Non saprei dire il perché, ma ogni volta che entro nel centro congressi e mi registro per la International AIDS Conference è come fare un salto nel tempo.

Penso alla prima volta, nel 2008 a Città del Messico, con Riccardo Gottardi di Arcigay, al mio bagaglio andato perso e a Riccardo che mi presta un paio di mutande. Poi Vienna, con il booth del Cassero e la fila di persone che si fermavano a farsi fotografare per la nostra campagna contro la discriminazione.
Poi Washington nel 2012, quando per la prima volta, grazie a Obama, alle persone con HIV venne consentito di entrare negli Stati Uniti. Sì, perché fino ad allora gli USA facevano parte di quel ristretto gruppo di Paesi che vietavano l’ingresso alle persone con HIV, insieme a Stati governati da dittatori o regimi autoritari. Obama eliminò almeno quel divieto, lasciando purtroppo inalterati tutti gli altri, compresi quelli che riguardavano sex worker e drug user: due delle principali popolazioni chiave nella risposta globale a HIV. Alla IAS non sembrò vero di riportare la Conferenza negli Stati Uniti e Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, partecipò personalmente a una parte dei lavori. Tutti erano felici. Io un po’ meno..
Poi Durban nel 2016, con il cimitero di croci bianche realizzato all’ingresso della conferenza per ricordare gli operatori sanitari morti mentre cercavano di portare cure e farmaci nelle zone più remote del Paese. Un’installazione semplice, silenziosa, ma difficile da dimenticare.

Poi Amsterdam, dove venne ufficializzato U=U e partecipammo alla marcia Zero Discrimination insieme al mio caro amico Paolo Gorgoni. A dire il vero fu più una celebrazione di U=U che una marcia di protesta. Quanto tempo era passato dalla dichiarazione svizzera di Pietro Vernazza del 2008, contestata da UNAIDS, e quanti anni di studi erano stati necessari. Eravamo gasatissimi. Era la fine dello stigma! Poi tornammo in Italia e ci rendemmo immediatamente conto che pochissimi medici ci credevano, nonostante evidenze scientifiche ormai più che robuste e, apparentemente, sconosciute a buona parte di loro.

Poi arrivò il 2020, con la conferenza soltanto virtuale a causa del Covid. E poi Montréal, ancora con un po’ di paura per il Covid e con la nuova epidemia di mpox (che allora si chiamava ancora vaiolo delle scimmie… ma già qualcuno protestava). Lì, oltre a farmi vaccinare dalla santà canadese contro il vaiolo, portai con me l’attuale Presidente di Plus, che partecipò anche alla conferenza successiva, a Monaco di Baviera, insieme a un bel gruppo di attivisti dell’associazione.

Oggi, per me, è un nuovo inizio.

Sono qui a Rio come blogger. Come Attraverso HIV. E con tanto di maglietta.

La conferenza ha un tema emblematico: Rethink. Rebuild. Rise. Ripensare. Ricostruire. Risorgere. Un tema che sembra scritto apposta per il momento storico che stiamo vivendo e per i tagli che la risposta globale a HIV è costretta ad affrontare dopo le scelte dell’amministrazione Trump. Ma procediamo un passo alla volta.

La voglia di ascoltare le novità della ricerca, vedere cosa combinano gli attivisti e le attiviste del Global Village e raccontare tutto questo a chi mi segue dall’Italia è ancora la stessa. Anzi, forse è persino maggiore.

Quindi… stay tuned.

Ma c’è un’altra immagine di questa prima giornata che porterò con me.

Il funzionario del governo statunitense non aveva ancora finito le prime frasi quando la protesta è esplosa. Le attiviste e gli attivisti di Health GAP, Treatment Action Campaign e Housing Works, si sono alzati in piedi, hanno fatto risuonare i fischietti, sollevato i cartelli e scandito slogan contro i tagli che stanno smantellando la risposta globale a HIV. Nessuna violenza, nessun eccesso: soltanto il rifiuto di lasciare che una strategia chiamata America First venisse presentata come una visione per la salute globale senza essere contestata.

Mi sono unito a loro. Più che parlare, ho preferito ascoltare.

Una delegata sudafricana ha pronunciato una sola frase: “You will not divide Africa.” Non dividerete l’Africa.
Non serviva aggiungere altro. In un Paese dove vivono quasi otto milioni di persone con HIV, usare come pretesto la presunta discriminazione degli Afrikaner per interrompere programmi essenziali significa mettere a rischio milioni di vite. Il Sudafrica è già il Paese con il maggior numero di persone che vivono con HIV al mondo. Non aveva certo bisogno di questo.

Subito dopo ha preso la parola un’altra attivista. Ha esordito con un’accusa durissima: «Gli ultimi sedici mesi sono stati un’emergenza di sanità pubblica causata dalle interruzioni mortali che il vostro governo ha imposto ai nostri programmi e agli aiuti per la salute globale.»

Non era uno slogan. Era il punto di partenza di una denuncia politica precisa.
Ha accusato l’amministrazione Trump di portare avanti un’agenda anti-scientifica, anti-LGBTQ e contraria alla partecipazione delle comunità, affermando che non permetteranno che le nostre comunità vengano cancellate da queste politiche. Ha ricordato che gli stessi dati del PEPFAR mostrano un drastico calo dell’accesso ai test HIV, dell’avvio alle terapie antiretrovirali, della PrEP e dei programmi di prevenzione destinati alle donne e alle ragazze, alle persone LGBT, alle sex worker, alle persone che usano droghe ossia a tutte quelle key populations che più avrebbero bisogno dei benefici della ricerca scientifica.

Poi ha pronunciato una frase che credo riassuma perfettamente il senso di quella protesta: «Le comunità conoscevano già gli effetti di questi tagli. Non avevamo bisogno di aspettare i dati del PEPFAR per saperlo. Avete semplicemente confermato quello che denunciavamo da mesi.»

Infine ha smontato anche la retorica con cui gli Stati Uniti cercano di presentare questa nuova strategia. Dietro espressioni rassicuranti come country ownership e self-reliance, ha denunciato quello che ha definito un sistema di accordi bilaterali coercitivi, costruiti escludendo deliberatamente le persone con HIV dai tavoli negoziali. Un approccio che tradisce uno dei principi fondanti dell’attivismo contro l’AIDS: Nothing about us without us.

Per tutta la protesta un coro ha continuato a risuonare: “You lie! People die! Restore PEPFAR now!”
“Mentite! La gente more! Ripristinate subito i finanziamenti PEPFAR!”

L’ho gridato anch’io e mi sono unito al corteo, in fondo per rispetto ai partecipanti del Global South. In quasi vent’anni di Conferenze Mondiali sull’AIDS non mi era mai capitato di partecipare alla contestazione di una presunta sessione “scientifica”. Stavolta, però, rimanere in silenzio avrebbe significato accettare che una politica ideologica e vergognosa venisse presentata come una strategia di salute globale. Non me la sono sentita. Fra i manifestanti ho riconosciuto con piacere anche Simon Collins di HIV i-Base.

Confesso di trovare quasi surreale che una strategia chiamata America First venga presentata come una risposta globale a HIV. Non lo è. È una politica che mette deliberatamente gli interessi degli Stati Uniti davanti a quelli del resto del mondo, ignorando le evidenze scientifiche e sacrificando proprio le comunità che più avrebbero bisogno di sostegno. Basta osservare gli effetti che questi tagli stanno già producendo e la situazione della stessa epidemia negli Stati Uniti, ancora oggi fra le più gravi del mondo occidentale, per comprendere che non siamo di fronte a una strategia di salute pubblica, ma a una scelta ideologica.

Da che parte sto credo sia evidente.

Sto dalla parte della scienza. Sto dalla parte delle comunità. Sto dalla parte delle persone che vivono con HIV. Sto dalla parte giusta. E continuerò a starci, anche quando significa alzarsi in piedi e dire, semplicemente, che il re è nudo.