
HIV is not the sum of fifty or a hundred separate national problems. It is a global challenge requiring international research, shared data, epidemiological surveillance, coordinated access to medicines, common human rights standards, and financing mechanisms capable of addressing the profound economic inequalities between countries.
The global response to HIV was built on precisely this understanding: no country can confront the epidemic alone. The World Health Organization, UNAIDS, the Global Fund, PEPFAR, and the major international scientific and community networks were all created—or evolved—on the basis of that principle, and the extraordinary progress achieved over the past decades rests on this multilateral architecture.
The America First Global Health Strategy moves in the opposite direction, progressively replacing multilateral governance with agreements negotiated directly between the United States and individual governments while explicitly stating that the purpose of global health policy is to make the United States “safer, stronger and more prosperous”. This is therefore not a global strategy to which the United States contributes through international cooperation; rather, it is an American foreign policy strategy that uses global health as an instrument for advancing U.S. national interests.
Simon Collins, writing for HIV i-Base, has reached much the same conclusion. His analysis highlights how the new model focuses primarily on HIV, tuberculosis and malaria, replaces previous programmes with bilateral agreements, and makes future support conditional upon rapid transition plans, increased domestic co-financing, and priorities defined by the U.S. administration.
There is, moreover, a linguistic contradiction at the heart of the proposal. America First and global health do not describe the same political horizon: global health begins with the principle of shared responsibility, whereas America First starts from the premise that every investment should primarily serve the interests of the United States.
The damage is not theoretical
We are not discussing a hypothetical future risk. In January 2025, the U.S. Government suspended large portions of its foreign assistance, disrupting programmes supported by PEPFAR, while UNAIDS documented the immediate consequences for antiretroviral treatment, HIV prevention and the delivery of essential services to millions of people. By April 2025, 40% of the UNAIDS country offices reporting data indicated that community-led HIV services had already been interrupted; in South Africa, the termination of USAID-funded projects resulted in the loss of approximately 8,500 jobs across PEPFAR-supported HIV programmes, while more than 60% of women’s organisations working on HIV reported losing funding or being forced to suspend services.
This is the strategy that will be presented for an entire morning under the institutional banner of the World AIDS Conference.
The IAS argues that bringing policymakers into the conference may create an opportunity for dialogue. Yet the published programme tells a different story.
The three sessions have been designed by the very architects of the strategy, together with the governments and institutions responsible for implementing it. There is no corresponding session featuring the organisations forced to close, the researchers who lost funding, the healthcare workers who lost their jobs, or the communities left without services. Rather than fostering genuine debate, the programme reads as an official presentation of the new model.
And at home?
There is another aspect that is difficult to ignore. While the United States seeks to reshape the global HIV response around its own strategic interests, its domestic record hardly provides a compelling model for others to follow.
In 2024, the United States and its territories recorded 38,793 new HIV diagnoses. During the same year, 4,296 people died from HIV-related causes, while more than 1.15 million people were living with diagnosed HIV. The Southern United States continues to bear the greatest burden of both new diagnoses and HIV-related deaths.
The disparities remain profound. African American women accounted for more than half of all new HIV diagnoses among women in 2024, despite representing a much smaller proportion of the female population, while African Americans overall continue to account for 41% of HIV-related deaths nationwide. Overall viral suppression among people living with HIV has reached 69%, well below the national targets established to end the epidemic.
These figures do not describe a country that has solved the problem or is in a position to teach the rest of the world how HIV should be addressed. They describe one of the wealthiest nations on earth, still confronting an epidemic profoundly shaped by racism, poverty, geographical inequalities, unequal access to healthcare, and HIV criminalisation.
Before turning global health into an instrument of American national interest, it would perhaps be worth asking why tens of thousands of people continue to acquire HIV every year in the United States—and why only seven out of ten people living with HIV have achieved viral suppression.
Where does dialogue end—and legitimisation begin?
The IAS is not simply a venue that rents out conference rooms. Including a pre-conference in the official programme means granting it visibility, institutional credibility and a degree of legitimacy. It is true that pre-conferences are organised and funded by external organisations, but that merely explains how a session becomes part of the programme, not why the IAS considers it compatible with its mission.
Scientific organisations communicate their values not only through the positions they publish, but also through the choices they make. Hosting an event does not necessarily imply endorsement, but neither is it a neutral act—especially when no meaningful counterpoint is provided and the invited organisation is using the platform to promote its own political strategy.
The central question therefore remains:
What are the ethical limits that guide the IAS?
If any organisation can purchase a place in the programme, regardless of the content it intends to present, then this should be stated openly. If, on the other hand, the IAS applies ethical criteria in determining whether a session is compatible with its mission, then it is entirely legitimate to ask how those criteria were applied in this case.
The theme of AIDS 2026 is “Rethink. Rebuild. Rise.”
Rebuilding the global response to HIV should mean repairing the damage caused by the closure of essential services, protecting community-led organisations, safeguarding the independence of scientific research, and strengthening multilateral cooperation. It is difficult to reconcile that message with dedicating an entire morning to presenting the very strategy that has contributed to dismantling those principles and undermining those services.
Why speaking out matters
I do not believe that an open letter will persuade the IAS to cancel this pre-conference, nor do I believe that any protest will prompt the Trump administration to change its global health strategy. Yet the argument that speaking out is pointless because it will not immediately change government policy is itself a dangerous one. Taken to its logical conclusion, it would leave very little worth challenging at all.
The history of the HIV response tells a very different story. Many of the advances achieved over the past four decades began because people refused to accept that the decisions of governments, pharmaceutical companies, scientific institutions or public health authorities were either inevitable or beyond question.
For this reason, an open letter has been addressed to the President, the Executive Director and the Governing Council of the International AIDS Society. It asks the IAS to explain publicly which ethical criteria it applies when granting institutional platforms, and how hosting the America First Global Health Strategy can be reconciled with the Society’s stated mission.
The letter is open to organisations, community leaders and individual activists who wish to endorse it.
· 📄 Read the Open Letter (PDF)
The IAS may ultimately decide not to change its position. The pre-conference may proceed exactly as planned. But remaining silent would achieve even less, allowing silence itself to become a form of acceptance.
Spaces for democratic debate are rarely weakened only by those who attack them openly. More often, they are eroded by those who—even in good faith—confuse the value of dialogue with an obligation to recognise equal legitimacy for every political project or political strategy.

