Quando il futuro smette di essere una promessa.

Ci sono scoperte che cambiano il mondo nel momento in cui vengono annunciate.

E poi ci sono quelle che impiegano anni, talvolta decenni, prima che qualcuno si accorga davvero della loro portata.

CRISPR appartiene alla seconda categoria.

Per questo motivo la giornata trascorsa a Milano, nell’ambito del World of Pharma (WOMA), mi ha lasciato una sensazione particolare. Non quella di aver assistito all’annuncio di una nuova scoperta, ma di aver visto due tempi della scienza finalmente incontrarsi.

Il primo è il tempo della ricerca.

Il secondo è il tempo della medicina.

La mattina si è aperta con l’intervento del Presidente di AIFA, Robert Nisticò, che ha ricordato come Casgevy®, la prima terapia basata sulla tecnologia CRISPR/Cas9, sia oggi approvata e rimborsata anche in Italia. Una terapia dal costo di circa 1,9 milioni di euro per paziente, destinata a persone con beta-talassemia trasfusione-dipendente o anemia falciforme severa, ma soprattutto la dimostrazione che una tecnologia nata nei laboratori è ormai entrata nella pratica clinica.

Confesso che proprio in quel momento mi sono accorto di una cosa: negli ultimi anni avevo continuato a pensare a CRISPR come a una tecnologia promettente ma ancora lontana dall’entrare nella pratica clinica. Solo allora mi sono reso conto che quella rappresentazione era già invecchiata.
Poi, nel giro di pochi minuti, mi sono trovato davanti a un fatto molto semplice: quella tecnologia è già arrivata al letto del paziente. È stata valutata dalle autorità regolatorie, approvata da EMA, rimborsata da AIFA ed è oggi utilizzata per trattare persone affette da beta-talassemia e anemia falciforme.

Il futuro non stava bussando alla porta. Era già entrato. E la cosa sorprendente è che me ne sono accorto non ascoltando una lezione di biologia molecolare, ma un presidente di AIFA che parlava di rimborsabilità. A volte è la politica sanitaria, più ancora della ricerca, a dirci quando una tecnologia ha davvero smesso di essere una promessa.

Poche ore dopo, sul palco è salita Jennifer Doudna, Premio Nobel per la Chimica nel 2020 e co-inventrice della tecnologia CRISPR/Cas9.

È stato come osservare lo stesso viaggio da due estremità opposte. Da una parte il regolatore che raccontava l’arrivo di una nuova terapia nel Servizio Sanitario Nazionale. Dall’altra la scienziata che aveva contribuito a sviluppare quella tecnologia quando era ancora soltanto ricerca. Eppure, uscendo dalla sala, mi sono accorto che la cosa che mi aveva colpito di più non era CRISPR. Era Jennifer Doudna.

L’intervista sembrava voler raccontare soprattutto la storia della scienziata, del Premio Nobel e della donna che aveva cambiato la biologia moderna. Eppure Doudna, con grande naturalezza, riportava ogni risposta verso un altro centro di gravità: la ricerca.

Alla domanda su quale fosse stato il momento di maggiore coraggio della sua carriera, non ha parlato del Nobel, ha raccontato la paura, molto più quotidiana, di dedicare anni a un progetto senza sapere se avrebbe prodotto un risultato. Ha parlato dell’incertezza che accompagna ogni ricerca autentica e del piacere della scoperta come unica vera motivazione capace di sostenere uno scienziato nei lunghi periodi in cui gli esperimenti falliscono e le risposte non arrivano.

Quando il dialogo si è spostato sul riconoscimento delle donne nella scienza, non ha rivendicato primati personali.
Ha parlato di mentori, di comunità scientifica, della responsabilità di incoraggiare le nuove generazioni e dell’importanza che una giovane ricercatrice possa pensare: “Se ce l’ha fatta lei, forse posso farcela anch’io”.

Mi è tornata alla mente Françoise Barré-Sinoussi. Non perché le due storie siano sovrapponibili ma perché entrambe sembrano appartenere a una generazione di scienziate che non hanno mai costruito la propria autorevolezza attraverso la ricerca della visibilità. Hanno lasciato che fossero il tempo, il lavoro e la comunità scientifica a riconoscerne il valore.

Forse è anche per questo che Doudna, parlando di CRISPR, non ha mai utilizzato toni trionfalistici. Anzi.

Mi ha colpito proprio il contrario. In un’epoca in cui ogni innovazione viene spesso raccontata come una rivoluzione destinata a cambiare tutto, Doudna sembrava quasi voler rallentare il ritmo. Parlava di regole prima ancora che di risultati, di sicurezza prima ancora che di entusiasmo, di sostenibilità economica, di percorsi regolatori e perfino di etica. Era come se ricordasse continuamente che una grande scoperta scientifica, da sola, non cambia il mondo. Per farlo deve uscire dal laboratorio, affrontare la verifica clinica, convincere le autorità regolatorie e dimostrare di poter essere davvero utile alle persone.

Solo allora diventa davvero medicina.

Ha ricordato come CRISPR rappresenti una piattaforma programmabile e come proprio questa caratteristica stia costringendo le autorità regolatorie a ripensare il modo stesso di valutare le terapie geniche.

La medicina, sorprendentemente, non era nemmeno il suo unico orizzonte. Anzi. Doudna immaginava un impatto forse ancora più grande nell’agricoltura, nella sicurezza alimentare e perfino nella lotta ai cambiamenti climatici.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi perché un blog che parla di HIV dedichi tanto spazio a una terapia destinata alla beta-talassemia e all’anemia falciforme.

La risposta è semplice: per una volta la patologia conta meno della tecnologia.

Quello che mi ha colpito non è tanto la malattia che Casgevy è chiamato a trattare, quanto il percorso che questa tecnologia ha già compiuto. Fino a poco tempo fa continuavo anch’io a considerare il gene editing una promessa. Oggi quella promessa è uscita dai laboratori, ha attraversato gli studi clinici, ha convinto le autorità regolatorie ed è diventata una terapia disponibile per i pazienti.

Naturalmente questo non significa che una cura dell’HIV sia dietro l’angolo. L’HIV rimane una sfida biologica immensamente più complessa rispetto a una malattia monogenica e nessuno può dire se, quando e in quale forma CRISPR riuscirà a cambiare davvero la storia di questa infezione.

Significa però che è cambiato il punto di osservazione. Quando oggi leggiamo di strategie sperimentali che cercano di eliminare il DNA provirale o di rendere le cellule immunitarie resistenti all’infezione, non stiamo più guardando una fantasia scientifica. Stiamo osservando una piattaforma tecnologica che ha già dimostrato di poter attraversare tutte le tappe che separano un’intuizione di laboratorio da una terapia reale.

Ci vorranno ancora anni. Forse molti anni. Ed è qui che il titolo di questo articolo ritrova il suo significato.

Ogni rivoluzione scientifica ha bisogno di tempo: il tempo della ricerca, il tempo della verifica, il tempo della regolazione, il tempo necessario perché una scoperta diventi una cura.

Il tempo dei pazienti, però, è diverso. È sempre il presente.

Forse è proprio questa la riflessione che mi porto a casa da Milano. Il tempo della ricerca e il tempo della medicina non coincidono. A volte continuiamo a pensare che una scoperta appartenga ancora al futuro. Poi, all’improvviso, ci accorgiamo che quel futuro è già diventato presente.